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LA FILOSOFIA PATRISTICA
NEI SECOLI III E IV
Caratteri del periodo
L'elaborazione dottrinale del cristianesimo, iniziata dagli apologisti per
difendere la comunità ecclesiastica contro persecutori ed eretici, viene
continuata e approfondita nei secoli successivi per una necessità interna, che
si afferma sempre più dominante nel campo stesso della Chiesa. In questa
successiva elaborazione dominano meno i motivi polemici e più l'esigenza di
costituire la dottrina ecclesiastica in un organismo unico e coerente, fondato
su una solida base logica. La parte della filosofia diventa perciò sempre
maggiore. La continuità che gli apologisti orientali, a cominciare da Giustino,
avevano stabilita fra il cristianesimo e la filosofia pagana si rinsalda e si
approfondisce.
Il cristianesimo si presenta come la filosofia autentica che assorbe e porta
alla verità il sapere antico, del quale può e deve servirsi per trarre elementi
e motivi della propria giustificazione. Le dottrine fondamentali del
cristianesimo trovano, mediante questo lavorio, la loro sistemazione definitiva.
Il periodo che va dal 200 al 450 circa è decisivo per la costruzione dell'intero
edificio dottrinale del cristianesimo. Le speranze escatologiche delle numerose
sètte cristiane, che avevano dominato nel periodo precedente, vengono meno.
Se di fronte all'imminente ritorno del Cristo, il lavoro lungo e paziente della
ricerca dottrinale sembrava pressoché inutile e prendevano il primo posto i riti
preparatori e propiziatori, venuta meno la speranza di questo ritorno, la
ricerca dottrinale diventa la prima e fondamentale esigenza della Chiesa, quella
che deve garantirne l'unità e la solidità nella storia.
Il primo impulso a tale ricerca fu dato dalla scuola catechetica di Alessandria,
che esisteva già da tempo quando, nel 180, ne divenne capo PANTENO che le dette
il carattere di un'accademia cristiana nella quale l'intera sapienza greca
veniva utilizzata per gli scopi apologetici del cristianesimo. La scuola
raggiunse il suo massimo splendore con Clemente e Origene; ma quando, nel 233,
Origene cercò in Palestina una nuova patria e aprì a Cesarea la sua scuola,
questa soppiantò l'altra e divenne la sede della grande biblioteca che fu la più
ricca di tutta l'antichità cristiana.
Clemente Alessandrino
TITO FLAVIO CLEMENTE nacque intorno al 150 probabilmente in Atene. Passato al
cristianesimo viaggiò in Italia, in Siria, in Palestina e finalmente in Egitto.
Ad Alessandria, poco prima del 180, divenne scolaro di Panteno e in seguito
prete di quella Chiesa. Dal 190 circa, fu collaboratore ed aiuto
nell'insegnamento di Panteno e dopo la morte di questi (verso il 200) divenne
capo della scuola catechetica. Nel 202 o 203 fu costretto a lasciare Alessandria
per la persecuzione di Settimio Severo; verso il 211 era nell'Asia Minore presso
il suo scolaro Alessandro, che fu poi vescovo di Gerusalemme: in una lettera di
Alessandro a Origene del 215 o 216 si parla di Clemente come di un padre già
morto (EUSEBIO, Hist. eccl., VII, 14, 8-9).
I tre scritti che ci rimangono di Clemente, Protrettico ai Greci, Pedagogo e
Tappeti, furono da lui concepiti come tre parti di un disegno unico, di una
progressiva introduzione al cristianesimo. Il Protrettico, o esortazione ai
Greci, si avvicina molto nel contenuto e nella forma alla letteratura
apologetica del II secolo. Il Pedagogo, in tre libri, mira ad educare alla vita
cristiana il lettore che si è già allontanato dal paganesimo. I Tappeti o
Stromata cioè «tessuti di commentari scientifici sulla filosofia» dovevano avere
il còmpito di esporre scientificamente la verità della rivelazione cristiana. È
andata perduta l'opera intitolata Ipotiposi (schizzi o abbozzi) e ci è rimasta
un'omelia dal titolo Quale ricco si salverà?
