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Lettera a Meneceo|
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MASSIME CAPITALI (Kiriai
dòcsaì)
Raccolta di massime del
filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.), tramandateci da Diogene Laerzio,
che le incluse dopo la biografia del filosofo.
Sono indicati i rimedi
per vivere felici, le norme dettate dalla saggezza e dalla prudenza per la
vita del saggio, l'atarassia o imperturbabilità, i criteri del giudizio
morale, la classificazione dei desideri in necessari e non necessari,
l'importanza dell'amicizia, il senso della giustizia. Particolarmente
importanti sono le massime sull'amicizia:"Di tutti i tesori che la
saggezza può ammassare per la felicità, l'amicizia è il più grande, il più
inesauribile, il più dolce. Chi è persuaso che nella vita non c'è nulla di
più solido dell'amicizia, conosce l'arte di affermare il suo spirito
contro il timore dell'eternità o della durata del dolore. Ogni amicizia è
bensì desiderabile per sé, ma prese origine dall'utile" Da qui il
carattere di utilità di questa raccolta, considerata da Luciano di
Samosata "il più bello dei libri" e che influenzò Lucrezio, Seneca,
Epitteto, Marco Aurelio: Epicuro fonda la sua etica sull'assenza del
dolore e fa delle virtù le "medicine preventive" contro il dolore.
1. L'essere beato e immortale non ha affanni, ne ad altri ne arreca; è
quindi immune da ira e da benevolenza, perché simili cose sono proprie
di un essere debole.
2. La morte non è niente per noi. Ciò che si dissolve non ha più
sensibilità, e ciò che non ha sensibilità non è niente per noi.
3. Il limite estremo della grandezza dei piaceri è la rimozione di tutto
il dolore. Dove sia il piacere, e per tutto il tempo che vi sia, non vi
è posto per dolore fisico, o dell'anima, o per l'uno e l'altro insieme.
4. Non dura ininterrottamente il dolore della carne; il suo culmine dura
anzi un tempo brevissimo; e ciò che di esso appena oltrepassa il piacere
non si protrae molti giorni nella nostra carne. Le lunghe malattie poi
arrecano alla carne più piacere che dolore.
5. Non è possibile vivere felicemente senza anche vivere saggiamente,
bene e giustamente, né saggiamente e bene e giustamente senza anche
vivere felicemente. A chi manchi ciò da cui deriva la possibilità di
vivere saggiamente, bene, giustamente, manca anche la possibilità di una
vita felice.
6. Al fine di procurarsi sicurezza nei riguardi degli altri uomini,
anche i beni del comando e del regno sono beni secondo natura in quanto
con tali mezzi si sia capaci di procurarsela.
7. Alcuni vollero divenire famosi e rinomati ritenendo così di
procurarsi sicurezza nei riguardi degli altri uomini. Ammesso che in tal
modo la loro vita sia diventata veramente sicura, essi hanno acquistato
un bene secondo natura; ma se la loro vita non lo è divenuta, non hanno
raggiunto quel bene secondo natura sotto il cui impulso hanno agito fin
dall'inizio.
8. Nessun piacere è di per se stesso un male: però i mezzi per
procurarsi certi piaceri arrecano molti più tormenti che piaceri.
9. Se ogni piacere si intensificasse nel suo luogo e nella sua durata, e
pervadesse tutto il nostro composto o le parti più importanti del nostro
essere, allora i piaceri non differirebbero gli uni dagli altri.
10. Se le cose che danno luogo ai piaceri propri dei dissoluti fossero
anche tali da liberarci dai timori dell' animo circa i fenomeni celesti,
la morte, il dolore, e ci insegnassero quale sia il limite dei desideri,
non avremmo niente da rimproverare a quelli: essi sarebbero infatti
ricolmi di ogni piacere e non avrebbero mai da soffrire fisicamente o da
affliggersi, nel che consiste appunto il male.
11. Se non ci turbasse la paura dei fenomeni celesti e quella della
morte, ch'essa possa essere qualcosa che ci tocchi da vicino, e il non
conoscere il confine dei piaceri e dei dolori, non avremmo bisogno della
scienza della natura.
