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Bonaventura da Bagnoregio

TUTTO PU0' ESSERE INDICATO COME TRACCIA PER ARRIVARE A DIO
Bonaventura (Giovanni Fidanza)
Bonaventura riassume in queste pagine del Breviloquium la sua concezione circa
il rapporto fra l’uomo l’universo e Dio nota come dottrina dell’esemplarismo.
Essa è di chiara ispirazione francescana oltre che agostiniana.
Breviloquium
3. E poiché la creatura non può avere Dio come principio se non è configurata ad
esso secondo l'unità la verità e la bontà; né Dio secondo l'obbietto se non lo
capisce per mezzo della memoria dell'intelligenza e della volontà; né Dio come
dono infuso se essa non è configurata a Lui per mezzo della fede della speranza
e dell'amore come triplice dote; e avendosi cosí tre conformità: lontana da Dio
la prima propinqua la seconda e prossima la terza ne deriva che la prima si
chiama vestigio della Trinità la seconda immagine e la terza similitudine.
4. Lo spirito razionale poi è in mezzo tra la prima ed ultima conformità cosí
che lo spirito inferiore tiene la prima conformità; lo spirito di mezzo tiene la
seconda lo spirito superiore tiene la terza. Pertanto nello stato di innocenza
quando l’immagine non era viziata bensí fatta deiforme per opera della grazia
bastava il Libro della creatura perché l’uomo potesse esercitare se stesso alla
visione del lume della divina sapienza; essendo egli sapiente quando vedesse
tutte le cose in sé nel proprio genere e infine nell’arte (divina) a seconda che
le cose posseggano l’essere cioè nella materia o natura propria
nell’intelligenza creata e nell’arte eterna; secondo le tre parole della
Scrittura pronunciate da Dio (Gen. 1 3 e segg.): fiat fecit et factum est.
5. Per la qual triplice visione l’uomo ebbe un triplice occhio come dice Ugo di
S. Vittore (Libro I de Sacram. p. X c. 2) della carne della ragione e della
contemplazione: l’occhio della carne con il quale vedere il mondo e le cose che
sono nel mondo; l’occhio della ragione con il quale vedere l’animo e le cose che
sono nell’animo; l’occhio della contemplazione con il quale vedere Iddio e le
cose che sono in Dio. Cosí con l’occhio della carne l’uomo poteva vedere le cose
che sono al di fuori di lui; con l’occhio della ragione le cose che sono entro
di lui; con l’occhio della contemplazione le cose che sono al di sopra di Lui.
L’atto poi di quest’occhio contemplativo che non è perfetto se non nella gloria
si smarrisce a causa della colpa viene ricuperato mediante la grazia e la fede e
l’intelligenza delle Scritture con le quali la mente umana è purgata illuminata
perfezionata in ordine alla contemplazione delle cose celesti; alle quali cose
l’uomo decaduto non può giungere se prima non riconosca i difetti e le tenebre
proprie; il che egli trascura di fare ove non considerasse e prestasse
attenzione alla rovina dell’umana natura.
(Grande Antologia Filosofica Marzorati Milano 1966 vol. IV pagg. 869-870)
Vita e opere
Giovanni (nome di battesimo di Bonaventura) da Fidanza, nato intorno al 1217 a
Bagnoregio, nell'Italia centrale, oblato nel convento dei francescani di
Bagnoregio a 17 o 23 anni, fu poi a Parigi negli anni 1235-1243, studente alla
Facoltà delle Arti; nel 1243 entrò effettivamente nell'ordine francescano, e
forse iniziò gli studi in teologia sotto la guida di Alessandro di Hales. Nel
1248 iniziò a commentare la Scrittura come baccelliere biblico e nel 1250-1252,
come baccelliere sentenziario, scrisse il commento alle Sentenze. Alla fine del
1253 o ai primi anni del 1254 divenne maestro reggente nell’Università di Parigi.
Dal 1257 divenne ministro generale dell’ordine francescano da lui interamente
riorganizzato. Nel 1273 fu nominato arcivescovo di Albano e cardinale.
Bonaventura morì durante il Concilio di Lione del 1274. Lo scritto fondamentale
del Doctor seraphicus è senza dubbio il Commentarius in quattuor libros
Sententiarum, composto a partire dal 1248, durante il suo insegnamento parigino.
