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Nel corso del XVI secolo, il pensiero politico e le istituzioni politiche tardomedievali maturano nella teoria dell'assolutismo: il primato dello Stato nazionale e della relativa confessione religiosa va di pari passo con le prerogative della sovranità. Mentre il giusnaturalismo si svincola dall'eredità aristotelica, l'idea del contratto sociale si affaccia sullo scenario europeo.


IL PENSIERO POLITICO


Lo Stato nazionale

Nel corso del Cinquecento si spezza definitivamente il binomio fede-politica, ben rappresentato dall'universalismo cristiano medievale. Il lungo braccio di ferro tra papato e Impero, che connota l'ambiente politico premoderno, è sintomo dell'inadeguatezza della ripartizione delle due funzioni di "direzione" (delle anime) e di "correzione" dei corpi che l'Europa cristiana medievale attribuisce rispettivamente al papa e all'imperatore (o ai singoli re).

Il Cinquecento sancisce in primo luogo l'indipendenza di "direzione" cioè di "governo" sui sudditi da parte del potere laico e vede aprirsi la grande vertenza epocale della "giustificazione" dello Stato monarchico su base nazionale.

Se le pretese della Chiesa sono ormai frustrate, anche l'antagonista imperiale esce battuto dallo scontro con la monarchia francese. Il tentativo di Carlo V di ribadire la supremazia imperiale sulla cristianità si imbatte nell'ostinata resistenza della Casa di Francia. La Riforma protestante dà poi il colpo di grazia al progetto asburgico, e se il sacco di Roma del 1527 rappresenta un severo monito all'orgoglio papale, la pace di Augusta del 1555 salva in extremis, pur riducendola a simulacro, l'autorità imperiale sui territori tedeschi. Il principio del cuius regio eius religio sancito in quest'occasione è carico di conseguenze per la teoria della sovranità che si sta affermando.

Nel cuore dell'uomo rinascimentale alberga l'ambizione di scavalcare all'indietro dieci secoli di storia e ricongiungersi con la fonte classica del sapere e della civiltà: il mondo greco-romano. Così perde progressivamente significato la convinzione tomista che l'attività debba seguire l'essere (operati, agere sequitur esse): "È meglio fare e pentirsi, che non fare e pentirsi", recita una celebre epistola di Machiavelli all'amico Vettori. Per ciò che riguarda il pensiero politico, che accompagna il nuovo modo di intendere l'agire politico, emerge a tutto tondo l'impostazione assolutistica: la "legge" è identificata nella volontà del sovrano, secondo le sentenze del Digesto, "quod principi placet legis habet vigorem" e "princeps legibus solutus est" (Ulpiano). Questa impostazione non rimane certo priva di contrasti, né la si può definire scontata.

Nell'universo politico medievale, infatti, prevaleva la concezione della "sovranità" della legge sul principe che l'interpreta: ciò era dovuto, in parte, all'analogia con l'interpretazione del dettato divino come prerogativa del pontefice, in un clima intellettuale dominato dall'onda lunga, platonizzante, dell'agostinismo. La rivalutazione della ragione a fianco della fede, e non più meramente come "ancilla" di questa, operata da Tommaso d'Aquino a metà del XIII secolo, consente — con la riscoperta di Aristotele — di oggettivare nelle "cose" il principio di equità.

E ancor prima di Tommaso, il Policraticus di Giovanni da Salisbury (1159) afferma che la legge non è l'effetto variabile della volontà umana, bensì s'inscrive nell'ordine stesso delle cose, secondo il principio della convenientia rerum (principio destinato ad ampia fortuna ancora per tutto il Settecento). Tradotta in termini politici, questa interpretazione "oggettiva" della sovranità della legge implica la condivisione del potere legislativo fra il re e altri soggetti politici concorrenti sul regno, come nobiltà, Stati, città.

Il processo di accentramento delle funzioni statali, che proprio nel Cinquecento subisce un'accelerazione destinata a diventare travolgente il secolo successivo, comporta la lotta a questa concorrenza: ciò non significa il venir meno del significato oggettivo della legge, quanto piuttosto l'affermazione del principio che la decisione sul rapporto di equità, e la conseguente "generalizzazione", spetta a un'unica fonte, individuale o collettiva che sia.

Dagli specula principum agli arcana imperii

"E, perché conosceva le rigorosità passate averli generato qualche odio, per purgare li animi di quelli populi e guadagnarseli in tutto volle monstrare che, se crudeltà alcuna era seguita, non era nata da lui, ma dalla acerba natura del ministro. E, presa sopra questo occasione, lo fecere mettere una mattina a Cesena in dua pezzi in sulla piazza, con uno pezzo di legno et uno coltello sanguinoso a canto. La ferocità del quale spettaculo fece  li populi inuno tempo rimanere satisfatti e stupidi".

La potenza della descrizione della sorte riservata da Cesare Borgia al suo ministro in questione, Ramiro de Lorqua, sta tutta nel suo stringato realismo: l'unica morale possibile è che di fronte al potere del sovrano il popolo deve rimanere "soddisfatto e stupito".

Il sovrano deve garantire la tranquillità e la salute del popolo; i mezzi per riuscirvi non riguardano quest'ultimo, per il quale l'azione del principe desta meraviglia e non è intelligibile nel suo arcano.

