PERCORSI
   . : pagina iniziale  . : Greca  . : percorsi  . : filosofi  . : appunti  . : interviste  . : elenco  



Gli ordini mendicanti e Aristotele


Ordini mendicanti


Sotto i pontificati di Innocenzo III e Onorio III, si procedette alla comprensione e istituzionalizzazione all’interno dell’ordinamento ecclesiastico di alcuni movimenti sorti spontaneamente nel mondo cristiano, che si affiancarono ben presto alle correnti monastiche precedenti, assumendo nel corso di un secolo un ruolo fondamentale all’interno della società. Gli Ordini mendicanti (che comprendono domenicani, francescani, e in seguito carmelitani e agostiniani), furono così definiti perché si facevano portavoce di un ideale di povertà che li spingeva a trarre unico sostentamento dalle offerte dei fedeli, anziché dalle rendite di fondi o proprietà come facevano gli Ordini monastici. Tali nuove forme organizzative si strutturarono in una molteplicità di comunità, che furono salvaguardate e potenziate anche quando, con il concilio lionese II del 1274, si condannarono tutte quelle forme di vita religiosa riconosciute come irregolari, nel timore di una perdita di controllo da parte dell’istituzione ecclesiastica dei nuovi fermenti spirituali che si facevano sempre più presenti nel mondo latino. Tra gli Ordini mendicanti, quelli destinati ad accrescere significativamente il loro prestigio furono fondati da due personalità estremamente eterogenee, Domenico di Guzmán (o di Caleruega) e Francesco d’Assisi.

Domenicani

Il primo, fondatore nel 1206 dell’Ordine dei domenicani, si dedicò in collaborazione con il vescovo di Tolosa allo studio del Vangelo, promuovendo un’attività di predicazione (da cui i suoi seguaci presero il nome di frati predicatori) in funzione antiereticale, rivolta soprattutto contro i catari. Il motto latino che racchiudeva l’ideale di vita promosso era ‘contemplata aliis tradere’(trasmettere, riferire agli altri le cose che si sono contemplate). A seguito dell’istituzione dei primi centri ad opera di Domenico a Bologna e Roma, e alla loro diffusione in tutta Europa, l’Ordine fu accolto ufficialmente in seno alla Chiesa cattolica nel 1216 da Onorio III, mentre Domenico fu canonizzato nel 1234. A differenza degli Ordini religiosi benedettini riformati, che erano soliti costituire comunità religiose fuori dalle mura cittadine, l’Ordine dei predicatori, come quello francescano, fu particolamente attivo all’interno dei centri abitati che, nel corso del XIII secolo, erano in fase di espansione grazie all’incremento demografico e l’intenficarsi degli scambi commerciali. La fondazione di ogni convento era accompagnata dall’istituzione di una scuola in cui i futuri predicatori venivano formati. Ben presto tali scuole acquisirono una tale fama da richiamare l’attenzione delle Università, dove i maestri predicatori fecero il loro ingresso, non privo di contrasti.

Tra gli appartenenti all’Ordine domenicano si contano alcuni tra i più importanti pensatori dell’Occidente medievale, come Alberto Magno, il suo discepolo Tommaso d’Aquino; Meister Eckhart, e la mistica Caterina da Siena. Nei secoli XV e XVI una profonda esigenza di riforma, che condusse ad esiti profondamente diversi, animò la predicazione dei più noti esponenti dell’Ordine, come Girolamo Savonarola e Bartolomeo de Las Casas.

Francescani

Diversa è l’ispirazione originaria di Francesco d’Assisi, che già nel 1208 riuniva attorno a sé un gruppo di seguaci, ponendo al centro dell’esperienza religiosa povertà, penitenza, contemplazione e predicazione itinerante. Dopo l’approvazione di Innocenzo III (1210), fu ancora Onorio III nel 1226 a confermare la Regula bullata. Dopo la morte di Francesco, aumentarono le tensioni fra due correnti interne all’Ordine, l’una, i cui esponenti più noti furono Angelo Clareno, Pietro di Giovanni Olivi e Ubertino da Casale, detta degli ‘spirituali’, che ribadiva con nettezza l’ideale di povertà e di mendicità, l’altra, divenuta subito predominante, che mirava a mitigarne il rigore, dei ‘conventuali’. Fu proprio a causa della sconfitta e della condanna dell’ala spirituale che l’Ordine francescano rafforzò sempre di più la sua presenza all’interno dell’istituzione ecclesiastica, e le sue figure più rappresentative si affermarono progressivamente nelle Università, dove occuparono, come accadde per i predicatori , prestigiose cattedre di teologia.

Il primo fu Alessandro di Hales, che entrò nell'ordine quando era già magister a Parigi. A lui seguirono Ruggero Bacone, Bonaventura da Bagnoregio, Duns Scoto e Guglielmo di Ockham. Nel corso del XIV e XV secolo, in risposta alla perdita del rigore originario e alla decadenza dei costumi, si affermò la corrente degli ‘osservanti’, di cui fecero parte Bernardino da Siena e Giovanni da Capestrano, istituzionalizzata nel 1517 da Gregorio X.




