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Semiologia - semiotica
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I due termini provengono dai due studiosi che,
indipendentemente, hanno dato alla disciplina un suo statuto:
Ch. S. Peirce la chiamava semiotics, con parola già usata da J.
Locke e da J. H. Lambert, mentre F. de Saussure la chiamava, con
un neologismo, sémiologie.
Alla base sta comunque il gr. semeìon 'segno', per cui in una
definizione minimale si potrebbe dire che si tratta della
"scienza dei segni" (si veda infatti la semeiotica medica, che
studia i sintomi, dunque segni, delle malattie).
Ciò che interessava Peirce, il quale operava in ambito logico e
filosofico (pragmatismo), erano i processi cognitivi. Il segno,
o representamen, è un "primo" che intrattiene con un "secondo",
il suo oggetto, una relazione che diviene triadica per la
mediazione di un interpretante, il quale costituisce piú o meno
il suo senso. Ogni esperienza passa attraverso questi livelli
della Primità, Secondità e Terzità, con una successione senza
fine (semiosi illimitata): perché ogni interpretante è a sua
volta un segno, un representamen, con il suo interpretante, ecc.
[Peirce 1980].
Saussure invece preconizza la fondazione della semiologia come
naturale estensione della linguistica. Dato che la lingua è un
sistema di segni che esprimono delle idee, è necessario tener
conto di tutti gli altri sistemi di segni non verbali (segnali
marini e militari, galateo, riti, ecc.) per arrivare a definire
« una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita
sociale» [Saussure 1916; cfr. Segre 1983]. Il segno è visto come
l'unione arbitraria (cioè convenzionale) di un
significante e di un significato, cioè, almeno nella lingua, di
un'immagine acustica e di un concetto; il rapporto con le cose è
lasciato da parte.
Saussure fa riferimento a un quadro
sociologico. Peirce a un quadro filosofico.
Si coglie cosí la distinzione, seguita almeno agli inizi della
disciplina, tra semiologia, cioè studio dei segni arbitrari (o,
come dicono alcuni, segnali) analoghi a quelli della lingua e
analizzabili sempre in significanti e significati, e semiotica,
come studio generale di tutti segni, anche naturali. La seconda
si occupa pure di segni non prodotti al fine di significare,
anche se poi percepibili come segno di qualcosa, e immersi nel
flusso della semiosi illimitata. Basti ricordare la definizione
di segno data da Peirce: « qualcosa che agli occhi di qualcuno
sta per qualcosa d'altro sotto qualche rispetto o per qualche
sua capacità».
Con la fondazione della International Association for Semiotic
Studies, è prevalso il termine semiotica, che del resto ha una
maggiore estensione semantica; continuano però a usare
semiologia coloro che si collegano piú strettamente a Saussure.
In sostanza, la semiologia privilegiava i segni convenzionali e
volontari, la semiotica abbraccia anche i segni naturali e
involontari, gl'indizi, ecc. E, se ci si pone nella prospettiva
del ricevente, è certo che i procedimenti d'interpretazione dei
vari tipi di segni non sono nettamente distinti. Basta pensare
che un segno motivato (per es. una parola) può anche avere
significazioni di ordine non motivato o volontario: emotive,
sociologiche (livello di cultura), regionali (forme dialettali),
ecc.
Se ne deve concludere che la linguistica costituisce una parte
della semiotica, e non viceversa, come fu sostenuto da qualcuno.
Quanto poi al suo inquadramento, va ricordata la proposta di Ch.
Morris [1938], di distinguere fra una dimensione semantica (che
studia i rapporti tra i segni e ciò che essi designano), una
sintattica (che esamina i rapporti dei segni tra loro) e una
pragmatica (addetta allo studio dei rapporti tra i segni e i
loro utenti).
Tra le classificazioni dei segni, ha particolare interesse
quella di Peirce, che distingue tra —› icona, la quale presenta
una o piú qualità dell'oggetto denotato; indice, che si trova in
contiguità con l'oggetto denotato (per es. un sintomo); —›
simbolo, che si riferisce all'oggetto in forza di una
convenzione. Ma Peirce, nel corso del suo lavoro, è giunto a
elencare 66 tipi di segni, con una terminologia che non ha avuto
fortuna. D'altra parte, nemmeno il segno è un'unità minima. Esso
è scomponibile in unità minori di significato, che Buyssens
[1967] e Greimas [Greimas e Courtés 5979] chiamano semi.
Il rapporto fra segno e referente, messo tra parentesi dalla
semiologia saussuriana, che prescinde dal pragma, dall'oggetto
designato, come pure quella di Hjelmslev [1961], che esclude i
contenuti dell'analisi linguistica, è stato sistemato nel
classico schema di Ogden e Richards [1923]:
referenza

simbolo - - - - - - referente
dove la linea tratteggiata evidenzia la mancanza di un rapporto
diretto fra l'oggetto (referente) e il significante (simbolo),
perché il rapporto è istituito solo tramite la referenza
(nozione o significato che dir si voglia).
Poiché la cultura è un fenomeno di comunicazione, e qualunque
comunicazione si realizza mediante segni, si può affermare la
natura semiotica della cultura.
La cultura, in questa prospettiva, ci si presenta con una
molteplicità di codici (di linguaggi), tra i quali la lingua
naturale ha posizione dominante, perché è il codice piú potente
e duttile. Si può dunque raffigurare il sistema della cultura
come costruito concentricamente intorno al codice-lingua,
circondato dalle formazioni meno strutturate e, alla periferia,
da quelle la cui strutturalità è solo istituita dall'inclusione
in situazioni segnico-comunicative generali [Lotman-Uspenskij
1971].
In questo quadro la semiotica ha affrontato gli argomenti piú
vari, dai mass-media ai fumetti, dalle consuetudini sociali alle
passioni, dalle arti all'urbanistica, dal teatro al cinema.
Indubbio il vantaggio di penetrare con gli stessi strumenti in
tutte le zone della cultura. Se poi i risultati piú brillanti si
sono ottenuti nel campo della critica letteraria, ciò dipende
dalla complessità ineguagliabile dei prodotti esaminati, ciò che
ha spinto la semiotica della letteratura ad affinare i suoi
procedimenti.
Ma va sempre tenuto presente l'impegno della cultura nel suo
complesso a ordinare e organizzare il mondo.
Generatrice di strutturalità, essa « crea intorno all'uomo una
sociosfera che, allo stesso modo della biosfera, rende possibile
la vita, non organica ovviamente, ma di relazione». Lotman ha
appunto proposto [1985] un nuovo termine, semiosfera, per
designare il continuum semiotico che permette l'esecuzione dei
singoli atti di comunicazione. Non sarebbe possibile
comunicazione linguistica, né tanto meno traducibilità fra i
codici, se non esistessa la semiosfera.
In questa prospettiva diventa utile il concetto di modello, come
costruzione astratta e ipotetica che rende conto di un insieme
di fatti semiotici. Il valore conoscitivo dei modelli è efficace
nel concetto dí sistema modellizzante. I vari sistemi
linguistici e paralinguistici che costituiscono la cultura si
trovano infatti «in rapporti di analogia con il complesso degli
oggetti sul piano della conoscenza, della presa di coscienza e
dell'attività normativa» [Lotman 1967]. Indicandoli col termine
sistemi modellizzanti, si ribadisce che è tramite modelli che la
cultura viene intesa e comunicata.
Tra i sistemi modellizzanti
piú complessi stanno appunto quei modelli del mondo che sono le
grandi opere d'arte.
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