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Pietro Aureolo
Nato intorno al 1280, insegnò a prima Bologna, poi, dalla fine del 1314 a Tolosa,
in entrambi i casi probabilmente presso i conventi francescani di queste città,
essendo membro dell’ordine: a questo primo periodo di insegnamento si fa
risalire il poderoso commento al I libro delle Sentenze di Pietro Lombardo e i
due trattati sull’immacolata concezione della vergine Maria (Tractatus de
conceptione Beatae Mariae Virginis e Repercussorium). Tra il 1316 e il 1318 fu a
Parigi, dove occupò la cattedra di teologia come maestro reggente fino al
1320-‘21. In questo secondo periodo continuò la sua opera di commento alle
Sentenze, compose i suoi commenti alla Bibbia e le Quaestiones quodlibetali.
Il concettualismo e la teoria dell’esse apparens
Impegnato prevalentemente in studi teologici, fortemente critico delle posizioni
gnoseologiche dei maestri del XIII secolo, Aureolo è noto soprattutto per la sua
teoria della conoscenza, comunemente definita come una forma di concettualismo:
egli ritiene che la realtà extramentale sia costituita solo da singoli individui
(“omnis res, eo quod est, singulariter est”). Questa posizione lo spinge a
riflettere sulla natura della relazione tra la conoscenza e il suo oggetto. Al
momento in cui si presenta alla conoscenza, la res, la cosa sensibile, assume
una forma di esistenza che è detta esse apparens, di natura intenzionale.
Da ciò si inferisce che gli universali sono necessariamente entità mentali,
prodotte dall’intelletto. Sono infatti le nostre facoltà conoscitive che
possiedono la capacità di fare dell’oggetto esterno un ens apparens o
intentionale. L’oggetto sotto questa forma di esistenza è l’oggetto in quanto
conosciuto.
In questo senso il maestro francescano riconosce alla cognizione umana una
componente fortemente attiva, rifiutando l’idea che le facoltà conoscitive
ricevano passivamente le affezioni delle realtà esterne.
Conoscenza intuitiva e conoscenza astrattiva
Come Duns Scoto, Aureolo traccia una distinzione tra conoscenza astrattiva e
conoscenza intuitiva. In polemica con Duns, egli ritiene che l’essere umano
possa avere conoscenza intuitiva anche in assenza dell’oggetto di conoscenza,
poiché la distinzione tra conoscenza intuitiva e conoscenza astrattiva non
riposa sull’oggetto, ma sulla differenza delle caratteristiche della nostra
cognizione. Per esempio, la vista è intuitiva, mentre l’immaginazione è
conoscenza di natura astrattiva: la prima gode infatti della proprietà di
immediatezza, la seconda risulta da un processo discorsivo. Possiamo comunque
avere sensazioni (vedere qualcosa, per esempio), cioè conoscenze di natura
intuitiva, anche in sogno, in completa assenza di oggetti di conoscenza. Anche
l’intelletto umano può avere conoscenza intuitiva, nel caso della visione
beatifica.
La visione beatifica
Aureolo nega la possibilià per il viator (l’uomo in via, l’essere umano) di
conoscere Dio direttamente, attraverso l’atto di intuizione intellettuale che
invece spetta al beato. Le nostre facoltà intellettuali dipendono nel corso
della vita da quelle sensibili, quindi operano sempre in modo mediato e
discorsivo, attuando una conoscenza di tipo astrattivo.
La conoscenza dei singolari
Il maestro rifiuta la tradizione francescana di cui Scoto è il più celebre
rappresentante secondo la quale gli oggetti possano essere conosciuti nella loro
singolarità. La conoscenza intellettuale, in questa vita, ha sempre la
caratteristica della mediatezza, poiché opera attraverso i sensi e l’atto
intellettivo, producendo l’universale, che, ricordiamo, per Aureolo ha una
realtà solo mentale.
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