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Retorica
(gr. rhetoriké [téchne]
'arte del dire', < eíro `dico')
1.
La denominazione si applica sia a un insieme di pratiche discorsive (retorica
interna: insita nel parlare), sia alla disciplina che se ne occupa (retorica
esterna). Le pratiche consistono nei procedimenti organizzativi del discorso,
nei tratti che caratterizzano le scelte espressive e comunicative dei parlanti,
incluso il silenzio. La disciplina comprende il complesso delle dottrine, delle
tecniche e dei precetti accumulatisi nei duemilacinquecento anni della sua
esistenza. L'opposizione esterna /interna corrisponde in parte a quella classica
tra rhetorica utens (l'impiego dei mezzi di persuasione) e rhetorica docens (l'analisi
prescrittiva dei medesimi). È all'esercizio del parlare che si applica il nome
di retorica (e l'aggettivo corrispondente) in senso negativo, come sinonimo di
vaniloquio, insincerità, cura delle apparenze a scapito della sostanza,
esibizione di falsi ornamenti, di stereotipi, di espressioni altisonanti e vuote,
ecc.: conseguenze tutte delle degenerazioni della precettistica retorica,
ridottasi, col tempo, a un culto pedantesco della forma, privo di valore
dottrinale. La precettistica ebbe come supporto la descrizione delle strategie
comunicative; perciò la retorica, dall'antichità al sec. XIX, fu « scienza del
discorso», complemento e controparte della grammatica. Le sue prescrizioni
miravano a far funzionare nella maniera ottimale i dispositivi della produzione
di testi, sui piani del contenuto e dell'espressione, in vista dei fini precipui,
persuadere e convincere, per cui la retorica aveva avuto origine come pratica
(in lat. eloquentia) e come teoria.
Donde la fisionomia storica della retorica come « arte del persuadere »,
divenuta, da Quintiliano in poi, « ars bene dicendi » 'arte (e tecnica) del
parlar bene'. La distinzione tra la capacità di parlare in modo efficace e
persuasivo, cioè di essere eloquente, e la codificazione delle norme applicando
le quali ci si poteva esprimere con eloquenza fu ben chiara agli antichi Greci e
Romani. Nell'ambito della facoltà, si distingueva l'eloquenza spontanea, frutto
di virtú nativa, da quella regolata, derivante dallo studio e dall'applicazione
delle norme codificate dalla retorica. L'origine di questa e del suo
insegnamento (nella civiltà occidentale, s'intende) si faceva risalire appunto
alla necessità di fornire le conoscenze indispensabili all'attività oratoria e
un metodo alla medesima.
2.
Il potere dell'eloquenza è esplicitamente dichiarato già nei poemi omerici, ma
la retorica come disciplina sarebbe nata, secondo una tradizione, a Siracusa,
nel sec. V a. C., dall'insegnamento di Corace e Tisia, in occasione di processi
per la rivendicazione di proprietà confiscate. Secondo un'altra tradizione,
accreditata da Aristotele stesso, a sottolineare il valore psicagogico (`trascinatore
degli animi') proprio dell'eloquenza come magia della parola, quale era stata
coltivata nell'ambiente pitagorico, il fondatore della retorica sarebbe stato
Empedocle di Agrigento (sec. V a. C.), filosofo in fama di mago. Formalizzata
dai sofisti nelle tecniche dell'antilogia, cioè del contraddire, che si giovava
dell'orthoépeia 'proprietà di espressione' generatrice di efficacia dimostrativa,
e si esercitava nell'eristica o 'arte del contendere', la retorica fu avversata
da Platone, che le contrappose la dialettica e la condannò a una denigrazione di
cui fu il primo a determinare i motivi.