Controversia fra secolari e regolari



Verso la metà del secolo la vita dell’università parigina è travagliata da una controversia sorta in relazione all’inserimento degli esponenti degli ordini mendicanti nell’Università, che portò alla creazione, a partire dagli anni '20, di due cattedre di teologia, quella dei domenicani e quella dei francescani. L’ordine dei frati predicatori, fondato da Domenico di Guzman con il precipuo scopo di far fronte alle sette ereticali (i catari in primis), assumeva come compito specifico, come suggerisce il nome, la predicazione e prevedeva per i suoi membri un’ampia e approfondita preparazione culturale (prima di tutto, ma non solo, nel campo della Sacra Scrittura). Per questo motivo furono fondati studia in alcune importanti città, fra cui Parigi.
Diverse sono l’impostazione e le finalità specifiche rivendicate dall’ordine francescano, il cui fondatore concepiva la povertà, intesa nella sua applicazione più rigorosa come distacco da ogni tipo di realtà mondana, come elemento basilare e fortemente caratterizzante della loro scelta religiosa; questa prospettiva implicava anche il non coinvolgimento in un’attività come quella dell’intellettuale di professione. In realtà i Francescani si insediarono ben presto a Parigi: addirittura uno dei maestri più importanti della Facoltà teologica, Alessandro di Hales, entrò nell’ordine (1231) e divenne così il primo magister seguace della regola francescana nell’Università di Parigi; la cattedra occupata da Alessandro passò nel 1248 al suo allievo, anch’egli francescano, Giovanni de la Rochelle. La cattedra divenne così di fatto francescana, e alla morte di Giovanni gli succedette nell’insegnamento Bonaventura da Bagnoregio.
Nel 1255 un chierico secolare, Guglielmo di Saint-Amour, con il De periculis novissimorum temporum, portò un attacco durissimo alla vita dei regolari (i membri degli ordini mendicanti sono ‘regolari ’in quanto sottoposti ad una "Regola" di vita, come i monaci e i canonici agostiniani, mentre i ‘secolari’ sono i chierici, insigniti degli ordini ecclesiastici minori o maggiori -fino al sacerdozio- ma non soggetti all’autorità dei superiori e del capitolo monastico), affermando che essa era contraria alla morale e alla religione. Nella disputa risultano intrecciarsi problemi di carattere dottrinale, come il dibattito sul voto di povertà (l’usus pauper) e la condanna del gioachimismo, che aveva trovato ampio consenso soprattutto all’interno dell’ordine francescano, con problemi di carattere istituzionale, provocati dalla decisa ostilità manifestata dai secolari nei confronti dell’insegnamento dei regolari, che, legati dal voto dell’obbedienza ai propri superiori, rappresentavano una minaccia all’autonomia della corporazione universitaria. Nonostante l’attacco sferrato dal Saint-Amour, il papa confermò nel 1256 il diritto dei domenicani e francescani di mantenere le loro cattedre teologiche, che furono occupate rispettivamente da Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio.





Visione beatifica



La visione beatifica tra intellettualismo e volontarismo


La promessa biblica della possibilità di vedere Dio ‘faccia a faccia’ (Paolo, I Lettera ai Corinzi, 13,12) fu per i medievali motivo di ampie riflessioni che condussero ad elaborazioni teologiche diverse per ispirazione, orientamento ed argomentazioni filosofiche ad esse sottese. Nel 1241 e nel 1244 era stata censurata la tesi per cui “Né l’uomo né l’angelo vedranno Dio nella sua propria essenza”, nella quale si manifestava l’influenza della teologia orientale, tesa a ribadire l’assoluta trascendenza di Dio. Nelle successive discussioni, che si protrassero fino al pronunciamento dottrinale definitivo da parte del papa Benedetto XII nel 1336, non fu la possibilità della visione a essere messa in dubbio, ma il modo del suo ottenimento: se fosse o no raggiungibile naturalmente dall’intelletto umano e se potesse essere ottenuta in questa vita. A differenza infatti di altre modalità di attingimento al divino principio che ipotizzavano l’unione durante la vita terrena, ‘in via’, o l’accesso privilegiato ad una conoscenza ultrasensibile che da Lui proveniva, nella tradizione agostiniana la visione beatifica era accessibile solo ‘in patria’, ovvero dopo la morte, in quanto ricompensa che spetta al beato, che ha meritato con la sua condotta la grazia eterna.

La visione beatifica presso i Cisterciensi

Nel corso del XII secolo non si era avuta una vera e propria riflessione, in senso razionale e programmatico, intorno alla visio beatifica. Sicuramente però le ultime fasi dell’unione mistica implicano inevitabimente la prefigurazione di quella che poi sarà la visione beatifica di Dio. Per Bernardo di Chiaravalle la visio beatifica è pertanto un prolungamento della contemplazione, che non può attingere la propria perfezione in questa vita. Ci sono tre immagini che in maniera efficace rendono conto della posizione di Dio e dell’uomo nell’ambito dello stato finale della contemplazione, anticipazione della futura visio facialis: la goccia d’acqua che perde il suo colore e il suo sapore nel vino; il ferro e il fuoco; l’aria illuminata dal sole. La seconda e la terza metafora derivano da Massimo il Confessore, mediato da Giovanni Scoto Eriugena. Le tre immagini rendono conto in modo efficace di un’unione che rispetta la distinzione delle sostanze, evitando un possibile esito panteista del processo contemplativo. Per Bernardo l’oggetto stesso della conoscenza dell’uomo (Dio), trasforma il soggetto attraverso la carità, ma la visio beatifica è riservata solo alla gloria della vita eterna. Con Guglielmo di Saint-Thierry è ribadito che la conoscenza intellettuale dell’essenza di Dio è impossibile in questo mondo, e tuttavia, l’amore, nel rendere l’anima simile a Dio, genera la similitudo capace di produrre una conoscenza affettiva che va a sostituirsi a quella intellettuale.