Il primo còmpito di Clemente è quello di elaborare il concetto stesso di una
gnosi cristiana. Non c'è dubbio che la conoscenza sia il termine più alto cui
l'uomo possa giungere. Essa è il compimento (teleiosis) dell'uomo: essa è la
salda e sicura dimostrazione di ciò che è stato accettato per fede e di fronte
ad essa la fede è solo la conoscenza abbreviativa e sommaria delle verità
indispensabili (Strom., VII, 10). Ma, dall'altro lato, la fede è condizione
della conoscenza. Tra fede e conoscenza c'è lo stesso rapporto che gli Stoici
stabilivano tra la prolepsi, cioè la conoscenza preliminare dei primi principi,
e la scienza: come la scienza presuppone la prolepsi così la gnosi presuppone la
fede.
La fede è così necessaria alla conoscenza come i quattro elementi sono necessari
alla vita del corpo (Ib., II, 6). Fede e conoscenza non possono sussistere l'una
senza dell'altra (Ib., Il, 4). Ma per giungere dalla fede alla conoscenza è
necessaria la filosofia. La filosofia ha avuto per i Greci lo stesso valore che
per gli Ebrei ha avuto la legge del Vecchio Testamento: li ha condotti a Cristo.
Clemente ammette, come Giustino, che in tutti gli uomini, ma specialmente in
quelli che si sono dedicati alla speculazione razionale, è presente un «efflusso
divino», una «scintilla del Logos divino» che fa scoprire ad essi una parte
della verità, per quanto non li renda capaci di raggiungere la verità intera,
che viene rivelata solo dal Cristo (Protr., 6, 10; 7, 6). Certamente, i filosofi
hanno mescolato il vero con il falso; si tratta, allora, di scegliere nelle loro
dottrine quello che c'è di vero, tralasciando il falso, e la fede fornisce il
criterio di questa scelta (Strom., II, 4). La filosofia deve essere in questo
senso l'ancella della fede, come Agar di Sara. In questa subordinazione della
filosofia alla fede sta il carattere della gnosi cristiana. La gnosi degli
Gnostici è la falsa gnosi perché stabilisce tra filosofia e fede il rapporto
inverso: se allo gnostico fosse data la scelta tra la gnosi e la salvezza eterna,
egli sceglierebbe la gnosi, perché la giudica superiore ad ogni cosa (Ib., IV,
22).
Questo concetto della gnosi influisce potentemente sulle dottrine teologiche di
Clemente. Il cristianesimo è l'educazione progressiva del genere umano e Cristo
è essenzialmente il Maestro, il Pedagogo. Tale interpretazione diventa
predominante nella Chiesa a misura che vengono meno le speranze nell'immediato
ritorno del Cristo e quindi nell'imminente distruzione o rigenerazione del mondo.
Al concetto di una rigenerazione istantanea si sostituisce quello della
rigenerazione graduale che deve verificarsi attraverso la storia con
l'assimilazione e la comprensione progressiva dell'insegnamento del Cristo.
Questa interpretazione, già chiara in Clemente, dominerà tutta l'opera di
Origene.
Di fronte a Dio, che è inattingibile perché supera ogni parola e ogni pensiero e
di cui possiamo sapere ciò che non è, più di ciò che è, il Logos è la sapienza,
la scienza, la verità, e, come tale la guida di tutta l'umanità (Ped., 1, 7). Il
Logos è l'alfa e l'omega perché tutto muove da lui e tutto ritorna a lui
(Strom., IV, 25).
L'azione stessa dello Spirito Santo è subordinata al Logos giacché lo Spirito è
la luce della verità, luce della quale partecipano, senza moltiplicarla, tutti
quelli che hanno la fede (16., IV, 16). Come supremo maestro il Logos è anche la
guida e la norma della condotta umana. La massima stoica del vivere secondo
ragione assume in Clemente il significato di vivere secondo l'insegnamento del
Figlio di Dio (Ib., VII, 16). Ma obbedire al Logos significa amarlo;
l'obbedienza e l'amore sono condizionati dalla conoscenza. Alla fede è data la
conoscenza, alla conoscenza l'amore, all'amore il premio celeste (Ib., VII, 10).
Origene: vita e scritti
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Seguaci e avversari di Origene
Scolaro di Origene fu DIONIGI di Alessandria, al quale Eusebio dà la
qualifica di grande. Dal 231-32 fu a capo della scuola catechetica di
Alessandria succedendo ad Eracla; nel 247-48 divenne vescovo della città e morì
nel 264 o 265. I Discorsi sulla natura, di cui Eusebio ci ha conservato
frammenti, erano diretti contro l'atomismo di Democrito e degli Epicurei. Fra le
numerose Lettere, di cui molte trattano questioni dogmatiche o disciplinari,
quelle scritte contro il sabellianisino accentuavano la differenza del Logos da
Dio Padre, facendo di lui una creazione del Padre. Ma in un'opera successiva
intitolata Confutazione e difesa abbandonava la sua interpretazione e ne dava
un'altra del tutto ortodossa.
