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Aristotele
La poetica
La poesia, e in generale l'arte, è da Aristotele definita imitazione. Ma
l'imitazione può essere fatta con mezzi diversi e in modi diversi e può
rivolgersi a diversi oggetti. Difatti si può imitare per mezzo di colori o di
forme come avviene nella pittura, o per mezzo della voce come avviene nella
poesia, o per mezzo del suono come nella musica. Rispetto all'oggetto si possono
imitare o persone superiori al comune degli uomini, come accade nell'epopea e
nella tragedia, o persone comuni o persone inferiori al comune, come accade
nella commedia. Rispetto ai modi dell'imitazione, si può imitare narrativamente
o drammaticamente: in quest'ultimo caso si introducono le diverse persone ad
agire e a parlare direttamente, come accade nella tragedia e nella commedia.
Oltre queste determinazioni generali del concetto dell'imitazione, la Poetica di
Aristotele nella parte che ci è giunta non contiene che la teoria della
tragedia. Questa è definita «imitazione di un'azione seria e compiuta in se
stessa, che abbia una certa ampiezza, un linguaggio ornato in proporzione
diversa a seconda delle diverse parti, si svolga a mezzo di personaggi che
agiscano sulla scena, e non che narrino, e infine produca, mediante casi di
pietà o di terrore, la purificazione di tali passioni» (Poet., 6, 1449b).
Aristotele si ferma specialmente a illustrare l'unità dell'azione tragica.
Questa deve svolgersi con continuità dal principio alla fine in modo tale che
tutti gli avvenimenti di essa si concatenino e non sia possibile sopprimerli o
mutarli di posto, senza mutare e sconvolgere l'ordine dell'insieme. Per questo
l'oggetto della tragedia più che il vero è il verosimile, ciò che può
verificarsi «secondo verosimiglianza e necessità». Per questo, anche, «la poesia
è più filosofica e più elevata della storia: la poesia esprime piuttosto
l'universale, la storia il particolare» (1b., 9, 1451b). Difatti la storia narra
tutto quello che è accaduto a un dato personaggio o in un dato periodo secondo
la pura e semplice successione degli avvenimenti; la poesia imita soltanto il
verosimile il quale come si è detto è ciò che accade perloppiù ed è quindi
l'analogo dell'universalità (o della necessità) propria degli oggetti della
scienza.
    
Se Platone ritiene che l'azione drammatica, interessando gli spettatori alle
passioni violente agitate sulla scena, incoraggi in loro tali passioni,
Aristotele crede invece che la tragedia eserciti una funzione purificatrice e
liberi l'anima dello spettatore dalle passioni che essa rappresenta. Lo stesso
effetto Aristotele riconosce alla musica. «Alcuni di quelli che sono dominati
dalla pietà, dal timore o dall'entusiasmo, quando odono canti orgiastici come
quelli religiosi, si calmano come per effetto di una medicina e di una catarsi.
È necessario perciò che siano sottoposti a tale azione coloro che vanno soggetti
alla pietà, al timore e in generale alle passioni, in modo conveniente a
ciascuno, sicché in tutti si generi una catarsi e un alleggerimento piacevole»
(Pol., VIII, 7, 1342 a).
Aristotele vede così nell'arte e in particolare nella poesia e nella musica un
mezzo potente di educazione; e nel carattere imitativo dell'arte non vede più
come Platone il motivo di considerarla illusoria. Il mondo sensibile, che l'arte
imita, non è per Aristotele semplice apparenza, ma è realtà che può essere
oggetto di scienza; anche l'imitazione di esso per opera dell'arte perde dunque
il carattere di apparenza illusoria. Aristotele può così riconoscere all'arte
quella funzione catartica che le dà valore educativo e formativo nei confronti
dell'uomo. Sulla catarsi, mancano nella Poetica elementi espliciti che
consentano di intenderne la natura. Interpreti antichi hanno visto in essa un
trattamento medico delle passioni, una cura che combatte il simile col simile. E
non è chiaro se la catarsi vada intesa come purificazione dalle emozioni o non
piuttosto come purificazione delle emozioni. Tuttavia, se si considera che la
catarsi è legata al valore propriamente artistico della tragedia o della musica,
si può escludere che essa sia, per Aristotele, solo una medicina delle emozioni.
Alla catarsi è legato un più alto momento di vita spirituale, un momento nel
quale l'emozione non è abolita, ma purificata o esaltata. E difatti mentre
l'emozione si dirige unicamente all'oggetto (cosa o persona), al quale lega
l'uomo con l'amore o con l'odio, col timore o con la speranza, l'arte,
presentando l'emozione realizzata in un complesso ordinato di eventi (com'è
nella tragedia) o di suoni espressivi (com'è nella musica), distoglie l'uomo
dall'oggetto dell'emozione per interessarlo all'emozione in se stessa, a ciò che
essa è, alla sostanza di essa. L'emozione ha come suo telos il raggiungimento
del suo oggetto; l'arte ha come suo telos l'emozione nella sua realtà
rappresentata. Questo ha compreso Aristotele nella sua teoria della catarsi.
L'arte disimpegna l'emozione dal suo termine naturale, perché la rivolge
all'emozione stessa, alla sua sostanza realizzata dall'arte.
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