Intelletto e amore

A proposito della varietà delle posizioni assunte in ambito teologico sul tema nel XIII secolo, è in primo luogo opportuno ricordare la canonica, ma sempre utile distinzione tra la posizione definita intellettualista, tipica dei maestri domenicani (tra i quali i più celebri sono, come è noto, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino), che proponeva la possibilità di realizzare l’unione con Dio tramite l’intelletto, e quella volontaristica, che riprendendo temi della mistica cisterciense pone l’accento sulla volontà e l’amore, e che fu fatta propria dagli esponenti dell’ordine francescano (Bonaventura da Bagnoregio, Duns Scoto); tale differenza di approccio portò ad un contrasto che culminò con le polemiche sorte in ambito francescano contro la posizione tomista, espresse nel Correctorium di Guglielmo de la Mare, che dette inizio alla cosiddetta letteratura dei Correctoria, composti nell’ultimo ventennio del XIII secolo. Agli attacchi francescani, che condannavano sia l’approccio sia i risultati della speculazione tomista, seguirono, in difesa dell’Aquinate, o, più in generale, della posizione intellettualista, vivaci risposte da parte dei domenicani (i Correctoria del Correctorium, tra cui si annoverano il Circa di Giovanni Quidort, il Quare di Riccardo Knapwell e lo Sciendum di Guglielmo di Macclesfield).



Eternità del mondo



Creazione ed eternità del mondo


Uno degli elementi propri della dottrina cristiana, fortemente radicata sulla parola biblica, a partire dai primi secoli della sua elaborazione, è la credenza che il mondo sia stato creato per un atto volontario di un Dio trascendente e onnipotente. Questa tesi, che, rimanendo dominante attraverserà il medioevo, e rappresenta a tutt’oggi la posizione ufficiale della Chiesa, è estranea alle dottrine filosofiche greche dell’antichità classica.
Platone ed Aristotele, i due filosofi pagani che sotto questo riguardo influenzeranno maggiormente l’età medievale, non hanno elaborato una dottrina creazionista, sebbene nel corso dell’età medievale il mito del demiurgo esposto nel Timeo platonico sia stato solitamente inteso in tal senso. Già Agostino, infatti, sosteneva che Platone ed i platonici avevano avuto “le più sane opinioni circa Dio creatore del cielo e della terra”. Gli autori attivi nel XII secolo presso la scuola di Chartres come Teodorico o Guglielmo di Conches non hanno esitato ad identificare il demiurgo timaico con il Dio creatore cristiano e a scrivere resoconti dell’opera della Creazione facendo ricorso, oltre che al Genesi, al testo platonico (testo Il Divino e il megacosmo). In verità, sebbene in tale opera siano rintracciabili riferimenti ad uno specifico passaggio dal non essere all’essere, Platone non intende con ciò proporre la tesi di una creazione ex nihilo in senso biblico, quanto ipotizzare un’attività di riorganizzazione che il demiurgo opererebbe sul principio materiale a lui coeterno, facendo ricorso alle proporzioni matematiche, per conferire al mondo sensibile quell’ordine supremo che è immutabile nel mondo delle idee (testo del Timeo).

Il dibattito scolastico

Di ben più difficile composizione è il contrasto tra la dottrina della creazione cristiana del mondo e la concezione metafisico- naturalistica aristotelica ed araba, che ebbe ampia risonanza nella Latinità a partire dal secolo XIII. Aristotele infatti non allude mai ad un atto di creazione, o di ordinamento della materia da parte di un principio divino, ma sviluppa una serie di argomentazioni che rimandano inequivocabilmente ad una concezione fisica, metafisica e cosmologica in cui all’immutabilità del primo motore, o primo principio, inteso come atto puro, corrisponde un mondo eterno, non creato nel tempo. Il tema dell’eternità del mondo è uno degli elementi della filosofia aristotelica che, trasmessi anche dai commentatori arabi e strettamente legato ad influenze neoplatoniche, incontrarono maggiori contrasti nel corso del Duecento. Questa dottrina, infatti, insieme a quelle dell’unicità dell’intelletto, della negazione della Provvidenza e della negazione della libertà umana, caratterizzò il fenomeno noto come averroismo latino, che fu condannato a Parigi, e poi ad Oxford, nel 1270 e nel 1277.
Nel 1267 Bonaventura da Bagnoregio, durante un sermone dell’Avvento, si era espresso duramente contro tali tesi eterodosse, precisando tuttavia che nessun maestro cristiano aveva accettato di sostenere la tesi dell’eternità del mondo contro gli insegnamenti della fede cristiana. Nel contempo egli denunciava il fatto che alcuni commentatori di Aristotele erano caduti in errore illustrando la tesi aristotelica senza confutarla esplicitamente e ammettendo così la non esistenza di argomenti che ragionevolmente provassero il contrario: questo atteggiamento lasciava presumere che il dogma della creazione dovesse essere accettato come tale, solo per fede. Chi si comporta in questo modo, predicava Bonaventura, non è un buon cristiano ed assomiglia a colui che si dimentica di coprire la cisterna, dopo averla scavata: se il bue del vicino vi cade, la responsabilità è da attribuirsi a lui (Sermones, dominica III Adventus, sermo II; IX, 63). Nella prospettiva del generale dell’Ordine francescano, l’eternità del mondo deve essere ritenuta logicamente impossibile ed è compito di ogni maestro cristiano dimostrarne l’insostenibilità.

