PERCORSI
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LA FILOSOFIA PATRISTICA
NEI SECOLI III E IV



Basilio il Grande


Nato verso il 331, BASILIO studiò a Cesarea, a Costantinopoli e ad Atene. Qui strinse con Gregorio di Nazianzo un'amicizia che era fondata soprattutto sulla comunanza degli studi e delle dottrine. Frutto della collaborazione dei due amici fu un'antologia delle opere di Origene intitolata Filocalia. Nominato vescovo di Cesarea, partecipò alle lotte teologiche del tempo e morì il 1° gennaio del 379. Basilio lasciò opere dogmatiche, esegetiche, ascetiche ed anche omelie e lettere. Le opere dogmatiche (Contro Eunomio, Sullo Spirito Santo) sono dedicate alla polemica contro l'arianesimo. Tra le opere esegetiche vengono in primo luogo le 9 omelie sull'Esamerone, nelle quali Basilio utilizza, a proposito delle diverse fasi della creazione del mondo, le dottrine scientifiche dell'antichità, specialmente di Aristotele. Le omelie di Basilio furono poi famose nell'antichità e fecero annoverare l'autore fra i maggiori oratori della Chiesa. Solo 24 di esse sono certamente autentiche.
Basilio fa appello esplicitamente, nella sua lotta contro l'eresia, alla tradizione ecclesiastica. La fede precede l'intelletto: «Nelle discussioni intorno a Dio deve essere assunta come guida la fede, la fede che spinge all'assenso più fortemente della dimostrazione, la fede che non è causata da necessità geometrica ma dall'azione dello Spirito Santo» (Hom. in Ps., 115, 1). Il contenuto della fede è determinato dalla tradizione: «Noi non accettiamo alcuna nuova fede, che ci sia prescritta da altri né presumiamo di esporre i risultati della nostra riflessione per non dare come regola di religione ciò che è solo sapienza umana. Noi comunichiamo a chi ce lo richiede solo ciò che i Santi Padri ci hanno insegnato» (Ep., 140, 2). Basilio ammette tuttavia che si possano accogliere, oltre l'insegnamento della scrittura, anche le tradizioni ecclesiastiche che non trovano in essa riscontro.
Nelle sue discussioni trinitarie, Basilio mantiene fermo il caposaldo: una sola sostanza o essenza (ousìa), tre persone (ypostaseis). «In Dio, egli dice, c'è una certa ineffabile ed incomprensibile comunanza ed insieme una diversità: la distinzione delle persone non toglie l'unità di natura e la comunanza della natura non esclude la particolarità dei caratteri distintivi» (Ep., 38, 4). Eunomio di Cizico in quell'Apologetico (composto verso il 360) contro il quale è diretto uno scritto di Basilio aveva sostenuto che l'essenza di Dio consiste nel l'essere egli ingenerato e che perciò tale essenza non può essere partecipata dal Figlio, che è generato dal Padre. Basilio oppone che l'essenza divina è ingenerata in quanto non dipende da altro che da se stessa e in tal senso sia il Padre sia il Figlio sono ingenerati perché partecipano della stessa essenza. Ma nell'unica essenza divina il Padre riceve il suo essere di persona da se stesso, mentre il Figlio lo riceve dal Padre. Il Figlio è dunque generato come persona, non come essenza; e pertanto solo come persona si distingue dal Padre. Lo Spirito Santo a sua volta riceve l'essere dal Figlio ed ha quindi il suo posto dopo di lui (Adv. Eun., III, 1). Contro l'affermazione di Eunomio che noi conosciamo direttamente l'essenza di Dio (che sarebbe appunto l'ingenerabilità), Basilio oppone che noi possiamo conoscere Dio attraverso le sue opere, ma la sua essenza ci rimane inaccessibile. «Le creature, egli dice (1b., 11, 32), ci fanno bensì conoscere la potenza, la sapienza e l'arte del creatore, ma non la sua natura. Neppure, anzi, manifestano necessariamente la potenza del creatore, giacché può darsi che l'artista non ponga tutta la sua capacità nell'opera sua, ma la eserciti in essa solo in misura ristretta. Che se avesse applicato tutta la sua potenza nell'opera, sarebbe possibile da essa misurare la potenza di lui, ma giammai comprendere nella sua natura l'essenza». Anche dopo la rivelazione la conoscenza di Dio ci è data soltanto nel modo in cui l'infinito può essere conosciuto dal finito e perfino nella vita futura l'essenza di Dio ci sarà incomprensibile. La conclusione è una bella e profonda parola che Basilio pone a suggello della sua dottrina: «La conoscenza dell'essenza divina consiste solo nella percezione della sua incomprensibilità» (Ep. 234, 2). Il limite che l'uomo incontra nella conoscenza del trascendente è la più diretta ed evidente rivelazione del trascendente medesimo.


