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Aristotele
L'etica
Ogni arte, ogni ricerca, come pure ogni azione e ogni scelta, è fatta in vista
di un fine che appare buono e desiderabile: il fine e il bene coincidono. I fini
delle attività umane sono molteplici e alcuni di essi sono desiderati soltanto
in vista di fini superiori; ad esempio, la ricchezza, la buona salute si
desiderano per la soddisfazione e i piaceri che possono dare. Ma ci deve essere
un fine supremo, un fine che è desiderato per se stesso, e non già in quanto
condizione o mezzo di un fine ulteriore. Se gli altri fini sono beni, questo
fine sarà il bene sommo, quello dal quale tutti gli altri dipendono. Non c'è
dubbio, secondo Aristotele, che questo fine sia la felicità. La ricerca e la
determinazione di esso è l'oggetto primo e fondamentale della scienza politica,
perché solo rispetto ad esso si può prescrivere ciò che gli uomini nella loro
vita associata e come esseri singoli debbono fare od apprendere. Ma in che cosa
consiste per l'uomo la felicità?
Evidentemente si può rispondere a questa domanda solo se si determina qual è il
compito proprio dell'uomo. Ognuno è felice in quanto fa bene l'opera sua: il
suonatore quando suona bene, il costruttore quando costruisce oggetti perfetti.
Ma il compito proprio dell'uomo in quanto tale non è la vita vegetativa che egli
ha in comune anche con le piante, né la vita dei sensi che ha in comune con gli
animali, ma solo la vita della ragione. L'uomo dunque sarà felice solo se vive
secondo ragione; e questa vita è la virtù. L'indagine sulla felicità diventa
quindi un'indagine sulla virtù.
Alla vita secondo virtù è congiunto il piacere. Essa è infatti la vera attività
dell'uomo; ed ogni attività è accompagnata e compiuta dal piacere (Et. Nic., X,
4, 1174b). I beni esteriori come la ricchezza, la potenza o la bellezza, possono
con la loro presenza facilitare la vita virtuosa o renderla più difficile con la
loro assenza: non possono però determinarla. La virtù e la malvagità dipendono
solo dagli uomini. Certo l'uomo non sceglie il fine, che è in lui per natura
come una luce che lo guida a giudicare rettamente e a scegliere il vero bene
(III, 5, 1113 b). Ma la virtù dipende appunto dalla scelta dei mezzi che si fa
in vista del fine supremo. E questa scelta è libera perché dipende
esclusivamente dall'uomo. Aristotele infatti chiama libero ciò che ha in sé il
principio dei suoi atti o è «principio di se stesso» (III, 5, 1112b, 15-16).
L'uomo è libero proprio in questo senso: in quanto è «il principio e il padre
dei suoi atti come dei suoi figli»; e sia la virtù sia il vizio sono
manifestazioni di questa libertà (III, 7, 1113 h, 10 sgg.).
Poiché nell'uomo oltre la parte razionale dell'anima c'è la parte appetitiva
che, pur essendo priva di ragione, può essere dominata e diretta dalla ragione,
così ci sono due virtù fondamentali: la prima consiste nell'esercizio stesso
della ragione ed è perciò detta intellettiva o razionale (dianoetica); l'altra
consiste nel dominio della ragione sugli impulsi sensibili, che determina i
buoni costumi (ethos = mos), ed è perciò detta virtù morale (etica).
La virtù morale consiste nella «disposizione (hexis, habitus) a scegliere il
giusto mezzo (mesòtes, mediocritas) adeguato alla nostra natura, quale è
determinato dalla ragione, e quale potrebbe determinarlo il saggio». Il giusto
mezzo esclude i due estremi viziosi di cui uno pecca per eccesso, l'altro per
difetto. Questa capacità di scelta è una potenza (dynamis) che si perfeziona e
rinvigorisce con l'esercizio. I suoi aspetti diversi costituiscono le singole
virtù etiche. Il coraggio, che è il giusto mezzo tra la viltà e la temerarietà,
verte intorno a ciò che si deve e ciò che non si deve temere. La temperanza, che
è il giusto mezzo tra l'intemperanza e l'insensibilità, concerne l'uso moderato
dei piaceri. La liberalità, che è il giusto mezzo tra l'avarizia e la
prodigalità, concerne l'uso accorto delle ricchezze. La magnanimità, che è il
giusto mezzo tra la vanità e l'umiltà, concerne la retta opinione di se stesso.