Scolaro di Origene fu pure GREGORIO il Taumaturgo, nato verso il 213 a
Neocesarea nel Ponto, che fu poi vescovo della sua città natale e morì al tempo
di Aureliano (270-75). Due biografie, una di Gregorio Nisseno, l'altra siriaca
che è un rimaneggiamento della prima, narrano una serie di storie miracolose che
spiegano il suo soprannome. Gregorio è autore di un Discorso di ringraziamento,
nel quale si esalta l'opera di maestro di Origene, di uno scritto A Teopompo
sulla capacità e incapacità di patire di Dio, conservato solo in siriaco e nel
quale si discute la questione se l'impassibilità di Dio implichi la sua
noncuranza degli uomini; e di altri scritti minori, esegetici e dogmatici. A lui
viene pure attribuito il breve trattato Sull'anima, a Taziano che esamina la
natura dell'anima al di fuori di ogni prova desunta dalle Scritture.
Noto soprattutto come storico dei primi secoli della Chiesa è EUSEBIO vescovo di
Cesarea, nato nel 265, morto nel 340. Scolaro di PANFILO, del quale per
riconoscenza assunse il nome (Eusebio di Panfilo), gli fu compagno quando il
maestro fu messo in carcere, e, insieme con lui, compose una Apologia di Origene
in 5 libri dei quali rimane solo il primo in un rimaneggiamento di Rufino.
Eusebio è autore di una cronaca che porta il titolo di Storia varia e di una
Storia ecclesiastica che va fino al 323 ed è un ricchissimo archivio di fatti,
documenti ed estratti di opere di ogni specie, della prima età della Chiesa.
Egli ha scritto inoltre un panegirico ed un elogio dell'imperatore Costantino,
del quale fu amico entusiasta.
Le opere dogmatiche Contro Marcello e Sulla teologia ecclesiastica mostrano una
spiccata tendenza all'arianesimo, di cui difende la tesi fondamentale della non
identità di natura tra il Padre e il Logos. Le opere apologetiche Preparazione
evangelica, in 15 libri, e Dimostrazione evangelica, in 20 libri (dei quali però
ci rimangono solo i primi 10) mirano a dimostrare la superiorità del
cristianesimo sul paganesimo e sul giudaismo. Un estratto di queste due opere è
lo scritto Sulla teofania, in 5 libri, di cui esistono frammenti in greco e una
versione siriaca completa. Rimangono di Eusebio altre opere apologetiche (Introduzione
generale elementare; Contro Gerocle) e parti o frammenti della sua vasta opera
esegetica delle Sacre Scritture. Lo scritto filosoficamente più significativo è
la Preparazione evangelica, nella quale Eusebio utilizzando la ricca biblioteca
di Cesarea ha accumulato un vastissimo materiale di estratti di scritti greci,
che spesso sono preziosi anche per noi, essendo andate perdute le opere da cui
furono desunti. Quest'opera è dominata dalla convinzione che filosofia e
rivelazione sono identiche e che nel cristianesimo ha trovato piena espressione
la verità che era già balenata ai filosofi greci. E' la stessa convinzione che
aveva animato Giustino, Clemente e Origene e che dominerà l'opera di S. Agostino.
Quell'identità sembra ad Eusehio evidente soprattutto per tutto ciò che riguarda
il platonismo. Platone è da lui considerato come un profeta (XIII, 13) o come un
«Mosè atticizzante» (XI, 10).
Platone e Mosè vanno d'accordo e hanno le stesse idee; Platone ha conosciuto la
Trinità divina perché ha messo accanto a Dio ed al Logos l'anima del mondo (XI,
16). Nelle dottrine etiche e pedagogiche coincidono Platone e Mosè, Platone e S.