Dal suo maggior teorico, che fu Aristotele, la retorica fu intesa come «
scoperta dei mezzi di persuasione intorno a ciascun argomento » ed ebbe fissate
le procedure in parallelo con la dialettica. Fu Aristotele a rendere sistematica
una tipologia dei discorsi già operante nelle piú antiche manifestazioni
dell'arte del dire: la tripartizione dei "generi" basata sui destinatari e sulle
circostanze: deliberativo (nelle assemblee politiche), giudiziario (nei processi),
epidittico.
La storia della retorica classica si intreccia con quella delle istituzioni
politiche, giuridiche e letterarie e delle ideologie del mondo antico [cfr.
Kennedy 1963 e 1972] e, nelle sue propaggini postclassiche, con le vicende della
catechesi cristiana e della cultura medioevale [cfr. Murphy 1974],
rinascimentale e barocca [cfr. Fumaroli 1980], fino al suo naufragio tra Otto e
Novecento, quando, divenuto il suo nome l'equivalente « di artificio,
d'insincerità, di decadenza » si oscurò il suo ruolo storico di «denominatore
comune della nostra civiltà» [Marrou 1948], di sistema culturale protratto
attraverso il divenire delle istituzioni letterarie e le esperienze creative di
autori e scuole [cfr. Battistini e Raimondi 1990].
Il cammino della retorica è segnato da fratture, restrizioni e contaminazioni di
campo. Già nel medioevo le pertinenze giuridiche dominanti nell'età classica e
le applicazioni letterarie, incrociate con quelle dettate dalla poetica,
occupavano due tronconi separati. Nel Cinquecento, e per opera specialmente di
Pierre de la Ramée (Petrus Ramus), divenne istituzionale la scissione tra
dialectica o logica (in cui . confluivano le tecniche argomentative) e rhetorica,
ristretta a normativa dello stile e della dizione. Tuttavia nella manualistica e
nell'insegnamento scolastico i due settori continuarono ad essere trattati
insieme.
La scissione è divenuta permanente alla metà del sec. XX, con la rinascita della
retorica, a cui contribuí piú d'ogni altro il Trattato dell'argomentazione di
Perelman e Olbrechts-Tyteca [1958], intitolato appunto « La nuova retorica ». Il
versante dell'argomentazione ha avuto sviluppi autonomi [cfr. Toulmin 1958], che
non si richiamano a modelli classici. L'altra grande ramificazione delle
neoretoriche è costituita dalle ricerche linguistico-letterarie sulle figure del
discorso, in coabitazione con la storia e la teoria della letteratura e con la
poetica.
3.
Le delimitazioni del dominio retorico si individuano attraverso i rapporti con
le discipline con le quali la retorica si è confrontata durante il suo sviluppo
storico. Alla filosofia, alle procedure della logica e della dialettica, la
retorica fu contrapposta sulla base del contrasto tra "vero" e "verosimile", tra
epistéme 'scienza' e dóxa 'opinione': mentre le argomentazioni logiche miravano
a conclusioni necessarie e inconfutabili, le argomentazioni retoriche non
potevano arrivare ad altro che a conclusioni probabili e confutabili.
Oggi il dibattito filosofico riferibile all'opposizione logica /retorica [cfr.
Preti 1968] si svolge specialmente sul terreno epistemologico, riguardo ai
rapporti tra retorica e metodi della ricerca scientifica, alla costruzione di
modelli cognitivi con implicazioni nell'ambito dell'intelligenza artificiale.
Rispetto alla poetica, la retorica fu "arte del discorso prosastico":
dall'originaria specializzazione del "parlare in pubblico", cioè dell'oratoria
politica, giudiziaria, encomiastica, all'elaborazione delle tecniche del parlare
e dello scrivere appropriato ed efficace, prima strumentali all'oratoria, poi
inclusive di questa.