Una tesi non dimostrabile

Diversa è la posizione di uno dei maggiori esponenti dell’ordine domenicano, Tommaso d’Aquino, che, pur dichiarando di credere fermamente nel dogma della creazione, indispensabile al cristiano per l’economia della salvezza, ammette di non potere, con i soli mezzi della ragione, dimostrare l’erroneità della tesi aristotelica e che essa non può essere ritenuta contraddittoria: non potest demonstrari. Nel suo Tractatus de aeternitate mundi si preoccupa tuttavia di precisare quale sia il senso proprio con cui egli fa riferimento alla creazione, intesa come dipendenza delle creature dal loro creatore, come contingenza dell’ente rispetto all’essere necessario, distinguendolo da quello più comune, che è legato all’aspetto più propriamente temporale della durata delle creature stesse. Per Tommaso, l’essere creatura non deriva dall’essere stata posta in essere in un determinato momento: si è creature in quanto il nostro esistere è tale per partecipazione dell’essere propriamente detto, pertanto si potrebbe esistere dall’eternità senza che questo cambi il rapporto tra di noi e il Creatore, per quanto è ragionevole ammettere che l’eternità della creatura non potrebbe in nessun caso essere identica a quella di Dio. Definendo in questi termini il concetto di creazione, sostenere che il mondo abbia o meno avuto un inizio non implica contraddizione: gli argomenti aristotelici hanno in questa prospettiva una loro validità, che tuttavia rimane saldamente legata al contesto fisico in cui essi sono stati condotti.
Alberto Magno concorda con l’Aquinate sulla distinzione dei campi di indagine, ribadendo che la creazione non è un atto fisico e come tale non è messo in discussione dalle tesi ragionevolmente argomentate da Aristotele: chi è fisico utilizza strumenti appropriati alla sua disciplina e giunge a conseguenze la cui validità è tutta interna all’orizzonte in cui è stata prodotta.

Gli averroisti

Posizioni significativamente misurate e mai esplicitamente in contrasto con la dottrina cristiana furono assunte anche da quei maestri di arti con cui si è soliti identificare i maggiori esponenti dell’averroismo latino, o aristotelismo radicale, o integrale, ovvero Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia. Questo atteggiamento di cautela non valse loro l’accordo con i teologi più conservatori: l’argomentazione sottesa alle loro posizioni tocca infatti lo scottante tema dell'autonomia della ricerca filosofica, e il problema relativo alla sua sottomissione rispetto alle asserzioni della scienza teologica (subalternatio), nodo centrale intorno al quale la fine del XIII secolo si assiste al fiorire una pluralità di posizioni e, conseguentemente, al riproporsi di un irrigidimento dell’autorità ecclesiastica. Nel suo Tractatus de aeternitate, Sigieri radica la sua posizione principalmente sull’argomento dell’eternità della specie umana, cercando di confutare coloro che, ritenendosi buoni cristiani, non esitano ad attaccare irragionevolmente Aristotele, falsandone il pensiero. L’eternità della specie umana sarebbe a loro opinione sconfessata dalla pura constatazione che non esiste un individuo eterno, ma ciò non è convincente, poiché bisogna tener conto del rapporto individuo/specie umana, cioè del fatto che gli individui si succedono l’uno dopo l’altro: in questo senso non è possibile affermare con certezza che, percorrendo questa catena a ritroso, si giunga ad un primo uomo.
Più specificamente concentrato sul tema della creazione è il trattato di Boezio di Dacia. Ritenuto un sostenitore della cosiddetta dottrina della doppia verità, il maestro danese in realtà sii sforza di costruire un’argomentazione filosofica stringente a partire da premesse di uguale natura. Fede e ragione, dichiara, non possono contraddirsi, a differenza di quello che sostengono coloro che, pur avendo l’autorità di contrastare la ricerca filosofica, non hanno la strumentazione sufficiente per comprenderla appieno. Su questa base egli spiega che le tesi aristoteliche circa l’eternità del mondo sono vere secundum quid, ovvero relativamente al contesto in cui sono state elaborate, che è quello filosofico- ma non simpliciter, poiché, in senso assoluto, sono false. Chi ritenga che il dogma della creazione contrasti con la posizione aristotelica non è un buon logico, poiché dimostra di rendersi colpevole del paralogismo conosciuto con il titolo di fallacia secundum quid et simpliciter (Libera 1991, p. 371). Questo significa, agli occhi di Boezio, che anche chi creda cristianamente nella creazione del mondo, da filosofo non deve affermarla, per non cadere in errore (testo).

La possibilità di un mondo eterno

Questo dibattito sfociò nella condanna formulata nel 1277 da Etienne Tempier, vescovo di Parigi, che colpì in totale 210 tesi, di cui 10 concernevano il tema dell’eternità del mondo (le proposizioni 83-92, secondo la numerazione fissata da R. Hissette) (testo). La censura degli anni ’70 non impedì la circolazione della dottrina tomista secondo la quale la tesi dell’eternità del mondo non può dirsi eretica, poiché non contraddice la verità di fede, essendo filosoficamente indimostrabile. Verso la fine del secolo Pietro di Alvernia, affermò, sulla scorta di Tommaso d’Aquino, pur con la dovuta prudenza, che Dio avrebbe potuto creare un mondo eterno, il che non è eretico né assurdo. Più radicale la posizione di Giovanni di Jandun che, intorno al 1315, non esitò a dichiarare che le leggi di natura non possono spiegare gli eventi soprannaturali come la creazione e che il potere di Dio di creare un mondo ab aeterno non è in alcun modo negabile.




Condanne di Aristotele



Le prime condanne

La circolazione delle traduzioni delle opere naturali aristoteliche nelle università del mondo latino fu segnata da alcune importanti battute di arresto, che tuttavia non impedirono in modo definitivo l’accesso dei maestri di arti e di teologia al nuovo sapere greco ed arabo. Le autorità tentarono infatti di limitare la diffusione delle pericolose novità, concernenti soprattutto la filosofia naturale e la metafisica, contenute nei testi scientifici aristotelici, condannandone la lettura e l’attività di commento di fronte agli studenti. La prima proibizione ufficiale della lettura dei libri naturales di Aristotele risale al 1210 e colpì la nascente università di Parigi. In occasione di un concilio provinciale, Pietro di Corbeil, arcivescovo di Sens, sancì il divieto, sotto pena di scomunica, di leggere, cioè di insegnare, sia in pubblico che in privato, le opere naturali di Aristotele ed i commenti ad esse dedicate, oltre a promulgare, nel corso del medesimo concilio, le condanne degli scritti di Amalrico di Bène, e Davide di Dinant e di Maurizio Ispano. Pochi anni dopo (1215), Roberto di Courçon, legato pontificio, nel riorganizzare i curricula della stessa Università, in particolare della Facoltà di arti, ribadì il divieto di leggere i libri naturali e la Metafisica dello Stagirita, insieme alle Summe e i compendi ad essi relativi.