La mansuetudine, che è il giusto mezzo tra l'irascibilità e l'indolenza,
concerne l'ira.
La principale tra le virtù etiche è la giustizia alla quale Aristotele dedica un
intero libro dell'Etica (Nicom., V = Eudem., IV). Nel significato più generale,
cioè come conformità alle leggi, la giustizia non è una virtù particolare, ma la
virtù intera e perfetta. Difatti l'uomo che rispetta tutte le leggi è l'uomo
interamente virtuoso. Ma oltre questo significato generale la giustizia ha un
significato specifico e allora è o distributiva o commutativa. La giustizia
distributiva è quella che presiede alla distribuzione degli onori o del denaro o
degli altri beni che possono dividersi tra coloro che appartengono alla stessa
comunità. Tali beni devono essere distribuiti a seconda dei meriti di ciascuno.
Perciò la giustizia distributiva è simile ad una proporzione geometrica, nella
quale le ricompense distribuite a due persone stanno tra loro come i meriti
rispettivi di esse. La giustizia commutativa invece presiede ai contratti; i
quali possono essere volontari o involontari. Sono contratti volontari la
compra, la vendita, il mutuo, il deposito, la locazione, ecc. Dei contratti
involontari alcuni mino fraudolenti, come il furto, il veneficio, il tradimento,
la falsa testimonianza; altri sono violenti, come le percosse, l'uccisione, la
rapina, l'ingiuria, ecc. La giustizia commutativa è correttiva: mira pareggiare
i vantaggi e gli svantaggi tra i due contraenti. Nei contratti involontari la
pena inflitta al reo deve essere proporzionata al danno da lui arrecato. Questa
giustizia è dunque simile ad una proporzione aritmetica (pura e semplice
eguaglianza).
Sulla giustizia è fondato il diritto. Aristotele distingue il diritto privato
dal diritto pubblico che concerne la vita associata degli uomini nello stato e
distingue il diritto pubblico in diritto legittimo (o positivo) che è quello
stabilito nei vari stati e il diritto naturale, che conserva dappertutto il suo
valore, anche se non è sancito da leggi. Dal diritto egli distingue l'equità,
che è una correzione della legge mediante il diritto naturale, resa necessaria
dal fatto che non sempre nella formulazione delle leggi è stato possibile
contemplare tutti i casi, onde la loro applicazione risulterebbe talvolta
ingiusta.
La virtù intellettiva o dianoetica è quella propria dell'anima razionale. Essa
comprende la scienza, l'arte, la saggezza, la sapienza, l'intelligenza. La
scienza è la capacità dimostrativa (apodittica) che ha per oggetto ciò che non
può accadere diversamente da come accade, cioè il necessario e l'eterno. L'arte
(techne) è la capacità, accompagnata da ragione, di produrre un qualche oggetto;
essa riguarda quindi la produzione (poiesis) che ha sempre un fine fuori di sé,
non l'azione (praxis). La saggezza (frònesis) è la capacità congiunta a ragione
di agire convenientemente nei confronti dei beni umani; ad essa spetta di
determinare il giusto mezzo in cui consistono le virtù morali. L'intelligenza
(nous) è la capacità di cogliere i primi principi di tutte le scienze, primi
principi che appunto come tali non cadono nell'ambito delle scienze stesse. La
sapienza (sofia) è il grado più alto della scienza: sapiente è colui che ha
nello stesso tempo scienza e intelligenza, che sa non solo dedurre dai principi,
ma giudicare della verità degli stessi principi. Mentre la saggezza concerne le
cose umane e consiste nel giudizio sulla loro convenienza, opportunità e
utilità, la sapienza concerne le cose più alte ed universali. La saggezza è
sempre saggezza umana e non ha valore per esseri diversi o superiori all'uomo;
la sapienza è universale. E' assurdo perciò ritenere che la saggezza e la
scienza politica coincidano con la scienza suprema, almeno fin quando non si
sarà dimostrato che l'uomo è l'essere supremo dell'universo. Anassagora, Talete
e altrettali uomini erano detti sapienti, non saggi; perché conoscevano molte
cose meravigliose, difficili e divine, ma inutili agli uomini, e si
disinteressavano dei beni umani (Et. Nic., VI, 7, 1141 a).