Nel Principe (1513), Machiavelli esalta l'abilità del sovrano ad agire abilmente, tramite la "virtù", per rintuzzare la "fortuna"; nel corso del secolo, altri autori approfondiscono il tema della tecnica del potere, realizzando un ponte verso la teoria razionale del governo che è caratteristica del secolo successivo.

Uno di questi autori è Giusto Lipsio, il quale nel suo Politicorum sive civilis doctrinae del 1589 (lo stesso anno della Ragion di Stato di Giovanni Botero) dà una definizione dell'autorità che apparentemente ricorda quel misto di "soddisfazione e stupore" che coglie gli abitanti delle Romagne.

L'autorità — secondo Lipsio — è "un'opinione che si ha del re, fatta di ammirazione e di paura", ma tale affermazione non ha nulla a che vedere con la mera forza del principe-awenturiero, poiché di fatto presuppone un'interazione fra principe e popolo.

Machiavelli è lo spartiacque fra la precettistica moraleggiante contenuta nei libri di consigli al principe, in auge per tutto il Medioevo (e ancora all'inizio del Cinquecento), e i trattati di "statistica" e ragion di Stato che punteggiano (grazie all'opera di eminenti italiani come Trajano Boccalini, Scipione Ammirato, Paolo Paruta e il già citato Botero) la nuova epoca, corroborando la formazione della teoria assolutista. La teoria della "sovranità" sta al centro del passaggio come sintesi fra l'elemento soggettivo (regimen) e quello oggettivo (regnum) del governare.


Jean Bodin


L'opera e il pensiero del giurista Jean Bodin (1529/30-1596) mettono bene in luce come il superamento della tradizione medievale-aristotelica sia carico di contraddizioni.

La sua opera spazia trattati di demonologia, astrologia e numerologia a quelli di storiografia e politica; la sua vita è uno slalom fra i disastri delle guerre di religione in Francia, dalla notte di San Bartolomeo all'affermazione del governo di Enrico IV.

In risposta agli oppositori dell'assolutismo regio di tutte le fazioni religiose in lotta (ma qui ricordiamo soprattutto gli ugonotti d'ispirazione antimachiavellica, la cui opera emblematica, forse stesa a quattro mani da Hubert Languet e Philippe Duplessis de Mornay, sono le Vindiciae contra tyrannos), nel 1576 il giurista d'Angers propone ne I sei libri dello Stato una compiuta teoria della sovranità.

Bodin affronta il tema dello Stato misto, di scottante attualità per l'epoca, operando un'inedita distinzione fra Stato e governo.

Già Machiavelli ha proposto la rivisitazione della forma mista propugnata da Polibio, per evitare gli inconvenienti delle forme pure. Bodin risolve la confusione fra elaborazione della legge e gestione amministrativa, indicando nel sovrano la fonte unica della legge, dunque della decisione sulle questioni strategiche riguardanti la salus populi, e nel governo il corpo commissario incaricato di amministrare il Paese.

Se Machiavelli loda la forma mista in Sparta e Roma, dove il potere sovrano è distribuito e bilanciato fra re, ottimati e popolo (o senato e plebe), Bodin afferma che uno solo dei tre (l'uno, i pochi, i molti) può essere sovrano, mentre la forma mista è volentieri propugnata nel governo.

Bodin, infatti, sostiene che l'armonia delle funzioni deve rispecchiare quella della distribuzione delle cariche e degli onori fra nobili e borghesi; la monarchia regia legittima —la forma di sovranità che Bodin preferisce — dimostra la sua saggezza non dividendo con altri il proprio potere legislativo, bensì distribuendo alle varie componenti sociali del Paese (evidentemente, ai rappresentanti qualificati di queste) le cariche amministrative.

Il pensiero di Bodin non è individualistico; i soggetti sui quali si esercita il potere sovrano sono le famiglie e non i singoli uomini, e non c'è neppure ombra di contrattualismo, fermo restando il limite all'arbitrio potenziale del monarca, indicato nel timore di Dio e nelle leggi di natura che comprendono quelle cosiddette fondamentali del regno: la legge salica (che esclude le donne dall'eredità paterna) e la legge di successione al trono.

Bodin pone la base del conseguente sviluppo della teoria della sovranità che si attuerà con Hobbes a metà del Seicento.

Per quest'ultimo non sarebbe stata più praticabile una conclusione come quella che troviamo ancora in Bodin, segno di una cultura non ancora svincolata dall'aristotelismo e dalle forme esoteriche e cabalistiche rinascimentali:

"Perciò il principe saggio accorderà sempre i suoi sudditi gli uni con gli altri, e tutti insieme con se medesimo, come si può vedere nei primi quattro numeri, che Dio ha disposto con proporzione armonica: per mostrarci che lo Stato regio è armonico e per questo si deve governare armonicamente. Poiché 2 a 3 fa la quinta, 3 a 4 la quarta, 2 a 4 l'ottava; e di nuovo, 1 a 2 fa l'ottava, 1 a 3 la dodicesima, tenendo la quinta e l'ottava, e 1 a 4 la doppia ottava, che contiene l'intero sistema di tutti i toni e accordi musicali. Colui che passasse a 5 causerebbe una discordanza insopportabile".

Jean Bodin - Della Repubblica