Cauta apertura

Il pontefice Gregorio IX si espresse riguardo alle pericolose tesi della filosofia naturale greca ed araba in forma più attenuata all’interno di due lettere inviate ai maestri di teologia, il 7 luglio 1228 e il 13 aprile 1231. Se la prima missiva esortava i teologi parigini a non tralasciare il loro compito, ovvero quello di commentare i testi sacri senza discostarsi rispetto alla tradizione dei Padri della Chiesa, resistendo alle novità sempre più attraenti proposte dalla filosofia appena introdotta in Occidente, la seconda, nota come Parens scientiarum, pur ribadendo la distinzione e la superiorità della teologia rispetto alla filosofia, invitava i maestri della facoltà di arti ad attendere, prima di tenere lezioni su Aristotele, l’opera di epurazione che una commissione di dotti avrebbe eseguito sulle sue opere, per liberarle da ogni sospetto di eresia. La decisione di porre termine all’atteggiamento di chiusura nei confronti del nuovo sapere fu conseguenza anche dei disordini sorti in quegli anni nell’Università di Parigi a causa di un abbandono di massa degli studenti, che si orientarono verso sedi quali quelle di Oxford e Tolosa, dove il controllo papale era meno diretto e l’insegnamento dei libri naturali di Aristotele esercitava un’efficace attrattiva. La commissione, nominata il 23 aprile 1231 dallo stesso Gregorio IX, e composta da Guglielmo di Auxerre, Stefano di Provins e Simone di Authie, non portò a termine il compito per cui era stata formata, anche a causa della morte, di pochi mesi successiva alla nomina, di uno dei commissari, Guglielmo. Negli anni ’50 del XIII secolo gli statuti delle facoltà di arti di Parigi e di Oxford sancirono nei loro curricula l’obbligo di leggere le opere fino ad allora proibite, che divennero parte integrante del sapere ufficiale di ogni studente.

Le condanne del 1270 e del 1277

Il secolo XIII si chiude con due condanne che colpiscono tesi collegate direttamente alla nuova scienza aristotelica, giudicate incompatibili con la fede cristiana. In particolare, la confluenza di una preoccupazione di "politica culturale" con il persistere di una forte corrente di ispirazione agostiniana, che non rifiutava di leggere Aristotele ma intendeva mantenere il suo apporto filosofico all’interno di una interpretazione della filosofia come doctrina christiana, portarono alle due importanti condanne della fine del secolo. La prima fu promulgata dal vescovo di Parigi Stefano Tempier il 10 dicembre 1270 e concerne 13 proposizioni. I temi principali toccati dalla censura sono l’unicità dell’intelletto, il determinismo astrale, l’eternità del mondo, la concezione intellettualistica della volontà umana, la conoscenza divina e la negazione della provvidenza.
La seconda condanna, più celebre, del 1277 rappresenta un momento decisivo del pensiero medievale, momento in cui l’autorità ecclesiastica intervenne in modo restrittivo sulla libertà di ricerca degli universitari per tenere sotto controllo un conflitto dottrinale, sfociato già da alcuni anni, che il precedente tentativo di censura non aveva risolto. Traendo spunto dalla richiesta del pontefice Giovanni XXI (al secolo Pietro Ispano) di condurre un’indagine per accertare l’ortodossia delle tesi filosofiche in auge all’Università di Parigi, Tempier costituì una commissione di sedici teologi, tra cui Enrico di Gand, per esaminare i testi che circolavano particolarmente alla facoltà di arti, ossia tra i filosofi. Il 7 marzo 1277 il vescovo condannò 219 proposizioni di carattere vario e tratte da testi di autori diversi (fra cui figurano Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia - i cosiddetti "averroisti latini", ma anche l’esponente della cultura cortese Andrea Cappellano, e finanche Tommaso d’Aquino); in sostanza, le tesi condannate erano accomunate essenzialmente dal rifiuto opposto dai censori ecclesiastici nei confronti di ogni forma di emancipazione della filosofia dall’universo della teologia.

Gli errori dei filosofi

Tra le 219 tesi si ripropongono infatti quelle già condannate nel 1270, oltre ad un buon numero di altri ‘errori’, di matrice pagana, riscontrati in testi filosofici e teologici: questi concernono la natura della filosofia, la conoscibilità di Dio e la scienza divina , la libera volontà di Dio e la sua potenza, l’eternità del mondo, la natura ed il ruolo delle intelligenze angeliche, la natura degli astri e il loro influsso sulla generazione terrestre, il problema della necessità/contingenza, la natura dell’essere umano, con particolare riferimento alla sua componente intellettiva, la volontà umana, la felicità intellettuale e il suo rapporto con i temi dell'etica. Altri ‘errori’ denunciati riguardano la messa in discussione dei dogmi della fede cristiana, la negazione delle virtù cristiane e delle verità di fede relative all’aldilà.
L’impostazione polemica di Tempier e dei suoi collaboratori contro l’autonomia della ricerca filosofica si rivela chiaramente nella premessa all’elenco delle tesi condannate: i loro autori, si dice, "affermano che le loro dottrine sono vere secondo la filosofia di Aristotele, ma non secondo la fede cattolica, come se esistessero due verità opposte, o come se nelle parole dei filosofi pagani si potesse trovare una verità contraria a quella della Sacra Scrittura." L’affermazione paradossale di una "doppia verità" costituiva chiaramente una forzatura polemica: tuttavia, forse proprio questo suo carattere paradossale ha contribuito a concentrare l’attenzione degli storici sulla condanna del 1277. Considerato dalla storiografia laica ottocentesca come una delle espressioni più tipiche dell’oscurantismo delle forze ecclesiastiche contro la libertà della ricerca filosofica, tale evento è stata indicato da Pierre Duhem come il punto di crisi della cultura scientifica medievale, in cui la gabbia mentale costituita dalla compatta visione del mondo aristotelica si sarebbe per la prima volta incrinata, lasciando passare elementi di "immaginazione scientifica" legati alla negazione del determinismo rigido e alla riaffermazione della dipendenza diretta del mondo dalla potenza divina; in questo senso la corrente duhemiana ha rivalutato questo evento drammatico, identificandolo provocatoriamente come il momento di passaggio ad una nuova visione scientifica del mondo. Le posizioni della critica sembrano oggi tuttavia concordare sul fatto che il testo contenente le proposizioni condannate ebbe ampia circolazione nel mondo latino e continuò ad essere presente ai filosofi ben oltre la cosiddetta età di mezzo.




