|
Aristotele
La polemica contro il platonismo
La caratteristica del platonismo è, secondo Aristotele, quella di considerare le
specie come sostanze separate, reali indipendentemente dagli esseri singoli di
cui sono forma o sostanza. Per Aristotele la sostanzialità (la realtà) della
specie è quella stessa dell'individuo di cui è specie. Per Platone le specie
hanno una realtà in sé che non si risolve in quella degli individui
singolarmente esistenti; ed in tal senso sono sostanze separate.
Ora tali sostanze separate sono impossibili, secondo Aristotele. Esse, come
specie, dovrebbero essere universali; ma è impossibile che l'universale sia
sostanza perché mentre l'universale è comune a più cose, la sostanza è propria
di un singolo essere e non appartiene a nessun altro. Se in Socrate, che è
sostanza, ci fosse un'altra sostanza («uomo» o «essere vivente») si avrebbe un
essere composto di più sostanze, il che è impossibile.
Aristotele ritorna quindi più volte nella Metafisica a criticare gli argomenti
che erano addotti da Platone e dai Platonici per stabilire la realtà dell'idea.
Tale critica verte essenzialmente su quattro punti. In primo luogo, ammettere
un'idea in corrispondenza ad ogni concetto significa fare press'a poco come chi,
dovendo contare alcuni oggetti, credesse di non poterlo fare se non
accrescendone il numero. Le idee devono essere infatti in numero maggiore degli
stessi oggetti sensibili, perché ci deve essere l'idea non solo delle sostanze
singole, ma anche di tutti i loro modi o caratteri che possono essere raccolti
sotto un unico concetto. Esse sono altrettante realtà che si aggiungono alle
realtà sensibili; sicché il filosofo si trova a dover spiegare, oltre queste
ultime, anche le prime, andando incontro a difficoltà maggiori che se si
trovasse di fronte al solo mondo sensibile.
In secondo luogo, gli argomenti con cui si dimostra la realtà dell'idea
condurrebbero a porre idee anche di ciò di cui i Platonici non ritengono che ci
siano, per esempio, delle negazioni o delle cose transitorie: perché anche di
queste ci sono concetti. E così, anche per il rapporto di somiglianza tra le
idee e le cose corrispondenti (per esempio, tra l'idea dell'uomo e l'uomo
singolo) ci dovrebbe essere un'idea (un terzo uomo); e tra questa idea da un
lato e l'idea dell'uomo e l'uomo singolo dall'altro, altre idee; e così via
all'infinito.
In terzo luogo, le idee sono inutili perché non contribuiscono per niente a far
intendere la realtà del mondo. Difatti non sono cause di nessun movimento e di
nessun mutamento. Dire che le cose partecipano delle idee non vuol dire nulla,
perché le idee non sono principi di azione che determinino la natura delle cose.
Infine, ed è l'argomento più importante che si riannoda alla teoria aristotelica
della sostanza, la sostanza non può esistere separatamente da ciò di cui è
sostanza. L'affermazione del Fedone che le idee sono cause delle cose è, secondo
Aristotele, incomprensibile; giacché anche posto che ci siano le idee, da esse
non deriveranno le cose se non interviene un principio attivo a crearle.
Questi argomenti sui quali Aristotele ritorna più volte sono semplicemente
indicativi, ma non rivelativi, del vero punto di distacco fra lui e Platone.
Essi partono dal presupposto di una realtà delle idee assolutamente separata dal
mondo sensibile e dalla stessa intelligenza umana che le apprende: presupposto
che non ha riscontro nello spirito autentico del platonismo. Per Platone, l'idea
è il valore e costituisce nello stesso tempo il dover essere, il meglio, delle
cose del mondo e la regola di cui l'uomo deve servirsi per la valutazione delle
cose stesse. L'idea appare ad Aristotele come separata dal mondo non perché
Platone ne abbia implicitamente o esplicitamente negato il rapporto col mondo,
ma perché essa è incommensurabile con l'essere del mondo stesso. L'idea è il
bene, il bello o in generale (secondo gli ultimi dialoghi platonici) l'ordine e
la misura perfetta del mondo, e costituisce un principio diverso e quindi
estraneo e separato dall'essere di cui è posta afondamento. La scoperta della
validità intrinseca dell'essere come tale, il riconoscimento che l'essere,
proprio in quanto essere, e non già in quanto perfezione o valore, ha validità
necessaria, porta Aristotele a rigettare la dottrina che separa l'essere dal suo
proprio valore e fa di questo un mondo o una sostanza separata. Perciò la
sostanza aristotelica, anche intesa come forma o specie, non può essere
ricondotta all'idea platonica. Essa non è l'idea che abbandonando la sfera
dell'iperuranio si è calata nell'essere e nel divenire del mondo e ha
riacquistata la sua concretezza, ma un principio di validità intrinseco
all'essere come tale: è l'essere stesso del divenire e del mondo nella propria
necessità.
Aristotele ha realizzato l'inversione del punto di vista platonico. Per Platone,
i valori fondamentali sono quelli morali, che non sono puramente umani, ma
cosmici, e costituiscono il principio e il fondamento dell'essere. Per
Aristotele il valore fondamentale è quello ontologico, costituito dall'essere in
quanto tale, dalla sostanza; e i valori morali sono ristretti alla sfera
puramente umana. Quando Aristotele nega che l'universale sia sostanza egli ha in
mente per l'appunto l'universale platonico, che è veramente separato
dall'essere, in quanto è un valore diverso dall'essere. Ciò che egli difende
costantemente contro il platonismo è l'intrinsichezza all'essere del valore
dell'essere: la dottrina della sostanza.

Platonismo - Aristotelismo
|