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L'ARISTOTELISMO RINASCIMENTALE

I problemi della tradizione aristotelica nell'età dell'Umanesimo

Le interpretazioni basilari dell'Aristotelismo sono state tre.

a La prima interpretazione è quella alessandrista, risalente all'antico commentatore di Aristotele Alessandro di Afrodisia: Alessandro sosteneva che nell'uomo è presente l'intelletto potenziale, ma che l'intelletto agente è la stessa Causa suprema (Dio) la quale, illuminando l'intelletto potenziale, rende possibile la conoscenza. Così essendo, non c'è posto per un'anima immortale, dato che essa dovrebbe coincidere con l'intelletto agente (le recenti interpretazioni hanno portato a riconoscere la presenza di una certa forma di immortalità in Alessandro, ma impersonale, e di carattere del tutto atipico; in ogni caso, un'immortalità impersonale non poteva interessare i cristiani).

b Nell'XI secolo Averroè sottopose le opere aristoteliche a poderosi commenti, che ebbero larga fortuna. Caratteristica dell'interpretazione averroista era la tesi secondo la quale esisterebbe un intelletto unico per tutti gli uomini e separato. Cadeva così ogni possibilità di parlare di immortalità dell'uomo, essendo immortale solamente l'Intelletto unico. Tipica di questa corrente era poi la cosiddetta dottrina della doppia verità, che distingueva le verità accessibili alla forza della ragione da quelle accessibili per sola fede.

e L'interpretazione tomistica, che aveva tentato una grandiosa conciliazione fra il verbo aristotelico e la dottrina cristiana.

Nell'età del Rinascimento tutte queste interpretazioni vengono riproposte. Tuttavia oggi si tende a contestare la validità di un tale schema di comodo, rilevando come la realtà sia assai complessa e come non vi sia nessuno degli Aristotelici che si possa dire seguace di una di queste tendenze in tutti i punti, e come sui singoli problemi gli schieramenti dei vari pensatori mutino con grande varietà di combinazione. Si tratta dunque di una divisione da usare con estrema cautela.

Per quanto concerne le tematiche, ricordiamo che, a causa della struttura dell'insegnamento universitario, gli Aristotelici dell'età rinascimentale si occuparono soprattutto dei problemi logico - gnoseologici e dei problemi fisici (la politica, l'etica e la poetica restarono retaggio degli Umanisti filologi).

Per quanto riguarda le fonti del conoscere, gli Aristotelici distinsero:

a l'autorità di Aristotele;
b il ragionamento applicato ai fatti;
c l'esperienza diretta.

Ma a poco a poco essi cominciarono a prediligere quest'ultima, tanto che gli studiosi ritengono che si possano definire (almeno tendenzialmente) come «empiristi».
Inoltre, approfondirono i problemi logici e metodologici con discussioni ad alto livello, e la Scuola padovana coniò addirittura l'espressione «metodo scientifico».
Tutti i concetti della fisica aristotelica furono analiticamente discussi. Ma, su questo terreno, l'impianto generale della cosmologia dello Stagirita, che distingueva il mondo celeste fatto di etere incorruttibile da quello terrestre costituito da elementi corruttibili, non permetteva progressi notevoli, imponendo la rigorosa separazione dell'astronomia dalla fisica. Inoltre la teoria dei quattro elementi qualitativamente determinati e delle forme rendeva impossibile la quantificazione della fisica e l'applicazione della matematica.

Molto commentato e discusso fu il trattato De anima, con la relativa dottrina dell'anima (che nello schema aristotelico rientrava nell'ambito della problematica fisica, almeno per la parte fondamentale).

Ma un punto merita di essere rilevato con speciale attenzione. In passato si è dato alla dottrina della doppia verità, ripresa in età rinascimentale, un significato inesatto, che va ridiscusso a fondo. Gli studiosi hanno giustamente richiamato l'attenzione sul fatto che il rapporto fra teologia e filosofia costituì un problema scoppiato repentinamente nel XIII secolo in seguito all'incontro della teologia, che si era costituita su basi logiche come insieme coerente di dottrine, con la filosofia di Aristotele, che costituiva a sua volta un complesso di dottrine coerenti, e da questo incontro erano scaturiti contrasti di vario genere.