Filosofia della natura



Aristotelismo e filosofia naturale

A partire dalla metà del XII secolo comincia l’opera di traduzione del corpus naturale aristotelico, che rappresenta per i medievali un sapere organicamente organizzato da cui mutuare l’intera struttura della realtà fisica del mondo, atto a colmare il silenzio dei testi sacri, che si fermano al momento iniziale della Creazione, tacendo la descrizione dei processi specifici che sottostanno al verificarsi eventi naturali. Con il diffondersi delle traduzioni di questi testi, e, all’inizio del XIII secolo, con la nascita delle Università, l’attenzione nei confronti di queste tematiche raggiunge una tale entità da essere considerato una minaccia per la cultura cristiana, perché, insieme alle spiegazioni del mondo fisico, si propongono idee che contrastano con le verità di fede del testo sacro. Le condanne degli anni 1210 e 1215 non impedirono ai maestri della facoltà di arti, il livello primario di istruzione universitaria, di avere accesso ai testi di filosofia naturale, come testimoniano i numerosi commenti che ci sono pervenuti e le indicazioni che si rintracciano nei testimoni di quel genere letterario, che è la guida degli studenti, in cui si espongono i curricola previsti nell’insegnamento universitario. Ben presto infatti le facoltà di arti, che continuano la tradizione delle scuole di dialettica del secolo precedente, proporranno come programma di studi l’intero corpus aristotelico disponibile. La filosofia naturale, detta in questo contesto anche fisica, compare in questi programmi, seguendo il modello aristotelico, come una suddivisione della filosofia speculativa, definita spesso come quella ‘scienza naturale che si occupa degli enti in relazione al movimento e alla materia che per definizione sono loro uniti’, e comprende lo studio della Physica aristotelica, del De anima, del De animalibus, dello spurio De plantis e dei Parva naturalia, oltre che, per l’indagine sulle sfere celesti, il De coelo. I secoli della Scolastica vedono l’intensificarsi degli studi di filosofia naturale, che man mano assumono orientamenti differenti rispetto a quello iniziale, che traeva forza e contenuti dal patrimonio filosofico aristotelico.

La discussione sulla fisica aristotelica

Anche grazie al contributo offerto dagli sviluppi in logica e in teologia, nella fisica del XIV secolo vengono rimessi in discussione alcuni elementi centrali della filosofia aristotelica. In particolare, si ritiene di dover difendere la libertà e onnipotenza divine contro l’idea di un ‘Dio necessitato’ quale sembrava quello concepito all’interno di una cosmologia aristotelica, dove non trovava spazio, in primis, la possibilità di concepire una pluralità di mondi e l’esistenza del vuoto. Un ruolo di prim’ordine in questo processo di revisione delle posizioni aristoteliche e di introduzione di novità fu svolto da due maestri parigini, l’artista Giovanni Buridano e il teologo Nicola Oresme. Essi favorirono da un lato l’impiego di un atteggiamento più vicino all’empirismo, dal momento che ritenevano di poter utilizzare, oltre all’osservazione, la sperimentazione diretta come criterio di verità delle ‘ipotesi teoriche’aristoteliche, dall’altro introdussero la possibilità di far ricorso a ‘congetture’, ovvero a ragionamenti condotti ‘secundum imaginationem’, già frequentemente impiegati in teologia. Particolarmente significativi furono gli studi sulla mobilità astrale, che discutevano la tesi tolemaica ed aristotelica dell’immobilismo terrestre. Argomentare sul terreno della pura analisi logica tesi ritenute impossibili dal punto di vista fisico dava nuovo impulso allo sviluppo della disciplina e conduceva un ampliamento notevole del suo campo di indagine.
Oltre al contributo offerto dai maestri parigini, uno dei gruppi più attivi del XIV secolo si formò ad Oxford, già centro ‘specializzato’di studi di filosofia naturale (si pensi a Ruggero Bacone e Roberto Grossatesta), fu quello dei cosiddetti ‘calculatores’, maestri inglesi che operarono a partire dagli anni ’20 presso il Merton College di Oxford. Tra di essi si collocano Thomas Bradwardine, William Heytesbury, Richard e Roger Swineshead e John Dumbleton, che furono autori di apporti considerevoli nell’ambito dell’indagine sui ‘linguaggi di misurazione’, aprendo la via ad un settore di ricerca che offrirà ben noti sviluppi in età moderna. Le indagini condotte dai maestri oxoniensi avevano come obiettivo quello di approfondire la problematica aristotelica del cambiamento, di qualità o grandezze di qualunque tipo, e si proponevano di individuare proporzioni tra i fattori che entravano gioco (per esempio, nel caso del movimento si cercava di quantificare la relazione tra velocità, forza e resistenza). Non si deve tuttavia sopravvalutare il ruolo, accentuando in modo eccessivo il legame di continuità, tra i ‘calculatores’ e l’impulso successivo che ebbero in età moderna gli studi di dinamica e cinematica. Particolarmente noti sono gli sviluppi che ebbe la teoria del movimento del proiettile, la cui trattazione aristotelica era risultata ben presto insoddisfacente agli occhi dei medievali. Introducendo la nozione di ‘impetus’, Buridano faceva fronte all’esigenza di colmare una lacuna che la teoria del moto concepita nei termini di ‘tutto ciò che è mosso, è mosso da altro’ lasciava irrisolta, aprendo la via ad una messa in discussione dei presupposti stessi della filosofia naturale aristotelica