Paolo; e la stessa repubblica platonica ha trovata la sua realizzazione nella
teocrazia giudaica (XIII, 12). Tuttavia Platone rimane ancorato al politeismo e
ammette il dualismo di Dio e della materia eterna, che è inconciliabile con il
cristianesimo; egli è dunque giunto al vestibolo della verità, non alla verità
stessa (XIII, 14). Questa viene rivelata dal cristianesimo, che perciò è la vera
e definitiva filosofia. Nel cristianesimo non solo gli uomini sono filosofi ma
anche le donne; i ricchi come i poveri, gli schiavi come i padroni (I, 4). Che
la filosofia greca abbia potuto raggiungere tanti elementi della verità
cristiana si spiega con la sua derivazione dalle fonti ebraiche (X, 1); o forse
anche perché Platone è stato indirizzato alla verità dalla natura stessa delle
cose o da Dio (Xl, 8).
Avversario di Origene fu, invece, MET0DIO, vescovo di Filippi, che morì martire
verso il 311. Contro Origene era diretto il suo scritto Sulle cose create di cui
ci rimangono frammenti. Egli è poi autore di tre dialoghi di foggia platonica:
Convito o sulla verginità; Sul libero arbitrio, che in gran parte ci è stato
tramandato in greco e in una versione slava, e Sulla resurrezione, del quale
esistono frammenti del testo greco e una versione slava raccorciata. Per
dimostrare l'eternità del mondo, Origene aveva detto che se non ci fosse il
mondo, Dio non sarebbe il creatore e il Signore. Metodio oppone che allora Dio è
di per sé incompiuto e raggiunge la sua perfezione solo attraverso il mondo: il
che è contrario al principio, posto dallo stesso Origene, che Dio è di per se
stesso perfetto (De creatis, 2). Contro la dottrina di Origene, secondo la quale
gli uomini e gli angeli esistevano nel mondo intellegibile come sostanze
spirituali dello stesso genere e che solo con la caduta si sono differenziati,
Metodio difende la differenza tra le anime umane e gli angeli e nega la
preesistenza delle anime umane al corpo (De resurrect., 10-1 1). Nello scritto
sul libero arbitrio egli nega che il male dipenda da una materia eterna (che era
dottrina gnostica) e afferma che esso è prodotto dalla volontà libera della
creatura razionale.
Buona parte dell'attività speculativa nel secolo IV fu messa al servizio della
disputa sull'arianesimo.
ARIO (morto nel 336) aveva affermato che il Logos o Figlio di Dio è stato creato
dal nulla esattamente come tutte le altre creature e che quindi non è eterno. Se
è detto nelle Sacre Scritture Figlio di Dio, è tale nel senso in cui lo sono
tutti gli uomini. La sua natura pertanto è differente da quella del Padre; la
sua sostanza è diversa.
Di Ario ci ha conservato alcuni frammenti il suo grande oppositore ATANASIO.
Nato intorno al 295, Atanasio ebbe una parte predominante nella condanna che il
primo Concilio ecumenico della Chiesa, tenuto a Nicea nel 325, pronunciò
sull'arianesimo. Ma la sentenza del Concilio non venne riconosciuta subito e la
polemica tra i cristiani continuò per molto tempo. Atanasio, che era stato
creato vescovo di Alessandria, subì persecuzioni e condanne per opera degli
ariani e morì il 2 maggio 373 ad Alessandria. La parte più notevole
dell'attività letteraria di Atanasio è quella dedicata alla polemica contro
l'arianesimo: Discorsi contro gli ariani, Lettere a Serapione, Libro sulla
Trinità e sullo Spirito Santo. Egli scrisse anche opere storico-polemiche,
esegetiche ed ascetiche e due apologie, Discorso contro i Greci e Discorso sulla
incarnazione del Verbo, che sono due parti di un unico scritto. Atanasio afferma
energicamente l'identità di natura del Figlio con il Padre: se il Figlio fosse
una creatura, non potrebbe riunire a Dio le creature perché avrebbe a sua volta
bisogno di questa unione. Il Figlio ha in comune con il Padre tutta la pienezza
della divinità e partecipa della sua stessa potenza. Lo Spirito Santo procede
insieme dal Padre e dal Figlio. C'è pertanto una sola divinità ed un solo Dio in
tre persone. Le formulazioni di Atanasio costituirono la dottrina ufficialmente
accettata dalla Chiesa al Concilio di Nicea.
Questa dottrina ebbe come difensori «i tre luminari di Cappadocia”: Basilio il
Grande, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa. Basilio fu soprattutto uomo di
azione, Gregorio di Nazianzo oratore e poeta, Gregorio di Nissa pensatore.
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