Il suo capolavoro mistico è l’Itinerarium mentis in Deum (1259). Altri scritti
di notevole importanza sono il De scientia Christi, le Quaestiones disputatae,
il Breviloquium, le Collationes in Hexaëmeron. Bonaventura scrisse inoltre molti
opuscoli mistici, sermoni e scritti relativi al suo operato all’interno
dell’ordine francescano. Mentre negli scritti teologici Bonaventura accoglie
come punto di partenza il pensiero di Agostino per riassumere tutta la
tradizione scolastica, negli opuscoli mistici egli trova ispirazione nella
mistica di Bernardo, nei Vittorini (Ugo e Riccardo di San Vittore).
La scienza e la necessità dell’illuminazione della fede
Per il Doctor seraphicus, rispetto alle verità di fede, è maggiore l’adesione
alla verità che si ottiene attraverso la fede. Infatti, rispetto alle altre
verità, la fede possiede una certezza di adesione maggiore rispetto alla
certezza di speculazione della scienza. L’adesione implica un affectus, mentre
la speculazione il puro intellectus. La certezza della scienza è un puro fatto
teoretico, indubitabile relativamente al campo in cui resta costretta; non esige
l’adesione che è senza dubbio l’impegno personale del fedele. Fede e scienza, o
fede e opinione possono tuttavia coesistere. Il fedele può possedere non solo
l’adesione alle proprie verità di fede, ma può anche sostenerle attraverso molte
ragioni probabili. In tal modo la scienza coadiuva la fede, che tuttavia non
esclude la scienza perché è da molti punti di vista superiore ad essa: si può
infatti dimostrare indubitabilmente che Dio esiste ed è uno; ma scrutare
l’essenza divina accettando la sua coesistenza con la pluralità delle persone,
necessita l’illuminazione della fede. La fede implica l’impegno dell’essere
umano nei confronti della verità.
La conoscenza
Alla questione, se ogni conoscenza derivi dai sensi, il Doctor seraphicus
risponde di no: l’anima conosce se stessa e tutto ciò che è al suo interno senza
l’aiuto dei sensi esterni; tuttavia l’anima non può fornire la conoscenza intera.
Quest’ultima deve provenire, per la maggior parte, dall’esterno, veicolata dai
sensi. Tutto ciò costituisce una forte concessione all'aristotelismo. In
particolare sembra di poter affermare che Bonaventura dell’aristotelismo assume
specialmente il linguaggio: nei commenti alla Scrittura e alle Sentenze il
francescano non si sottrae alla generale influenza dell'aristotelismo; tuttavia,
pur accettandone la terminologia e i concetti fondamentali, come atto e potenza,
forma e materia, sostanza e accidente, ne legge le dottrine all'interno di una
prospettiva agostiniana che ne modifica anche profondamente il significato. Dai
sensi, infatti, non può che pervenire il materiale della conoscenza: le species
(le similitudini delle cose, quasi pitture delle cose stesse) e i termini
oggettivi da cui la conoscenza risulta. In realtà l’anima è stata creata nuda
(In Sententiarum), priva delle species. In questo, per Bonaventura, ha ragione
Aristotele, che affermava che l’anima è una tabula rasa. Ma la conoscenza,
sebbene necessiti dell’ausilio dei sensi, è condizionata e fondata su quei
principi che sono indipendenti dai sensi, innati ed infusi direttamente da Dio.
Affermando questa linea fondante della conoscenza, il Doctor seraphicus riprende
in modo completo la tesi fondamentale dell’agostinismo. La certezza della
conoscenza è garantita all’anima umana da un lumen directivum, da una directio
naturalis. Tale lumen proviene direttamente da Dio. Nel De scientia Christi il
francescano afferma a chiare lettere, basandosi sulle parole e l’autorità di
Agostino, che la mente, nella sua conoscenza certa deve essere guidata da norme
immutabili ed eterne, non da una sua disposizione (habitus). Il nostro
intelletto risulta quindi congiunto con la Verità eterna. Attraverso l’analisi
dell’Itinerarium è possibile stabilire quali siano le condizioni a priori della
conoscenza umana. Il mondo esterno entra nell’anima attraverso i sensi,
producendo nell’essere umano l’apprendimento, il giudizio e il diletto.
Nell’anima entrano tuttavia non le sostanze stesse delle cose, bensì le species,
cioè le immagini delle cose. Il giudizio astrae la specie sensibile, portandola
dai sensi all’intelletto. Già l’atto del giudizio implica l’illuminazione divina:
infatti il giudizio è l’atto della ragione che astrae dal luogo e dal mutamento.
