FILOSOFI
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Cesare Beccaria

(1738-1794)



La sua filosofia raccoglie vari elementi dell'illuminismo francese. In economia fu di tendenze fisiocratiche, pur senza trascurare la preoccupazione mercantilistica per il bilancio statale; in estetica fu seguace del sensismo di Condillac, proponendo una precettistica basata sul numero, il grado d'interesse e l'armonia delle sensazioni accessorie che servono ad esprimere artisticamente un'idea; in politica si ispirò al contrattualismo di Locke e di Rousseau e all'utilitarismo di Helvétius, ravvisando nella «massima felicità divisa nel maggior numero» il criterio essenziale della convivenza umana. Consapevole della complessità della struttura sociale, Beccaria pensava che gli uomini potessero uscire dalla condizione di guerra imperante nello stato di natura con un patto associativo tramite il quale essi non cedono però ogni diritto, bensì la minima porzione possibile necessaria alla reciproca tutela: pertanto non è razionalmente concepibile che essi abbiano ceduto al sovrano l'arbitrio di ucciderli. Su questa base (in cui si innestano le teorie politiche di Montesquieu) si organizzano le argomentazioni dell'opera maggiore Dei delitti e delle pene: la pena di morte (vera e propria "guerra della nazione con un cittadino") è non solo infondata in diritto, ma anche inutile e inneficace, per motivi sia umanitari che pratici. Infatti essa non ha mai impedito il crimine, mentre la pena, non più legata al concetto di espiazione, è strumento necessario di difesa sociale (perciò accanto a essa Beccaria invoca la prevenzione dei delitti, aprendo in tal modo il discorso a una prospettiva politica e sociologica). Bisogna dunque scegliere quelle pene e quel modo di infliggerle che, conservando la proporzione col delitto commesso (la vera misura è il danno arrecato alla società, non l'intenzione né la considerazione della peccaminosità), facciano l'impressione più efficace (non è necessario che la pena sia terribile, ma che sia certa e infallibile), essendo prive di ogni crudeltà non necessaria (infatti non è l'intensità della pena che fa il maggiore effetto sull'animo umano, ma l'estensione di essa, dato che la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da impressioni ripetute e costanti che non da un movimento forte ma passeggero: perciò in un governo libero e tranquillo le impressioni debbono essere più frequenti che forti). Per questo motivo viene respinta anche la tortura «mezzo sicuro per assolvere i robusti scellerati e condannare i deboli innocenti» e illegittimo, perché il reo non è tale prima della sentenza del giudice (dunque la società non può togliergli la pubblica protezione prima che sia stata accertata la sua violazione dei patti con i quali gli era stata accordata).



Cesare Beccaria

Perché, secondo Beccaria, la pena di morte è ingiusta

Dei delitti e delle pene