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Aristotele
L'anima
Una parte della fisica è quella che studia l'anima. L'anima è oggetto della
fisica in quanto è forma incorporata nella materia; le forme di questo generi
sono appunto, studiate dalla fisica, mentre la matematica studia le forme
astratte o separate dalla materia. L'anima è una sostanza che informa e vivifica
un determinato corpo. Essa è definita come «l'atto (entetechia) primo di un
corpo che ha la vita in potenza». L'anima sta al corpo come l'atto della visione
sta all'organo visivo: è la realizzazione finale della capacità che è propria di
un corpo organico. Come ogni strumento ha una sua funzione, che è l'atto o o
attività dello strumento (come, per esempio, funzione della scure è di
tagliare), così il corpo in quanto strumento, ha come sua tunzione quella di
vivere e di pensare; e l'atto di questa funzione è l'anima.
Aristotele distingue tre funzioni fondamentali dell'anima:
a) la funzione vegetativa che è la potenza nutritiva e riproduttiva ed è propria
di tutti gli esseri viventi a cominciare dalle piante; b) la funzione sensitiva
che comprende la sensibilità e il movimento ed è propria degli animali e
dell'uomo; e) la funzione intellettiva che è propria dell'uomo. Le funzioni più
elevate possono far le veci delle funzioni inferiori, ma non viceversa; così
nell'uomo l'anima intellettiva compie anche le funzioni che negli animali sono
compiute dall'anima sensitiva e nelle piante da quella vegetativa.
Oltre i cinque sensi specifici, ognuno dei quali fornisce particolari sensazioni
(colori, suoni, sapori, ecc.), c'è un senso comune cui Aristotele attribuisce
una duplice funzione:
I ) quella di costituire la coscienza della sensazione, cioè «il sentir di
sentire,» che non può appartenere ad alcun senso particolare; 2) quella di
percepire le determinazioni sensibili comuni a più sensi come il movimento, la
quiete, la figura, la grandezza, il numero e l'unità. La sensazione in atto
coincide con l'oggetto sensibile: per esempio, l'udire il suono e il suono
stesso coincidono. In tal senso si può dire che se non ci fossero i sensi, non
ci sarebbero gli oggetti sensibili (se non ci fosse la vista, non ci sarebbero i
colori). Non ci sarebbero in atto: ci sarebbero bensì in potenza, perché essi
coincidono con la sensibilità solo nell'atto di questa.
Dal senso si distingue l'immaginazione; la quale si distingue pure dalla
scienza, che è sempre vera, e dall'opinione che è accompagnata dalla fede nella
realtà dell'oggetto, perché tale fede manca nell'immaginazione. L'immaginazione
è prodotta dalla sensazione in atto e le immagini che essa fornisce sono simili
alle sensazioni; possono quindi negli animali o anche negli uomini, quando hanno
la mente offuscata dal sentimento, dalle malattie o dal sonno, determinare
l'azione.
Analogo a quello della sensibilità è il funzionamento dell'intelletto. L'anima
intellettiva riceve le immagini come i sensi ricevono le sensazioni; il suo
compito è di giudicarle vere o false, buone o cattive; e a seconda che le
giudica, le approva o le disapprova, le desidera o le sfugge. L'intelletto è,
quindi, la capacità di giudicare le immagini fornite dai sensi. «Nessuno
potrebbe imparare ed intendere nulla se non apprendesse nulla coi sensi; e tutto
quanto si pensa, si pensa necessariamente con immagini» (De an., III, 7, 432 a).
Tuttavia il pensiero non ha nulla a che fare con l'immaginazione: è il giudizio
portato sugli oggetti dell'immaginazione e che li dichiara veri o falsi, buoni o
cattivi.
Come l'atto del sentire è identico con l'oggetto sensibile, così l'atto
dell'intendere è identico con l'oggetto intelligibile. Ciò significa che quando
l'intelletto intende, il suo atto s'identifica con la verità stessa, con
l'oggetto inteso; più precisamente s'identifica con l'essenza sostanziale
dell'oggetto stesso (De cm., III, 6, 430b, 27). Perciò Aristotele dice: «la
scienza in atto è identica con il suo oggetto» (Ib., 431 a, 1), o, più in
generale, che «l'anima è, in un certo modo, tutti gli enti»; gli enti infatti
sono o sensibili o intellegibili e mentre la scienza s'identifica con gli enti
intellegibili, la sensazione s'identifica con i sensibili (Ib., 431 h, 20).
Quest'identità tuttavia non c'è più quando si consideri non già la conoscenza in
atto, ma quella in potenza. Aristotele insiste sulla distinzione tra intelletto
potenziale e intelletto attuale. Quest'ultimo contiene in atto tutte le verità,
tutti gli oggetti possibili d'intellezione. Esso agisce sull'intelletto
potenziale come la luce che fa passare all'atto i colori che nell'oscurità sono
in potenza: fa cioè passare all'atto le verità che nell'intelletto potenziale
sono solo in potenza.
Perciò è detto da Aristotele intelletto attivo ed è considerato «separato,
impassibile, non commisto» (De an., III, 5). Esso solo non muore e dura eterno,
mentre l'intelletto passivo o potenziale si corrompe e senza di quello non può
pensare nulla.
Se l'intelletto attivo sia dell'uomo, di Dio o di entrambi, in qual rapporto
stia con la sensibilità, quale sia il significato di quella «separazione» che
Aristotele gli attribuisce, sono problemi che Aristotele non si è proposti e che
dovevano essere a lungo dibattuti nella scolastica araba e cristiana e nel
Rinascimento
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