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Aristotele
Dal «filosofare» platonico alla «filosofia»
aristotelica
In un frammento dell'elegia, indirizzata a Eudemo, sull'altare di Platone,
Aristotele così esalta il maestro:
L'uomo che ai cattivi non è lecito neppure lodare,
che solo o primo tra i mortali dimostrò chiaramente
con l'esempio della sua vita e col rigore delle argomentazioni
che buono e felice ad un tempo l'uomo diviene.
A nessuno ora è concesso di mai giungere a tanto.»
L'insegnamento fondamentale di Platone è dunque, per Aristotele, lo stretto
rapporto che c'è tra la virtù e la felicità; e il valore di quest'insegnamento
sta nel fatto che Platone non si limitò a dimostrarlo con serrate
argomentazioni, ma lo incorporò nella sua vita e visse per esso. Ma per Platone
l'uomo può raggiungere il bene, che è la stessa felicità, solo mediante una
ricerca rigorosamente condotta e che metta capo alla scienza dell'essere in sè.
Platone non stabiliva soltanto l'identità tra virtù e felicità ma anhe quella
tra virtù e scienza. Che cosa pensa Aristotele di questa seconda identità, alla
cui dimostrazione fu diretta l'opera intera di Platone?
Qui appunto cade il distacco tra Platone e Aristotele. Per Platone la filosofia
è ricerca dell'essere ed insieme realizzazione della vita vera dell'uomo in
questa ricerca: è scienza e, in quanto scienza, virtù e felicità. Ma per
Aristotele, il sapere non è più la vita stessa dell'uomo che cerca l'essere e il
bene, ma una scienza oggettiva che si scinde e si articola in numerose scienze
particolari, ognuna delle quali acquista una sua autonomia. Da un lato, per
Aristotele, la filosofia è diventata l'intero sistema delle scienze singole.
Dall'altro, è essa stessa una scienza singola, che è bensì la «regina» delle
altre, ma non le assorbe né le risolve in se stessa. Perciò mentre per Platone
la ricerca filosofica dà luogo a successivi approfondimenti, all'esame di sempre
nuovi problemi che cercano di stringere da ogni parte il mondo dell'essere e del
valore, per Aristotele essa è diretta alla costituzione di una enciclopedia
delle scienze nella quale nessun aspetto della realtà resti trascurato. La
stessa vita morale dell'uomo diventa l'oggetto di una scienza particolare che è
l'etica, la quale è autonoma, come ogni altra scienza, di fronte alla filosofia.
Il concetto della filosofia si presenta quindi in Aristotele profondamente
mutato. Da un lato la filosofia deve costituirsi come scienza a sé e rivendicare
quindi per sé quella stessa autonomia che le altre scienze rivendicano di fronte
ad essa. Dall'altro lato, a differenza delle altre scienze, deve dar ragione del
loro comune fondamento e giustificare la sua priorità nei confronti di esse. In
questi termini, il problema è propriamente aristotelico e non trova riscontro
nell'opera di Platone. Per Platone la filosofia non è che il filosofare e il
filosofare è l'uomo che cerca di realizzare il suo vero se stesso,
ricollegandosi all'essere, e al bene che è il principio dell'essere. Non c'e in
Platone un problema di ciò che è la filosofia, ma solo il problema di ciò che è
il filosofo, l'uomo nella sua autentica e compiuta realizzazione. Tale è la
ricerca che domina tutti i dialoghi platonici, principalmente la Repubblica e il
Sofista. Ma per Aristotele la filosofia, in quanto è scienza obiettiva, deve
costituirsi per analogia con le altre scienze. E come ogni scienza è definita e
resa specifica dal suo oggetto, così la filosofia deve avere un oggetto proprio
che la caratterizzi di fronte alle altre scienze e nel contempo le dia, di
fronte ad esse, la superiorità che le spetta.
Qual è questo oggetto?
Due punti di vista si intrecciano a questo proposito nella Metafisica
aristotelica, punti di vista che segnano due tappe fondamentali dell'evoluzione
filosofica di Aristotele. Per il primo, la filosofia è la scienza che ha per
oggetto l'essere immobile e trascendente, il motore o i motori dei cieli; ed è
quindi, propriamente parlando, teologia. Come tale, essa è la scienza più alta
perché studia la realtà più alta, quella divina (Met., VI, 1, 1026 a, 19). Ma
così intesa, la filosofia manca di universalità (e Aristotele stesso lo
avvertiva: 1026 a, 23) perché si riduce ad una scienza particolare avente un
oggetto che, anche se più alto e nobile di quelli delle altre scienze, non ha
niente a che fare con essi. In questa fase, Aristotele, pur essendosi staccato
dal concetto platonico del filosofare, rimane fedele al principio platonico che
la ricerca umana deve esclusivamente o di preferenza rivolgersi agli oggetti più
alti, che costituiscono i valori supremi. Ma una filosofia così intesa viene
meno al compito di costituire il fondamento dell'enciclopedia delle scienze e di
fornire la giustificazione di qualsiasi ricerca, a qualsiasi oggetto rivolta.
Questa esigenza porta Aristotele al secondo punto di vista, che è quello
definitivo, la cui realizzazione costituisce il suo cómpito storico. Per questo
secondo punto di vista, la filosofia ha per oggetto, non una realtà particolare
(e sia pure la più alta di tutte), ma l'aspetto fondamentale e proprio di tutta
la realtà. Tutto il dominio dell'essere è diviso fra le singole scienze, ognuna
delle quali considera un aspetto particolare di esso; la filosofia sola
considera l'essere in quanto tale, prescindendo dalle determinazioni che formano
oggetto delle scienze particolari. Questo concetto della filosofia come «scienza
dell'essere in quanto essere» è veramente la grande scoperta di Aristotele. Non
solo essa consente di giustificare il lavoro delle scienze singole, ma dà alla
filosofia la piena autonomia e la massima universalità, costituendola come il
presupposto indispensabile di ogni ricerca. In questo senso, la filosofia non è
più soltanto teologia; la teologia è bensì una sua parte, ma non la prima né la
fondamentale; giacché la prima e fondamentale è quella che muove alla ricerca
del principio per il quale l'essere, ogni essere –Dio come l'infima realtà
naturale – è veramente e necessariamente tale.
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