Logica Aristotelica



La logica medievale si caratterizza primariamente come logica aristotelica, in quanto fin dai suoi inizi vide in Aristotele il principale autore di riferimento, anche se non l’unico e mediato attraverso commentari di età tardoantica. L’opera logica di Aristotele venne conosciuta nell’occidente latino medievale in due fasi distinte: la prima nel VI secolo, attraverso le traduzioni delle Categorie e del trattato Sull’interpretazione, e le rielaborazioni di varie opere sulla logica e la retorica compiute da Boezio (Logica Vetus); la seconda a partire dal XII sec. con la graduale traduzione dall’arabo e dal greco dei rimanenti testi dell’Organon aristotelico (Analitici Primi e Secondi, Topici, Elenchi sofistici), che penetrò in Europa dalla Spagna moresca con il filtro dei commentari neoplatonici arabi, principalmente di Avicenna e Averroè. Questa seconda serie di opere rappresenta la cosiddetta Logica Nova, che contiene al suo interno la dottrina del sillogismo, e offre negli Analitici Secondi una trattazione del metodo scientifico ed una teoria della scienza. Da un punto di vista contenutistico, la Logica Vetus presenta la logica aristotelica interpretata dai commentatori neoplatonici, e contiene al suo interno anche alcune problematiche derivate dalla logica stoica. Infatti accanto a problemi tipicamente aristotelici quali quelli della corrispondenza fra linguaggio e realtà e quindi della teoria della referenza, troviamo anche una tendenza ad analizzare il linguaggio in senso formale (che porterà ad alcuni sviluppi tipici della logica modernorum), sulla scorta delle teorie logiche d’origine stoica. Infatti gli Stoici, pur affermando la necessità di una correlazione fra un concetto (lekton) e la sua espressione linguistica, avevano sostenuto che il concetto fosse un mero segno, tralasciando così il problema della reale corrispondenza tra parole e cose e considerando la logica come scienza autonoma delle regole del linguaggio.

La Logica Vetus

La teoria logica venne studiata nelle scuole fin dall’alto medioevo, con la ristrutturazione carolingia del sistema scolastico elaborata da Alcuino di York; essa rientrava infatti all’interno della prima sezione del curriculum di uno studente, il Trivio, nella parte corrispondente alla Dialettica. Fu proprio all’interno delle scuole che cominciarono a svilupparsi, soprattutto attraverso il meccanismo delle dispute, nuove riflessioni sullo statuto della logica come scienza, sul rapporto fra metodologie logico-dialettiche ed interpretazione dei testi sacri e nuove teorie sullo status ontologico e la referenza dei termini (un esempio può essere rappresentato dalle teorie logico- grammaticali esposte nel De grammatico di Anselmo d’Aosta) che preludono al successivo sviluppo di una teoria logica originale nel medioevo, la logica terminista o logica modernorum. Dato che lo studio della logica in questo periodo era portato avanti attraverso la lettura ed il commento dei testi, vediamo nel dettaglio le opere che costituiscono la Logica Vetus; esse sono:
- Le Categorie ed il Peri Hermeneias di Aristotele, entrambe nella traduzione di Boezio.
- Il Peri Hermeneias di Apuleio, che si occupa dei vari tipi di enunciati, dei termini, delle caratteristiche delle proposizioni e dei sillogismi. Quest’opera fu letta e commentata ed ebbe un posto importante nello studio della logica fino al XII sec.; in essa troviamo per la prima volta la raffigurazione del quadrato logico delle proposizioni di Aristotele, oltre a elementi di logica stoica.
- L’Isagoge et in Aristotelis Categoriae Commentarium di Porfirio, tradotto da Boezio, testo che venne utilizzato come introduzione allo studio della logica per tutto il Medioevo.
- Le Decem Categoriae dello Pseudo- Agostino, opera redatta intorno al III- IV sec., che esercitò un’influenza diretta su Alcuino e che troviamo citata fino al XIII sec..
- Le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, un testo compilativo a carattere enciclopedico che influenzerà per lungo tempo lo studio sia della logica che della grammatica.
-Il De Nuptiis Mercurii et Philologiae di Marziano Capella (che in alcuni punti segue da vicino il testo del Peri Hermeneias di Apuleio).
- Le Institutiones di Cassiodoro.
- Le Institutiones di Prisciano che riuniscono problematiche logiche e grammaticali, ed eserciteranno un’influenza costante sui filosofi medievali (per esempio sono importanti nell’elaborazione dello status ontologico dei concetti in Abelardo).
- L'Institutio logica di Galeno.
- Il De definitione, risalente al IV sec., forse opera del neoplatonico Mario Vittorino.
- Alcuni trattati monografici su tematiche logiche compilati dallo stesso Boezio, fra cui l’Introductio ad syllogismos categoricos, il De syllogismis categoricis e il De syllogismis hypoteticis, che contengono al loro interno materiale tratto dalla logica proposizionale stoica.
- Il De divisione, il De differentiis topicis e l’In Ciceronis Topica commentarium sempre di Boezio, che contengono una teoria per l’inventio (il ritrovamento) degli argomenti che sarà rielaborata nel XIII sec, oltre ad alcune tracce di logica stoica.
- I commenti di Boezio a Porfirio e alle due opere di Aristotele menzionate sopra.

