|
Aristotele
La sostanza immobile
Alla filosofia come teoria della sostanza spetta non solo il compito di
considerare la natura della sostanza, le sue determinazioni fondamentali e la
sua funzione nel divenire, ma anche quello di classificare le sostanze
determinate esistenti nel mondo, che sono oggetto delle scienze singole, e di
assumere come oggetto di studio quella o quelle tra esse che escono dall'ambito
delle altre scienze. Ora tutte le sostanze si dividono in due classi: le
sostanze sensibili e in movimento, le sostanze non sensibili e immobili. Le
sostanze del primo genere costituiscono il mondo fisico e a loro volta si
suddividono in due classi: la sostanza sensibile che costituisce i corpi celesti
ed è ingenerabile e incorruttibile; le sostanze costituite dai quattro elementi
del mondo sublunare, che sono invece generabili e corruttibili. Queste sostanze
sono l'oggetto della fisica. L'altro gruppo di sostanze, quelle non sensibili ed
immobili, è oggetto di una scienza diversa, la teologia: alla quale Aristotele
ha dedicato il XII libro della Metafisica.
L'esistenza di una sostanza immobile è dimostrata da Aristotele sia nella
Metafisica (XII, 6) sia nella Fisica (VIII, 10) con la necessità di spiegare la
continuità e l'eternità del movimento celeste. Il movimento continuo, uniforme,
eterno del primo cielo, il quale regola i movimenti degli altri cieli,
egualmente eterni e continui, deve avere come sua causa un primo motore. Ma
questo primo motore non può essere a sua volta mosso, che altrimenti
richiederebbe una causa del suo movimento e questa causa un'altra ancora e così
via all'infinito; deve essere dunque immobile.
Ora il primo motore immobile deve essere atto, non potenza. Ciò che ha solo la
potenza di muovere, può anche non muovere; ma se il movimento del cielo è
continuo, il motore di questo movimento non solo deve essere eternamente attivo,
ma deve essere per sua natura atto, assolutamente privo di potenza. E poiché la
potenza è materia, esso è anche privo di materia: è atto puro (Met., XII, 6,
1071 b, 22).
Questo atto puro o primo motore è senza grandezza, quindi senza parti e
indivisibile. E difatti una grandezza finita non potrebbe muovere per un tempo
infinito, giacché nessuna cosa finita ha un'infinita potenza; e una grandezza
infinita non può sussistere. Ma non avendo materia né grandezza, la sostanza
immobile non può muovere come causa efficiente; resta dunque che muova come
causa finale, in quanto oggetto della volontà e dell'intelligenza. Difatti tutto
ciò che è desiderabile e intellegibile muove senza esser mosso e l'uno e l'altro
si identificano nel loro principio, giacché ciò che si desidera è ciò che
l'intelligenza giudica buono in quanto tale è realmente. Nella gerarchia delle
realtà intellegibili, la sostanza semplice e in atto tiene il primo posto; nella
gerarchia dei beni tiene il primo posto ciò che è eccellente e desiderabile di
per se stesso. Per l'identità dell'intellegibile con il desiderabile, il sommo
grado dell'intellegibile, la sostanza immobile, si identifica con il sommo grado
del desiderabile: quella sostanza è dunque anche i l grado supremo
dell'eccellenza, il sommo bene. Come tale, è oggetto d'amore, muove in quanto è
amata e le altre cose sono mosse da ciò che essa muove in tal modo cioè dal
primo cielo (Met., XII, 7, 1072b, 2).
Alla sostanza immobile, in quanto è la più alta fra tutte, appartiene
propriamente quella che anche per gli uomini è la vita più eccellente, ma che ad
essi è data solo per breve tempo: la vita dell'intelligenza. Soltanto
l'intelligenza divina non può avere un oggetto diverso da sé o inferiore a se
stessa, Essa pensa se stessa al posto dell'intellegibile: l'intelligenza e
l'intellegibile in Dio sono tutt'uno. Mentre nella conoscenza umana spesso
l'essere del pensare è diverso dall'essere del pensato, perché quest'ultimo è
legato alla materia, nella conoscenza divina, come in generale in ogni
conoscenza che non si rivolge alla realtà materiale, il pensare e il pensato si
identificano e fanno tutt'uno. «Dio, dunque, se è ciò che v'è di più perfetto,
pensa se stesso e il suo pensiero è pensiero del pensiero» (Met., XII, 9, 1074
b, 34). E poiché l'attività del pensiero è ciò che può esserci di più eccellente
e più dolce, la vita divina è la più perfetta tra tutte, eterna e beata (Ib., 7,
1072b, 23).