12. Non sarebbe possibile dissolvere ogni timore intorno alle cose di
maggior importanza se non si sapesse quale sia la natura dell'universo,
ma si vivesse in sospettoso timore delle cose che ci raccontano i miti;
non sarebbe possibile cogliere i piaceri nella loro purezza senza la
scienza della natura.
13. Non gioverebbe a niente il procurarsi sicurezza nei riguardi degli
altri uomini finche si continuasse a nutrire timore riguardo a ciò che
sta sopra di noi, o sottoterra, o in generale nell'infinito.
14. Se la sicurezza nei riguardi degli altri uomini deriva fino a un
certo punto da una ben fondata situazione di potenza e ricchezza, la
sicurezza più pura proviene dalla vita serena e dall'appartarsi dalla
folla.
15. La ricchezza secondo natura ha confini ben precisi ed è facile a
procacciarsi, quella secondo le vane opinioni cade in un processo
all'infinito.
16. Poca importanza ha la sorte per il saggio, perché le cose più grandi
e importanti sono governate dalla ragione, e cosi continuano e
continueranno ad essere per tutto il corso del tempo.
17. Il giusto è privo in assoluto di turbamento, mentre l'ingiusto è
ricolmo del turbamento più grande.
18. Non cresce il piacere della carne, ma solo subisce variazione, una
volta che sia rimossa tutta la sofferenza che viene dal bisogno. Il
limite dei piaceri che la ragione ci prescrive è prodotto dal calcolo
razionale di questi stessi e di tutte le affezioni dello stesso tipo,
che procurano all'anima i più grandi timori.
19. Un tempo illimitato contiene la stessa quantità di piacere che uno
limitato, quando i confini dei piaceri si valutino con retto calcolo.
20. La carne non ammette limiti nel piacere, e il tempo che serve a
procurarle tale piacere è anch'esso senza limiti. Ma il pensiero che ha
appreso a ragionare intorno al fine e al limite di ciò ch'è pertinente
alla carne, e che ha soppresso il timore dell'eternità, ci rende
possibile una vita perfetta, per cui non sentiamo più l'esigenza di un
tempo infinito: esso non rifugge dal piacere ne, quando le circostanze
ci portano al momento di uscire dalla vita, può dire di andarsene avendo
tralasciato qualcosa di ciò che rende questa ottima.
21. Chi conosce i limiti della vita, sa che è facile rimuovere il dolore
che proviene dal bisogno e ottenere ciò che rende la vita perfetta; sì
che non ha affatto bisogno di tendere a cose che comportino lotta.
22. Bisogna ben valutare il fine che ci è dato, e far sì di riportare
tutte le nostre opinioni a una certezza evidente; o tutto quanto sarà
pieno di insicurezza di giudizio e di turbamento.
23. Se ti opporrai a tutte le sensazioni, non avrai più nemmeno criteri
cui riferirti e perciò neanche modo di giudicare quelle che tu dici
essere errate.
24. Se rifiuterai una sensazione senza ben distinguere fra ciò ch'è
dovuto a opinione, ciò che attende conferma, ciò ch'è presente con
evidenza in base a sensazione o ad affezione o a un qualunque atto di
intuizione rappresentativa della mente, finirai col confondere anche le
altre sensazioni con opinione vana, e non riuscirai più ad usare alcun
criterio di giudizio. E se nelle nozioni fondate sull'opinione tu farai
valere ugualmente sia ciò che attende conferma sia ciò che non riceve
conferma, non potrai sfuggire all'errore, perché non ti sarai liberato
assolutamente dall'ambiguità nel giudizio circa la verità o falsità di
una conoscenza.
25. Se in ogni circostanza non rapporterai la tua azione al fine secondo
natura, ma, nella scelta o nel rifiuto, ti indirizzerai ad altro fine,
le tue azioni non saranno in coerenza con le tue parole.
