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Aristotele
La filosofia prima: sua possibilità e suo principio
Il primo gruppo di ricerche istituite da Aristotele nella Metafisica verte
appunto sulla possibilità e sul principio di una scienza dell'essere. Aristotele
si preoccupa in primo luogo di definire il posto di questa scienza nel sistema
del sapere e i suoi rapporti con le altre scienze. Innanzi tutto, ogni scienza
può avere per oggetto o il possibile o il necessario: il possibile è ciò che può
essere indifferentemente in un modo o nell'altro; il necessario è ciò che non
può essere in modo diverso da quello in cui è. Il dominio del possibile
comprende l'azione (praxis) che ha il suo fine in se stessa, e la produzione
(poiesis) che ha il suo fine nell'oggetto prodotto. Le scienze aventi per
oggetto il possibile, in quanto sono normative o tecniche, possono anche essere
considerate come arti; ma non c'è arte che concerna ciò che è necessario (Et.
Nic, VI, 3-4). Tra le scienze del possibile, la politica e l'etica hanno per
oggetto le azioni e si dicono quindi pratiche; le arti hanno per fine la
produzione di cose e si dicono poietiche Tra queste ultime, una porta nel nome
stesso il sigillo del suo carattere produttivo ed è la poesia.
Il dominio del necessario appartiene invece alle scienze speculative o
teoretiche. Queste sono tre: la matematica, la fisica e la filosofia prima, che
dopo di Aristotele si chiamerà metafisica. La matematica ha per oggetto la
quantità nel suo duplice aspetto di quantità discreta o numerica (aritmetica) e
di quantità continua a una, due o tre dimensioni (geometria) (Met., XI, 3, 1061
a, 28). La fisica ha per oggetto l'essere in movimento e quindi quelle
determinazioni dell'essere che sono legate alla materia, che è condizione del
movimento (Ib., VI, 1, 1026 a, 3). La filosofia deve costituirsi per analogia
alle altre scienze teoretiche, se vuole assumere a oggetto della sua
considerazione l'essere in quanto essere. Come la matematica e la fisica essa
deve procedere per astrazione. Il matematico spoglia le cose di tutte le qualità
sensibili (peso, leggerezza, durezza, ecc.) e le riduce alla quantità discreta o
continua; il fisico prescinde da tutte le determinazioni dell'essere che non si
riducono al movimento. Analogamente, il filosofo deve spogliare l'essere di
tutte le determinazioni particolari (quantità, movimento, ecc.) e considerarlo
solo in quanto essere. Inoltre, come la matematica parte da certi principi
fondamentali che concernono l'oggetto che le è proprio, la quantità in generale
(com'è, per esempio, l'assioma: togliendo quantità eguali a quantità eguali i
resti sono eguali), così la filosofia deve partire da un principio che le è
proprio e che concerne l'oggetto che le è proprio, l'essere in quanto tale.
Il problema è di vedere se una tale scienza è possibile. Evidentemente la prima
condizione della sua possibilità è che sia possibile ridurre i diversi
significati dell'essere ad un unico significato fondamentale. L'essere infatti
si dice in molti modi: noi diciamo che sono le quantità, le qualità, le
privazioni, le corruzioni, gli accidenti; e perfino del non essere diciamo che è
non essere. Tutti questi medi debbono essere ridotti ad unità, se debbono essere
l'oggetto di una scienza unica. L'essere e l'uno devono in qualche modo
identificarsi; giacché bisogna scoprire quel senso dell'essere, per il quale
l'essere è uno, ed è anzi l'unità stessa dell'essere (Met., IV, 2, 1003 b). E
questa unità non deve essere accidentale, ma intrinseca e necessaria a tutti i
significati diversi che l'essere assume. Ciò che è accidentale non può essere
oggetto di scienza perché non ha stabilità o uniformità; e la scienza è soltanto
di ciò che è sempre, o quasi sempre, a un modo (Ib., VI, 2,1027 a). Se si vuoi
dunque determinare l'unico significato fondamentale dell'essere bisogna
riconoscere un principio che garantisca la stabilita e la necessità dell'essere
stesso. Tale è il principio di contraddizione. Questo principio viene assunto da
Aristotele in primo luogo come principio costitutivo dell'essere in quanto tale;
in secondo luogo, come condizione di ogni considerazione dell'essere, cioè di
ogni pensiero vero. Esso è quindi nello stesso tempo un principio ontologico e
logico; ed Aristotele lo esprime in due formule che corrispondono a questi due
significati fondamentali. «È impossibile che una stessa cosa convenga e insieme
non convenga ad una stessa cosa, proprio in quanto è la stessa»; «E' impossibile
che la stessa cosa sia e insieme non sia»; tali sono le due formule principali
in cui il principio ricorre in Aristotele (per esempio, Met., IV, 3, 1005 b, 18;
4, 1006 a, 3); e di queste formule evidentemente la prima si riferisce
all'impossibilità logica di predicare l'essere e il non essere di uno stesso
soggetto; la seconda all'impossibilità ontologica che l'essere sia e non sia.
Aristotele difende polemicamente questo principio contro i negatori di esso:
Megarici, Cinici e Sofisti, i quali ammettono la possibilità di affermare ogni
cosa di ogni cosa; Eraclitei, i quali ammettono la possibilità che l'essere, nel
divenire, si identifichi col non essere.