Questo contrasto tra sapienza (sofia) e saggezza (frònesis) è il riflesso nel
campo dell'etica dell'atteggiamento filosofico fondamentale di Aristotele. Come
teoria della sostanza, la filosofia è una scienza che non ha niente a che fare
con quella dei valori propriamente umani; epperò la sapienza che è il possesso
completo di questa scienza nei suoi principi e nelle sue conclusioni non ha
niente a che fare con la saggezza che è la guida della condotta umana. La
sapienza ha per oggetto il necessario che, come tale, non dà nulla da fare
all'uomo in quanto non può essere da lui modificato: di fronte al necessario, un
unico atteggiamento è possibile, quello della pura contemplazione (teoria).
All'amicizia Aristotele dedica i libri VIII e IX dell'Etica Nicomachea. Essa è
una virtù o almeno è strettamente congiunta con la virtù: in ogni caso è la cosa
più necessaria alla vita. «Nessuno – egli dice sceglierebbe di vivere senza
amici anche se fosse provvisto in abbondanza di tutti gli altri beni».
L'amicizia può essere fondata sul piacere reciproco o sull'utile o sul bene. Ma
quella fondata sull'utile o sul piacere reciproco è accidentale e viene subito
meno quando il piacere o l'utile cessa. Invece l'amicizia fondata sul bene e
sulla virtù è veramente perfetta perché la sua radice è nella natura stessa
delle persone che la contraggono ed è quindi stabile e ferma.
L'uomo virtuoso — dice Aristotele – si comporta verso l'amico come si comporta
verso se stesso, perché l'amico è un altro se stesso: ne deriva che, come a
ciascuno è desiderabile la propria esistenza, così è desiderabile quella
dell'amico» (Et. Nic., IX, 9, 1170b, 5).
Poiché la virtù come attività propria dell'uomo è la stessa felicità, la
felicità, più alta consisterà nella virtù più alta e la virtù più alta è quella
teoretica, che culmina nella sapienza. Difatti l'intelligenza è l'attività più
alta che c'è in noi; e l'oggetto dell'intelligenza è ciò che c'è di più alto in
noi e fuori di noi. Il sapiente basta a se stesso e non ha bisogno, per
coltivare ed estendere la sua sapienza, di nulla che non abbia in se stesso. La
vita del sapiente è fatta di serenità e di pace giacché egli non si affatica per
un fine esterno la cui raggiungibilità è problematica, ma il fine è nella stessa
attività della sua intelligenza. La vita teoretica è dunque una vita superiore
alla umana: l'uomo non la vive in quanto è uomo, ma in quanto ha in sé qualcosa
di divino. «L'uomo non deve, come alcuni dicono, conoscere in quanto uomo le
cose umane, in quanto mortale le cose mortali, ma deve rendersi, per quanto è
possibile, immortale e far di tutto per vivere secondo quanto c'è in lui di più
alto: se pure ciò è poco di quantità, per potenza e valore supera tutte le altre
cose» (Et. Nic., X, 7, l I 77b).
Così l'etica di Aristotele si conclude con l'affermazione recisa della
superiorità della vita teoretica. Questo è un punto in cui il distacco polemico
tra Aristotele e Platone è più accentuato. Platone non distingueva la sapienza
dalla saggezza: con le due parole intendeva la stessa cosa, cioè, la condotta
razionale della vita umana, specialmente della vita associata (Rep. 428 b; 443
e). Aristotele distingue e contrappone le due cose. La saggezza ha per oggetto
le faccende umane che sono mutevoli e non possono essere incluse tra le cose più
alte; la sapienza ha per oggetto l'essere necessario, che si sottrae ad ogni
vicenda (Et. Nic., VI, 7, 1041 b, 11). Così il distacco che c'è tra saggezza e
sapienza è quello stesso che intercorre tra l'uomo e Dio. Il che vuol dire che
per Aristotele la filosofia ha come compito fondamentale quello di portare
l'uomo singolo alla vita teoretica, alla pura
contemplazione di ciò che è necessario; mentre per Platone ha il compito di
portare gli uomini ad una vita in comune, fondata sulla giustizia.
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