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Nella disputa sull'immortalità dell'anima, attraverso lo scontro tra averroisti e alessandristi viene superata la concezione scolastico-metafisica dell'anima e — con Pomponazzi —emerge l'idea della psicologia come scienza empirica delle funzioni conoscitive dell'uomo.


Il problema dell'anima


Il tema dell'anima, con le difficoltà presenti nella sua definizione aristotelica, percorre la storia della filosofia dagli antichi sino al XVI secolo. Nel corso del tempo, soprattutto grazie al dibattito sull'anima dell'aristotelismo rinascimentale, la questione si sposta dalla metafisica alla psicologia.

È merito soprattutto di Pietro Pomponazzi (1462-1525) — che porta a compimento l'opera di "naturalizzazione" di Aristotele awiata dagli averroisti — se l'anima cessa di essere pensata come un'entità metafisica e, attraverso un'analisi empirica e sperimentale degli atti psichici e percettivi, viene concepita come una funzione del corpo che necessita di una specifica disciplina di studio, la psicologia come scienza della conoscenza.

Nel De anima Aristotele lascia irrisolte alcune questioni fondamentali concernenti l'immortalità dell'anima. Per lo Stagirita l'anima, nel suo complesso d'intelletto passivo (noùs pathetikós) e attivo (noùs poietikós), non può soprawivere alla corruzione del corpo; dunque possiamo dedurne la soprawivenza del solo intelletto attivo.

Ma l'intelletto attivo, che in quanto immutabile ed eterno pensa le forme separate dalla materia, in che rapporti è con la mente divina di cui si tratta nella Metafisica? Aristotele non lo spiega, né chiarisce se l'intelletto attivo sia individuale, e quindi se una parte dell'anima di ogni uomo sia immortale: il De anima, su questo, è ambiguo.

Per Alessandro d'Afrodisia l'intelletto attivo è immortale, in quanto è la mente divina: esso sovrasta l'anima individuale senza farne parte, dunque l'anima umana è senz'altro "mortale".

Per Averroè l'intelletto attivo è intermedio tra la mente divina e l'uomo, è "comune" agli uomini e implicato nell'anima individuale: quella parte dell'anima, che ascendendo all'intelletto attivo passa dall'individualità alla collettività (consentendo all'uomo di pensare alle nozioni comuni), è dunque "immortale".

Attraverso Sigieri di Brabante questa lettura giunge sino a Dante, suo grande estimatore, che la traduce nel primato della forma politica comunitaria (l'Impero) come garanzia della pace tra gli uomini.

Tommaso d'Aquino, invece, nega che l'anima abbia diverse componenti e che una parte possa essere separata dal resto: l'anima è, contro Averroè, "individuale" e al tempo stesso indipendente dal corpo (giacché pensa le forme autonomamente dalla percezione sensibile), e dunque è "immortale".

Tra il XV e il XVI secolo il dibattito sull'anima diventa il tema dominante nell'aristotelica, ma non dogmatica, università di Padova, a partire dalla nuova traduzione latina dei commenti al De anima di Averroè (1472) e del De anima di Alessandro d'Afrodisia (1495). Il "partito" averroista (Nifo, Achillini, Zimara) si fa talmente agguerrito da essere minacciato di scomunica dal vescovo di Padova (1489) nel caso dibatta la questione al di fuori dell'università. Ma anche nelle aule, e non solo a Padova, la disputa è accesa: la lezione pisana dell'aristotelico Porzio sui Meteorologica di Aristotele viene interrotta a gran voce dagli studenti che reclamano la trattazione dell'anima.

Ma cresce anche la fazione degli "alessandristi" (nelle cui fila Nifo, ora loro acerrimo awersario, ha brevemente militato), alla cui testa sono De Vio e Pomponazzi.

Né vanno dimenticati quegli interpreti che, pur senza schierarsi risolutamente (da Piccolomini a Cremonini), accrescono le fila dei partecipanti al dibattito, sino a Zabarella –nello specifico vicino a Pomponazzi – che individua con chiarezza come gli averroisti leggano l'aristotelica separazione dell'intelletto attivo dall'anima (che è un rapporto) con occhi platonici, intendendola come separazione (dunque differenza) ontologica.

Pomponazzi e la fondazione della psicologia