FILOSOFI
   . : pagina iniziale  . : Greca  . : storia  . : filosofi  . : appunti  . : interviste  . : elenco  


La filosofia analitica è una corrente di pensiero secondo cui i tradizionali problemi filosofici possono essere affrontati solo analizzando il linguaggio con il quale sono stati formulati: si pone così una stretta connessione tra pensiero e linguaggio , in quanto solo attraverso il linguaggio si può conseguire un'esauriente chiarificazione del pensiero.


Bertrand Russell



Il movimento analitico si sviluppa a Cambridge agli inizi degli anni '30 per opera di filosofi, come Russell e Moore, nei quali prevale il cosiddetto atomismo logico, che interpreta l'attività filosofica come tentativo di tradurre le unità linguistiche complesse in unità semplici e basilari del discorso, al fine di giungere ai costituenti ultimi della realtà. Verso la metà degli anni '50 è Oxford che ospita i pensatori più originali, come Ryle e Austin, che elaborano la filosofia del linguaggio ordinario, partendo dalla consapevolezza che il linguaggio ha una struttura molto complessa, di cui gli elementi descrittivi e logico-formali costituiscono solo una parte, e che vanno analizzati molti altri tipi di discorso (etico, metafisico, teologico, giuridico).

Bertrand Russell

L'eminente logico, filosofo, pubblicista Bertrand Russell (Trelleck, Galles, 1872 - Plas Penrhyn, Galles, 1970) nei Principi della matematica (1903), scritti in collaborazione con il matematico e filosofo A. N. Whitehead, tenta di derivare tutta la matematica pura da un piccolissimo numero di concetti logici fondamentali ed elabora in modo sistematico la teoria dei tipi, come soluzione ai paradossi logici derivanti dal concetto di classe (per esempio, quello classico del cretese Epimenide che afferma "tutti i cretesi sono bugiardi").Tale teoria stabilisce una gerarchia di livelli logici tra gli enunciati e ammette come legittimo solamente un enunciato che si riferisce a un tipo logico inferiore.

Teoria delle descrizioni

Con l'articolo Sulla denotazione (1905) Russell enuncia una nuova teoria della descrizione, dimostrando come ogni proposizione che contiene una descrizione può essere ricondotta a un'altra equivalente che non contiene più la descrizione. Ciò permette di esaminare tutte le proposizioni esclusivamente sotto il profilo linguistico, prescindendo da qualunque riferimento ontologico. Armati di tale strumentazione teorica è possibile costruire quella lingua perfetta in cui gli enunciati complessi sono costruzioni di funzioni e costituenti elementari (costruzionismo logico).

Senso comune, scienza, filosofia

Nella sua prima opera propriamente filosofica, I problemi della filosofia (1912), Russell considera la scienza, in particolare la fisica, il modello della conoscenza certa, a cui si contrappone la conoscenza vaga e contraddittoria del senso comune. La filosofia non può che partire dal senso comune, ma deve elaborare i risultati conseguiti dalla scienza per sfuggire alle trappole dello scetticismo e del solipsismo (dottrina che considera l'io del soggetto l'unica realtà esistente). In tale processo di chiarimento Russell individua dei postulati (l'induzione, la causalità, l'esistenza del mondo esterno e delle menti altrui, l'affidabilità della memoria ecc.) che sono implicitamente accettati sia dalla scienza sia dal senso comune, ma di cui è impossibile una dimostrazione filosofica certa. Anche in ontologia il problema di Russell è di collegare gli oggetti del senso comune e quelli della fisica. Una prima risposta (La filosofia dell'atomismo logico, 1918) è quella dell'atomismo logico per il quale il mondo è costituito da fatti atomici, fatti cioè descritti in una proposizione atomica (non ulteriormente scomponibile): per esempio, "Socrate è ateniese". Mediante le leggi della logica si uniscono proposizioni atomiche ottenendo proposizioni complesse, che riflettono le strutture complesse della realtà. I fatti atomici sono costituiti da una sostanza neutrale primitiva, né spirituale, né materiale, che sta alla base sia della psicologia, sia della fisica.


IL PARADOSSO DEL BARBIERE

In campo filosofico, non si sa bene perchè, l'immagine dei barbieri e dei loro strumenti è piuttosto ricorrente: Guglielmo da Ockham, nel Medioevo, aveva impiegato filosoficamente il concetto di 'rasoio' per spiegare come sia opportuno ricorrere al minor dispendio possibile di energia esplicativa, tagliando via, proprio come fa il barbiere con il rasoio, il superfluo. Bertrand Russell, invece, esattamente nel 1901, ideò quello che è divenuto celebre come 'paradosso di Russell' o 'paradosso del barbiere', consistente in questo enunciato: in un paese dove tutti gli uomini sono rasati, esiste un solo barbiere il quale rade tutti gli uomini che non si radono da soli. Ma allora, chi rade il barbiere? Analizzando il problema con la teoria degli insiemi, è chiaro che nel paese esiste l'insieme degli uomini che si radono da soli e quello degli uomini che si fanno radere. Il barbiere si rade da solo? Impossibile, perchè il barbiere rade tutti gli uomini che non si radono da soli! Qualcun altro lo rade? No, perchè il barbiere rade tutti gli uomini che non si radono da soli! Ci troviamo di fronte ad un paradosso. Secondo Russell, per superarlo, bisogna correggere la nostra convinzione (errata) che per ogni proprietà debba per forza esistere un insieme: in qualche caso non si forma nessun insieme coerente.




Il manifesto di Russell-Einstein

Lettere Russell - Frege

Filosofia analitica

Bertrand Russell - Elogio dell'ozio