La logica nell’Alto medioevo

Questi testi fondamentali furono studiati per tutto l’alto medioevo, ma è solo con il rilancio dell’uso della dialettica ed il risvegliarsi nel XI sec. di acuti dibattiti teologici, come quello sull’onnipotenza divina e sulla presenza reale di Cristo nell’eucarestia, che l’analisi dei testi logici iniziò a produrre nuove e parzialmente originali elaborazioni filosofiche. Con la rinascita del XII sec. e l’emergere delle scuole cittadine le teorie logico-dialettiche si affermarono sempre di più come metodo della discussione filosofica, fornendo lo spunto per un ulteriore sviluppo delle arti del linguaggio (logica e grammatica in particolare): uno dei testimoni principali di questo progressivo affermarsi della logica fu Giovanni di Salisbury, che studiò personalmente con il più celebre dei maestri di logica del tempo, Abelardo. Nel XIII sec. l’importanza della Logica Vetus diminuisce, poiché da una parte andavano formandosi le teorie sulle proprietà dei termini alla base della logica modernorum e dall’altra era già iniziata la penetrazione nell’occidente latino delle nuove e più complete traduzioni dall’arabo e dal greco di Aristotele, corredate dai commentari di Avicenna e Averroè. Tuttavia i testi della Logica Vetus continuarono ad essere studiati ed a fornire una prima introduzione all’arte logica per tutto il corso del Medioevo.

La Logica Nova

Le prime opere di Aristotele ad essere reintrodotte nella cultura europea con le traduzioni dall’arabo e dal greco furono gli ultimi quattro testi che compongono l’Organon, probabilmente sotto l’influenza dell’interesse e del dibattito nelle scuole per la dialettica e la logica. I quattro testi aristotelici che formano il corpus della logica nova sono quindi:
-Gli Analitici Primi (Analytica Priora) che presentano principalmente la dottrina aristotelica del sillogismo (tradotti verso la metà del secolo da Enrico Aristippo insieme a un gruppo di traduttori di area italiana di cui non conosciamo i nomi)
- Gli Analitici Secondi (Analitica Posteriora) che offrono la teoria aristotelica sul metodo di fare scienza (furono tradotti dal greco da Giacomo Veneto negli anni 1125-50 e dall’arabo da Gerardo da Cremona negli anni ‘80)
- I Topici, che illustrano le forme dell’argomentazione, i sillogismi dialettici e le tecniche di disputa (ad opera degli stessi traduttori degli Analitici Primi)
- I Sophistici Elenchi, che trattano delle fallacie. (tradotti parzialmente da Giacomo Veneto)
In seguito, negli anni fra il 1260 e il 1280, quando ormai il corpus aristotelico era entrato stabilmente a far parte del curriculum delle università, tutto l'insieme della logica aristotelica, sia la logica vetus che la nova, venne completamente tradotto ex-novo e revisionato dal frate domenicano Guglielmo di Moerbeke, al cui preciso lavoro di traduzione e formazione di un corretto vocabolario filosofico si affidò Tommaso d’Aquino per la sua opera di commentatore.

La logica nelle università

L’arrivo delle prime traduzioni della Logica Nova coincide temporalmente con lo strutturarsi delle prime università in Europa, ed è interessante vedere come i testi della logica nova erano insegnati ad Oxford e a Parigi già dal 1200-1210, come ci testimonia sia il racconto di Ruggero Bacone, sia una lista di manuali e libri per seguire i corsi compilata sempre fra il 1200 e il 1210 da Alessandro Neckham, che indica tutti i testi della Logica Nova fra quelli su cui uno studente dovrebbe frequentare lezioni (e non manca di consigliare uno sguardo anche alla Metafisica e al De anima aristotelici). Le condanne ecclesiastiche che colpirono l’insegnamento universitario dell’aristotelismo nel 1210, ribadite fino al 1277, non inclusero mai la proibizione di insegnare le opere logiche aristoteliche, sia della Logica Vetus che della Logica Nova. Il primo commentario medievale ai Posteriori Analitici ad essere giunto fino a noi è quello di Roberto Grossatesta, databile dal 1209 al 1229; nel corso del suo insegnamento ad Oxford, Grossatesta scrisse anche glosse ai Sofistici Elenchi e alla Fisica, mostrando come ormai la Logica Nova fosse diventata non soltanto una parte integrante dell’insegnamento universitario, ma anche uno stimolo per la riflessione filosofica.
A partire dagli anni trenta del duecento lo studio della Logica Nova si trova ad essere sempre più intrecciato con le contemporanee evoluzioni più originali della Logica Modernorum, anche se nelle università insegnare filosofia (e quindi anche logica) continua sempre a significare insegnare e commentare Aristotele. Molte delle più grandi figure filosofiche del medioevo si cimentarono a scrivere opere di commento e/o Quaestiones sulla dottrina logica (e con gli Analitici Secondi, che si occupano del metodo della scienza, anche epistemologica) di Aristotele, da Grossatesta ad Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, ad Ockham.
In conclusione, la logica aristotelica (sia Vetus che Nova), intesa come metodo propedeutico allo studio della filosofia e come analisi delle regole del ragionamento, giocò un ruolo importante nella storia della filosofia lungo tutto il corso del medioevo, dalle prime scuole d’età carolingia alla tarda scolastica.