Il tentativo di sintesi proposto da Tommaso era stato ben presto contestato: Scoto e Ockham avevano allargato il solco che separa la scienza dalla fede, e Sigieri di Brabante aveva avanzato quella teoria della doppia verità che gli Averroisti latini fecero propria e che fu sostenuta da alcuni Aristotelici fino al Seicento.

Ebbene, che cosa significa «doppia verità»? Paul Kristeller così riassume i risultati dei propri studi in merito, e con essi risulta allineata la critica recente: «Questa posizione non dice, come si legge spesse volte, che una cosa può essere vera in filosofia, per quanto l'opposto sia vero in teologia, ma dice semplicemente che una cosa può essere più probabile secondo la ragione e secondo Aristotele, per quanto l'opposto debba essere accettato come vero sulla base della fede. Questa posizione è stata criticata come insostenibile o insincera da molti storici cattolici o anticattolici. Infatti l'accusa d'ipocrisia piace a molti, ma è difficile provarla, e finora non è stata giustificata con argomenti sufficienti. Certamente la posizione ha le sue difficoltà, ma non mi sembra assurda, e offre una via d'uscita, almeno apparente, da un dilemma che si presenta difficile a un pensatore che vuole attenersi nello stesso tempo alla fede e alla ragione, alla religione e alla filosofia. Può darsi che questa posizione non ci soddisfi come ragionamento, ma dobbiamo rispettarla almeno come un'espressione problematica d'un autentico conflitto intellettuale. Certamente questa posizione ci aiuta a tracciare una linea di distinzione molto chiara tra la filosofia e la teologia, e a riservare per la filosofia una certa misura di indipendenza di fronte alla teologia. Quindi è logico che questa posizione sia stata difesa, sia a Parigi che a Padova e nelle altre università italiane, da quei filosofi di professione che non furono nello stesso tempo anche dei teologi. La teoria quindi ebbe la sua parte nell'emancipazione della filosofia (e delle scienze) dalla teologia. Non credo che la teoria della doppia verità come tale sia stata un'espressione consapevole del libero pensiero, come si è affermato dai suoi nemici e ammiratori nei tempi recenti, ma certamente preparò la strada ai liberi pensatori d'una epoca posteriore, specialmente a quelli del Settecento, che abbandonarono la teologia e la fede, e che approfittarono d'una tradizione che aveva stabilito la ricerca puramente razionale come impresa indipendente».

Questi chiarimenti sono la migliore premessa per poter intendere una serie di pensatori peripatetici, a partire dal più noto di essi.

Pietro Pomponazzi


Altri filosofi rinascimentali seguaci di Aristotele

Dopo Pomponazzi, fra gli Aristotelici si segnalarono ancora i nomi di Andrea Cesalpino, Jacopo Zabarella, Cesare Cremonini, Giulio Cesare Vanini.
Abbiamo sopra detto che hanno ragione quanti sostengono che l'Aristotelismo rinascimentale merita maggior considerazione di quanto ne abbia goduta in passato e che esso costituisce una componente indispensabile per capire l'epoca. Questo è, di per sé, certamente esatto. Per il momento, tuttavia, siamo ancora lontani da una conoscenza precisa dei rapporti sussistenti fra i due rami dell'Aristotelismo: quello fatto rivivere dagli Umanisti letterati, che è l'Aristotele etico-politico, e l'Aristotele logico-naturalistico delle Università.

Resta, comunque, che il tono generale dell'epoca è dato soprattutto dal Platonismo, e che l'Aristotelismo, nella generale dialettica del pensiero rinascimentale, funge prevalentemente da antitesi. Glí stessi filosofi del Cinquecento i quali si rivolsero alla Natura in prima istanza, non solo non trarranno alcun conforto dalle pagine di Aristotele, ma ne avranno fastidio:

Telesio troverà Aristotele, a un tempo, troppo poco fisico e troppo poco metafisico;
Bruno lo troverà «un miserando vecchio», «precipite, curvo, gobbo, piagato, a mo' d'Atlante, in avanti, oppresso dal peso del cielo, sicché non può vederlo»;
mentre gli abitanti della Città del Sole di Campanella, che esprimono le idee del filosofo, «son nemici d'Aristotele, l'appellano pedante».