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Aristotele
Gli scritti essoterici
Nei suoi dialoghi Aristotele non solo riprese la forma letteraria del maestro ma
anche gli argomenti e qualche volta i titoli delle opere di lui. Scrisse infatti
un Convito, un Politico, un Sofista, un Menèsseno; e poi il Grillo o Della
retorica, che corrispondeva al Gorgia, il Protrettico che corrispondeva
all'Etaidemo, l'Eudèmo o Dell'anima che corrispondeva al Fedone.
Quest'ultirno dialogo appare di schietta ispirazione platonica. Il tema di esso
ci è conservato da un racconto di Cicerone (De div., I, 25, 35; fr. 37, Rose):
Eudemo, malato, fa un sogno profetico che gli preannuncia la stia guarigione, la
morte di un tiranno e il suo ritorno in patria. Le due prime cose si realizzano;
ma mentre aspetta la terza, Eudemo muore in battaglia. Preanunziandogli il
ritorno in patria, la divinità aveva voluta indicare che la vera patria
dell'uomo è quella eterna, non quella terrena. Da questo racconto Aristotele
traeva lo spunto per dimostrare l'immortalità e combattere le concezioni che le
si opponevano. Tra queste criticava, come già Platone nel Fedone, il concetto
dell'anima come armonia: l'armonia ha qualche cosa che le si contrappone, la
disarmonia; l'anima come sostanza non ha invece nulla che le si contrappone;
dunque l'anima non è armonia (fr. 45, Rose). Il dialogo ammetteva pure la
dottrina platonica dell'anamnesi: l'anima che discende nel corpo dimentica le
impressioni ricevute nel periodo della sua esistenza, invece l'anima ritornata
con la morte nell'al di là ricorda ciò che ha subito nell'al di qua. Giacché «la
vita senza corpo è la condizione naturale per l'anima, la vita nel corpo è
contro natura come una malattia». Aristotele rimane qui ancora legato al
pessimismo orfico-pitagorico già accettato da Platone. «Poiché è impossibile per
l'uomo partecipare della natura di ciò che è veramente eccellente, sarebbe
meglio per lui non essere nato; e, dato che è nato, il meglio è morire al più
presto» (fr. 44, Rose).
Un'esortazione alla filosofia, diretta a un principe di Cipro, Temisone, era il
Protrettico (o discorso esortatorio). L'esortazione prendeva la forma di un
dilemma: «O si deve filosofare o non si deve: ma per decidere di non filosofare
è pur sempre necessario filosofare; dunque in ogni caso filosofare è necessario»
(fr. 51, Rose). Il filosofare è ancora concepito platonicamente come esercizio
di morte; esso è la condanna di tutto ciò che è umano, in quanto apparenza
ingannevole, perfino della bellezza (fr. 59, Rose).
Il filosofo come il politico devono guardare non alle imitazioni sensibili, ma
ai modelli eterni. Perciò la conoscenza appare ad Aristotele nel Protrettico
come saggezza morale (frònesis) mentre più tardi egli distinguerà nettamente la
conoscenza dalla vita morale. Con l'esaltazione della figura e della vita del
saggio, considerato come un dio mortale, superiore al tragico destino degli
uomini (fr. 61, Rose), si chiudeva probabilmente il Protrettico, libro che fu
tra i più letti e ammirati da spiriti diversissimi: dal cinico Craete che lo
lesse nella bottega di un calzolaio (fr. 50, Rose) a S. Agostino, che
dall'imitazione che ne fece Cicerone nell'Ortensio, fu tratto alla filosofia e
quindi a Dio.
Il distacco di Aristotele dal platonismo dovette iniziarsi durante la permanenza
di Aristotele ad Asso ed il suo primo documento è il dialogo Sulla filosofia, il
quale rimase per molto tempo, cioè fino all'edizione della Metafisica per opera
di Andronico da Rodi, la fonte principale per la conoscenza della dottrina di
lui. ll dialogo constava di tre libri. Nel primo, Aristotele trattava dello
sviluppo storico della filosofia, analogamente a quanto fece nel primo libro
della Metafisica. Ma qui egli non cominciava da Talete, ma dalla sapienza
orientale e dai Sette Savi. Platone era posto al culmine di tutta l'evoluzione
filosofica. Nel secondo libro veniva criticata la dottrina delle idee di
Platone. In un frammento rimastoci (fr. 9, Rose) è presa di mira specialmente la
teoria delle idee-numeri: «Se le idee fossero un'altra specie di numeri, diversa
da quella della matematica, non potremmo averne alcun intendimento.
Chi infatti, almeno della maggior parte di noi, può intendere che cosa sia un
numero di specie diversa?». Ma da una testimonianza di Plutarco e di Proclo (fr.
8, Rose) sappiamo che egli impugnava l'intera teoria delle idee, dichiarando di
non poterla seguire anche a costo di sembrare a qualcuno troppo amante della
disputa. Nel terzo libro del dialogo Aristotele dava la sua costruzione
cosmologica. Egli concepiva la divinità come il motore immobile che dirige il
mondo in quanto causa finale, inspirando alle cose il desiderio della sua
perfezione. L'etere era concepito come il corpo più nobile e più vicino alla
divinità; al disotto del motore immobile stavano le divinità dei cieli e degli
astri.
L'esistenza di Dio era dimostrata mediante la prova che dalla scolastica fu
detta argomento dei gradi. In ogni dominio nel quale vi è una gerarchia di gradi
e quindi una maggiore o minore perfezione, sussiste di necessità qualcosa di
assolutamente perfetto. Ora giacché in tutto ciò che esiste si manifesta una
tale gradazione di cose più o meno perfette, sussiste anche un ente di assoluta
superiorità e perfezione e questo potrebbe essere Dio (fr. 16, Rose). Adattando
il famoso mito platonico della caverna, Aristotele ne traeva un argomento per
affermare l'esistenza di Dio. Se ci fossero uomini che avessero sempre abitato
sotterra in splendide dimore adorne di tutto ciò che l'arte umana può fare; se
essi non fossero mai saliti alla superficie della terra e avessero solo sentito
parlare della divinità, diverrebbero tuttavia immediatamente certi
dell'esistenza di essa, se, risaliti alla superficie, potessero contemplare lo
spettacolo del mondo naturale (fr. 12, Rose). Mentre il mito della caverna
serviva a Platone per dimostrare il carattere apparente e illusorio del mondo
sensibile, serve ad Aristotele per esaltare la perfezione dello stesso mondo
sensibile e per trarne argomento di prova dell'origine divina di esso. Il
distacco tra Platone e Aristotele non potrebbe essere simboleggiato meglio che
da questo mito.
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