Se nell'ordine dei movimenti, Dio è il primo motore, nell'ordine delle cause Dio
è la causa prima, alla quale mettono capo tutte le serie causali, compresa
quella delle cause finali (Met., II, 2). Proprio nel senso della causa finale,
Dio è il creatore dell'ordine dell'universo che è da Aristotele paragonato ad
una famiglia o ad un esercito. «Tutte le cose sono ordinate l'una rispetto
all'altra ma non tutte allo stesso modo: i pesci, gli uccelli, le piante hanno
ordine diverso. Tuttavia nessuna cosa sta rispetto a un'altra come se nulla
avesse a che fare con l'altra; ma tutte sono coordinale ad un unico essere.
Questo è, per esempio, ciò che accade in una casa dove gli uomini liberi non
possono fare ciò che a loro piace ma tutto o almeno la maggior parte delle cose
avviene secondo un ordine; mentre gli schiavi e gli animali solo per poco
contribuiscono al benessere comune e molto fanno per caso» (lb., XII, I0, I075
a,12). Allo stesso modo, il bene di un esercito consiste «insieme nel suo ordine
e nel suo comandante ma specialmente in quest'ultimo: giacché egli non è il
risultato dell'ordine ma piuttosto l'ordine dipende da lui» (1075 a, 13).
Così Dio è il creatore dell'ordine del mondo ma non
dell'essere del mondo stesso. La struttura sostanziale dell'universo è, per
Aristotele come per Platone, al di là dei limiti della creazione divina: essa è
insuscettibile di principio e di fine. E infatti solo la cosa individuale,
composta di materia e forma, ha nascita e morte, secondo Aristotele; mentre la
sostanza che è forma o ragion d'essere o quella che è materia non nasce né
perisce (VIII, 1, 1042 a, 30). Dio stesso partecipa di questa eternità della
sostanza giacché egli è sostanza (XII, 7, 1073 a, 3) e sostanza nello stesso
senso in cui sono tali le altre sostanze (Et. Nic., I, 6, 1096 a, 24). La
superiorità di Dio consiste solo nella perfezione della sua vita, non nella sua
realtà o nel suo essere giacché, dice Aristotele, «nessuna sostanza è più o meno
sostanza di un'altra» (Cat., V, 2b, 25). Come Platone, Aristotele è politeista.
In primo luogo, difatti, Dio non è la sola sostanza immobile. Egli è il
principio che spiega il movimento del primo cielo; ma poiché, oltre questo, ci
sono i movimenti, egualmente eterni,
delle altre sfere celesti, la stessa dimostrazione che vale per
l'esistenza del primo motore immobile
vale pure per l'esistenza di tanti motori, quanti sono i movimenti delle sfere
celesti. Aristotele ammette così numerose intelligenze motrici, ognuna delle
quali presiede al movimento di una determinata sfera ed è principio di esso al
modo in cui Dio, come intelligenza motrice del primo cielo, è il principio primo
di ogni movimento dell'universo.
Aristotele ricava il numero di
tali intelligenze motrici dal numeri delle sfere che gli astronomi del tempo
avevano ammesso per spiegare il movimento dei pianeti. Queste sfere erano in
numero superiore a quelli dei pianeti, giacché la spiegazione del movimento
apparente dei pianeti intorno alla terra esigeva che ogni pianeta fosse mosso da
più sfere; ciò lo scopo di giustificare le anomalie che il movimento dei pianeti
presenta rispetto a un moto circolare perfetto intorno alla terra. Aristotele
ammetteva così 47 o 55 sfere celesti e quindi 47 o 55 intelligenze motrici;
l'oscillazione del numero era dovuta al diverso numero delle sfere celesti
ammesso da Eudosso e da Callippo, i due astronomi ai quali Aristotele si
riferiva (Met., XII, 8). D'altronde costantemente Aristotele parla di «dèi» (Et.
Nic., X, 9, 1179 a, 24; Met., 1, 2, 983 a, 11 ; 2, 907 b, 10, ecc.); ed
alludendo alla credenza popolare che il divino abbraccia l'intera natura, trova
che questo punto essenziale, cioè «che le sostanze prime sono tradizionalmente
ritenute dei», è stato «divinamente detto» ed è uno degli insegnamenti preziosi
che la tradizione ha salvato (Met., XII, 8, 1074a,38).
In altri termini, la sostanza divina è partecipata da molte divinità: in ciò la
credenza popolare e la filosofia coincidono.
|