Gregorio di Nazianzo


GREGORIO NAZIANZO nacque verso il 330 ad Arianzo presso Nazianzo e fu educato a Cesarea, ad Alessandria e ad Atene, dove si strinse in amicizia con Basilio. Fu nominato vescovo di Sasima e poi di Costantinopoli (nel 379), ma rinunciò ad entrambi questi uffici per ritirarsi a vita solitaria, dedicata solo al lavoro letterario. Morì ad Arianzo, dove era nato, nel 389 o 390. Gregorio ha scritto orazioni, lettere e poesie. Delle 45 Orazioni quelle che vanno dal numero 21 al 31 sono le più importanti e famose; furono dette dall'autore Orazioni teologiche e gli procurarono l'appellativo di teologo. Furono tenute a Costantinopoli ed avevano lo scopo di giustificare la dottrina trinitaria contro l'ariano Eunomio (di cui si è già parlato a proposito di Basilio), e il semiariano MACEDONIO (morto dopo il 360), che mentre affermava la stretta somiglianza dell'essenza del Figlio con quella del Padre, faceva dello Spirito Santo una natura subordinata al Padre ed al Figlio in tutto simile agli angeli. Le lettere di Gregorio, scritte in forma letteraria accuratissima, quindi destinate al pubblico, concernono avvenimenti della vita dell'autore o dei suoi congiunti e di esse solo qualcuna, fra cui l'ultima, tratta questioni teologiche. Le poesie sono invece di natura polemica, dirette specialmente contro gli apollinaristi (APOLLINARE vescovo di Laodicea in Siria, morto verso il 390, negava l'umanità del Cristo considerandolo solo Dio; il Logos divino avrebbe in Cristo preso il posto dell'anima intellettiva). Esse hanno scarso valore poetico e sono nient'altro che prosa messa in versi. La speculazione di Gregorio è priva di originalità e di
forza sebbene espressa nella forma di una eloquente oratoria. Per merito di questa forma essa ha contribuito tuttavia alla diffusione e alla vittoria delle dottrine che i suoi grandi contemporanei avevano formulato.
Noi possiamo, secondo Gregorio, giungere a conoscere mediante la sola ragione l'esistenza di Dio, considerando l'ordine e la perfezione del mondo visibile, ma non possiamo conoscere la sostanza o essenza di Dio. Sappiamo che essa è superiore a tutte le altre essenze, è «un oceano infinito e indeterminato di essenze» (Or., 38); ma sfugge alla nostra possibilità determinarne la natura.
Al mistero dell'essenza divina si aggiunge il mistero della Trinità. «Questa professione di fede, dice Gregorio (Ib., 40, n. 41), io ti do come compagna e guida di tutta la vita: un'unica divinità e potenza, che si trova unita in Tre e Tre diversi comprende, che non è diversa per essenza né per natura, che non è aumentata per aggiunte né diminuita per sottrazioni, che è totalmente uguale, anzi totalmente la stessa, come l'unica bellezza e grandezza del cielo, che è l'infinita congiunzione di tre infiniti; e ognuno di questi, considerato separatamente è Dio, il Padre come il Figlio, il Figlio come lo Spirito Santo e ognuno conserva la sua proprietà, mentre considerati tutti e tre insieme, sono ancora Dio, l'uno per l'unità dell'essenza, l'altro per l'unità del comando».
Contro l'apollinarismo Gregorio difende l'integrità della natura umana in Cristo e così ha modo di esporre la sua antropologia. All'uomo appartengono il corpo, l'anima e l'intelletto. Ma l'intelletto non è distinto dall'anima; è una forza dell'anima stessa e quindi parte integrante della natura umana (Ib., 14). Il Cristo che ha assunto la natura umana ha dovuto assumere anche l'intelletto umano; l'uomo sarebbe altrimenti un animale privo di ragione (Ib., 51).


Gregorio di Nissa

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