In realtà, il principio può essere difeso e chiarito solo polemicamente, perché,
come fondamento di ogni dimostrazione, non può a sua volta essere dimostrato. Si
può bensì dimostrare che chi lo nega non dice nulla o toglie la possibilità di
qualsiasi scienza; e questo è infatti l'argomento polemico addotto da Aristotele
contro i negatori di esso. Ma con ciò ancora non riesce evidente il suo valore
di assioma fondamentale della filosofia prima, di principio costitutivo della
metafisica come scienza dell'essere in quanto tale. Questo valore risulta invece
dalle considerazioni che Aristotele svolge a proposito dell'essere determinato
(tòde ti). Se, per esempio, l'essere dell'uomo si è determinato come quello di
«animale bipede», necessariamente ogni essere che sia riconosciuto come uomo
dovrà essere riconosciuto come animale bipede. «Se la verità – dice Aristotele –
ha un significato, necessariamente chi dice uomo dice animale bipede: giacché
questo significa uomo. Ma se questo è necessario, non è possibile che l'uomo non
sia animale bipede: la necessità significa infatti proprio questo, che è
impossibile che l'essere non sia» (Met., IV, 4, 1006 b, 30). Qui si scorge
chiaramente il significato del principio di contraddizione come fondamento della
metafisica: il principio porta a determinare il fondamento per il quale l'essere
è necessariamente. E difatti la formula negativa del principio di
contraddizione: «è impossibile che l'essere non sia» si traduce positivamente in
quest'altra: l'essere, in quanto tale, è necessariamente. In questa formula il
principio rivela chiaramente la sua capacità di fondare la metafisica. L'essere,
che è l'oggetto di questa scienza, è l'essere che non può non essere, l'essere
necessario.
La necessità costituisce dunque per Aristotele il senso primario o fondamentale
dell'essere, quello a partire dal quale tutti gli altri (se ve ne sono) possono
essere compresi e distinti. Era, questa, la stessa tesi di Parmenide («l'essere
è e non può non essere»: fr. 4, Diels) che era stata fatta propria dai Megarici.
Aristotele tuttavia non intende questa tesi nel senso che solo il necessario
esiste e che il non necessario è nulla. Per quanto (come si è visto) egli
affermi che solo il necessario è l'oggetto della scienza e che la scienza stessa
pertanto è necessità (apodittica, cioè dimostrativa), il possibile è da lui
ammesso come oggetto di arti o di discipline che hanno solo imperfetto o
approssimativo carattere scientifico. Ciò che egli intende affermare pertanto è
che l'essere necessario è l'unico oggetto della scienza e che anche di ciò che
non è necessario si può aver conoscenza solo nella misura in cui si avvicina in
qualche modo alla necessità, nel senso che manifesta una certa uniformità o
persistenza. «Alcune cose – egli dice – sono sempre di necessità ciò che sono,
non nel senso di esservi costrette, ma nel senso di non poter essere altrimenti;
altre invece sono ciò che sono, non di necessità, ma per lo più; e questo è il
principio per cui possiamo distinguere l'accidentale, il quale è tale proprio
perché non è né sempre né per lo più» (1026b, 27). Come si vede, Aristotele
ammette accanto al necessario e all'uniforme (il «per lo più») anche
l'accidentale; ma dell'accidentale non c'è scienza e, in ogni caso, sia esso che
lo stesso uniforme non-necessario possono essere distinti e riconosciuti sul
fondamento del necessario.
Qual è dunque l'essere necessario? A questa domanda Aristotele risponde con la
dottrina fondamentale della sua filosofia. L'essere necessario è l'essere
sostanziale. L'essere che il principio di contraddizione consente di riconoscere
e d'isolare nella sua necessità è la sostanza. «Costoro – egli dice (riferendosi
a quelli che negano il principio di contraddizione) – distruggono completamente
la sostanza e l'essenza necessaria giacché sono costretti a dire che tutto è
accidentale e non c'è qualcosa come l'essere uomo o l'essere animale. Se infatti
c'è qualcosa come l'essere uomo, questo non sarà l'essere non uomo o il non
essere uomo; ma queste saranno negazioni di quello. Uno solo è infatti il
significato dell'essere e questo è la sostanza di esso. Indicare la sostanza di
una cosa non è altro che indicare l'essere proprio di essa» (Met., IV, 4, 1007
a, 21-27). Il principio di contraddizione, assunto nella sua portata
ontologico-logica, conduce direttamente a determinare l'essere in quanto tale
che è l'oggetto della metafisica. Questo essere è la sostanza. La sostanza è
l'essere per eccellenza, l'essere che è impossibile che non sia, e quindi è
necessariamente, l'essere che è primo in tutti i sensi. «La sostanza è prima–
dice Aristotele (I19., VII, 1, 1028 a, 31) – per definizione, per la conoscenza
e per il tempo. Intanto essa è la sola, fra tutte le categorie, che può
sussistere separatamente. Essa è prima per definizione giacché la definizione
della sostanza è implicita necessariamente nella definizione di ogni altra cosa.
E' prima per la conoscenza perché noi crediamo di conoscere una cosa, per
esempio l'uomo o il fuoco, quando sappiamo che cosa essa è, più che quando
conosciamo il quale, il quanto e il dove di essa; ed anzi noi conosciamo
ciascuna di queste determinazioni solo quando sappiamo che cosa esse stesse
sono». Il che cosa è la sostanza.
Il problema dell'essere si trasforma dunque in problema della sostanza e in
quest'ultimo si concreta e determina il compito della metafisica. «Ciò che da
tempo e anche ora, e sempre, abbiamo cercato, ciò che sempre sarà un problema
per noi: Che cosa è l'essere? significa questo: Che cosa è la sostanza?» (Met.,
VII, 1, 1028 b, 2).
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