26. Tutti quei desideri che, se non esauditi, non arrecano vera
sofferenza non sono necessari: il loro stimolo è tale da potersi
annientare facilmente quando appaiano indirizzati a cose difficili a
ottenersi, o siano tali da recare danno.
27. Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice,
il bene più grande è l'acquisto dell'amicizia.
28. La medesima persuasione che ci incoraggiò a credere che nessun male
è eterno o lungamente duraturo ci fa anche ritenere che la sicurezza più
grande che si attui nelle cose finite è quella dell'amicizia.
29. Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non
necessari, altri ne naturali ne necessari, ma nati solo da vana
opinione.
30. Fra i desideri naturali che, se non vengono soddisfatti, non danno
luogo a vera sofferenza, ve ne sono di quelli in cui sussiste una forte
tensione; e questi hanno origine da vana opinione: e ci è difficile
dissiparli non per la loro propria natura, ma per le stolte credenze
degli uomini.
31. Il giusto fondato sulla natura 3 è l'espressione dell'utilità che
consiste nel non recare ne ricevere reciprocamente danno.
32. Per tutti quegli esseri viventi che non ebbero la capacità di
stringere patti reciproci circa il non recare ne ricevere danno, non
esiste ne il giusto ne l'ingiusto; e altrettanto si deve dire per quei
popoli che non poterono o non vollero stringere patti per non recare e
non ricevere danno.
33. La giustizia non esiste di per se, ma solo nei rapporti reciproci, e
in quei luoghi nei quali si sia stretto un patto circa il non recare ne
ricevere danno.
34. L'ingiustizia non è di per se un male, ma consiste nel timore che
sorge dal sospetto di non poter sfuggire a coloro che sono stati
preposti a punirlo.
35. Colui che fa qualcosa di nascosto contro i patti stipulati
reciprocamente circa il non recare ne ricevere danno non può confidare
di non essere scoperto, anche se per il presente ciò gli riesce infinite
volte: non può mai sapere se riuscirà a non farsi scoprire fino alla sua
morte.
36. In senso generale il giusto è uguale per tutti, in quanto è un
accordo di utilità reciproca nella vita sociale; ma a seconda della
particolarità dei luoghi e delle condizioni risulta che non per tutti il
giusto è lo stesso.
37. Fra le cose che la legge prescrive come giuste, quella che è
comprovata come utile dalle necessità dei rapporti sociali reciproci
deve esser considerata come avente il requisito del giusto, sia essa la
stessa per tutti o no; ma se si ponga una legge che non risulti coerente
all'utilità nei rapporti reciproci, essa non possiede la natura del
giusto. Se poi ciò che era utile secondo giustizia viene a decadere, pur
avendo per un certo tempo corrisposto alla prenozione del giusto, ciò
non vuol dire che non lo fosse durante quel tempo, se non ci si vuole
turbare per vane chiacchiere ma guardare sostanzialmente ai fatti.
38. Quando, senza che siano sopravvenute nuove circostanze, le cose
sancite dalla legge come giuste si rivelano nella pratica non
corrispondenti alla prenozione del giusto, vuol dire che in realtà non
erano giuste. M a quando, essendo sopravvenute nuove circostanze, quelle
cose che erano prescritte come giuste non sono più utili, allora bisogna
dire che esse sono state giuste fino a che sono state utili per la vita
in comune dei cittadini, e che in seguito, quando non sono state più;
utili, non sono state più nemmeno giuste.
39. Si è disposto nella maniera migliore contro il turbamento che
proviene dall'esterno colui che si è reso affini le cose possibili e non
del tutto estranee le impossibili. Quanto a quelle cose riguardo a cui
non ha avuto nemmeno tale potere, se ne è astenuto del tutto, fondandosi
su tutto ciò che è utile a tale scopo.
40. Tutti coloro che hanno avuto la possibilità di godere della massima
sicurezza nei riguardi di coloro che li circondavano, vivono in comunità
gli uni con gli altri nel modo più piacevole e nella più sicura fiducia;
e, pur nutrendo fra loro i più stretti legami, non piangono la dipartita
di quelli di loro che muoiono prematuramente, come se questi fossero da
compiangere.
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