La retorica governò e insegnò il «parlare ornato » (ornatus) come veicolo di
persuasione opposto al parlare ordinario. Su questo terreno funzionò come
stilistica (elocutio), complementare, su un piano piú alto, alla grammatica, e
impegnata nel distinguere dalla povertà espressiva (inopia) l'elegante
semplicità derivante dalla padronanza dei mezzi compositivi, dal culto
dell'espressione essenziale. In quest'ambito si sono mosse, dal romanticismo in
poi, le reazioni agli eccessi di una precettistica ridotta a cosmesi di
contenuti spesso insignificanti e a incentivo di una pratica parolaia degenere.
Da tali reazioni nacque la cosiddetta "retorica dell'antiretorica", esibizione
di spontaneismo e di insofferenza delle regole, rivendicazione dí libertà
espressiva, ma nello stesso tempo dimostrazione involontaria dell'onnipresenza
della retorica interna. È l'esistenza di quest'ultima che giustifica l'impiego
persistente della qualifica di "retorici" per fenomeni che oggi ricadono sotto
la giurisdizione di discipline diverse dalla retorica esterna (cfr., per es. la
denominazione di "unità retoriche" per le articolazioni del testo, nell'ambito
della linguistica testuale).
Rispetto all'ermeneutica, scienza dell'interpretazione, la retorica fu teoria
della produzione del testo, rivolta al parlante colto, creatore di testi, non ai
fruitori dei medesimi, benché i tipi di discorso fossero modellati sui
destinatari (emittente /destinatario). Fu « somma di regole, meccanismo di
generazione. Di qui il suo carattere "tecnologico" e classificatorio e il suo
orientamento pratico» [Lotman 1980]. Dalle delimitazioni del campo dipende
l'individuazione dell'oggetto di studio e delle pertinenze della retorica. Per
chi la concepisce come teoria dell'argomentazione [cfr. Perelman e
Olbrechts-Tyteca 1958], i congegni testuali, gli usi figurati, ecc. interessano
solo quando hanno valore argomentativo; se non servono ai bisogni
dell'argomentazione sono ritenuti materia di analisi stilistica, o
linguistico-pragmatica, o letteraria in senso lato. Se, viceversa, per retorica
si intende lo studio del linguaggio figurato [cfr. Gruppo ́ 1970], si ritengono
di sua specifica competenza i significati traslati (tropo), gli "effetti
speciali" della lingua in ogni tipo di testo, compresi, ma non privilegiati, i
testi argomentativi. Il che dà luogo a tassonomie di figure (figura) e di mezzi
espressivi, con ibridazioni di retorica e stilistica, ad applicazioni della
topica letteraria, alimentando gli studi, mai dismessi, della tradizione
retorica [cfr. Lausberg 19732 e 1949].
Quando si tende a una visione storicamente e filologicamente corretta di autori
e fatti del passato, non si può fare a meno di un reticolo di nozioni che hanno
fortemente contribuito a modellare la visione della realtà anche da parte di
coloro che piú vivacemente si sono ribellati alla "tirannia" dell'arte del
parlare ornato. Se si promuove la retorica a teoria generale della comunicazione,
le si assegnano oggetti e compiti difficilmente separabili da quelli della
pragmatica linguistica.
In prospettiva linguistico-testuale si tende a chiamare retorica una "grammatica
del discorso" le cui regole (interfrastiche) riguardano argomenti come
l'organizzazione del discorso da un punto di vista comunicativo, la descrizione
e il collegamento delle unità di contenuto che troviamo organizzate nelle
singole frasi, ecc.
Da un punto di vista semiotico essa potrà comprendere sia le regole della
costruzione del discorso, su un livello superiore e non omologabile a quello
della frase ( linguistica testuale), sia la « poetica del testo» [cfr. Lotman
1980], col compito di occuparsi di molteplici codici interagenti, della
comunicazione multimediale, ecc.
Nei campi giuridico e filosofico le pertinenze della retorica variano: da
prevalentemente strumentali nel primo a modellizzanti in sistemi diversi nel
secondo [cfr., per es., Melandri 1968; White 1973; Ricceur 1975; Valesio 1986].
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