Quindi il giudizio è eterno, e ciò che è eterno è Dio stesso. Le species
astratte dal giudizio sono l’oggetto dell’attività intellettuale, che si esplica
in tre momenti: la percezione dei termini, delle proposizioni e delle illazioni.
La percezione dei termini procede la successiva definizione di un termine con il
ricorso ad un termine superiore, cioè più esteso, fino ad arrivare a termini
supremi per estensione. Il termine più esteso è quello di essere. L’essere può
essere anche imperfetto; ma poiché, secondo quanto afferma Averroè, la negazione
non può intendersi se non in base all’affermazione, possiamo comprendere
l’imperfezione dell’essere solo in relazione all’Essere completissimo,
attualissimo e purissimo. Così funzionano anche gli altri due tipi di
comprensione: la nostra mente, per natura mutevole, non potrebbe comprendere la
verità immutabile delle proposizioni, se non per illuminazione di una luce
immutabile, né potrebbe, senza questa luce, formulare delle illazioni in cui le
conclusioni discendono direttamente dalle premesse. L’intelletto è subordinato
alla volontà per una iniziale spinta al bene detta sinderesi. Nell’Itinerarium
la sinderesi è l’apex mentis ed è fatta coincidere con l’ultimo grado
dell’ascesa a Dio, che precede di poco il rapimento finale.
Metafisica e teologia
Bonaventura accoglie il principio dell’ilemorfismo universale da Avicebron e
dall’aristotelismo ebraico. Una materia deve essere attribuita non solo agli
esseri corporei, ma anche a quelli spirituali. L’essere spirituale risulta
quindi non essere affatto semplice: è composto di potenza ed atto, traducibili
con materia e forma. La materia spirituale non è soggetta, come quella delle
cose corporee, alla privazione e alla corruzione: non è estesa, non è
quantitativa, generabile o corruttibile. Essa è pura potenza e costituisce, con
la materia corporea, un’unica materia omogenea. Questa dottrina diventa uno dei
capisaldi dell’agostinismo francescano. Ogni essere creato è quindi costituito
di materia e forma. Ma quale sarà la sua individuazione? Non dipenderà da un
principio esterno, ma dall’unione e dalla communicatio tra la materia e la
forma. La materia è per il Doctor seraphicus potenza non solo passiva, ma anche
attiva, capace di trarre da sé le forme. La potenza attiva della materia è la
ratio seminalis. La luce è la prima forma di tutti i corpi, a questa forma si
aggiunge l'informatio specialis di ciascun esistente attraverso le successive
forme che costituiscono gli esseri nella loro concretezza. Secondo Bonaventura
la natura interessa come luogo della manifestazione di Dio. È questa la tesi
dell’esemplarismo, che indaga il mondo creato per ritrovarvi le orme di Dio. In
questo senso la natura, l'insieme delle creature, può costituire una delle "vie"
della dimostrazione dell'esistenza di Dio: non però l'unica né la privilegiata.
Nella Quaestio disputata de mysterio Trinitatis, che risale agli anni 1253-57 (gli
anni dell'insegnamento parigino) Bonaventura si chiede se l'esistenza di Dio sia
una verità indubitabile e risponde di sì, seguendo una "triplice via": sostiene
infatti che (1) è una verità naturalmente impressa in ogni intelligenza; (2) è
proclamata da ogni creatura; (3) è verissima e certissima in se stessa. Nella
prima e nella terza via l'esistenza di Dio è in verità, più che dimostrata,
mostrata intuitivamente, seguendo un percorso per molti aspetti vicino a quello
di Anselmo d'Aosta, il cui Proslogion è richiamato più di una volta. La seconda
via si sviluppa secondo dieci argomenti, di cui a mo' di esempio ricordiamo il
primo: se c'è un ente che viene dopo, c'è un ente che viene prima; ma il primo
relativo rinvia a un primo assoluto, che è Dio; nelle creature c'è un prima e un
dopo, dunque c'è un primo principio.
Itinerarium mistico
L’Itinerarium vuol essere una guida per ascendere alla contemplazione di Dio
attraverso i gradini scanditi dal carattere di vestigium e di imago Dei della
realtà, rispettivamente infraumana e umana, per compiere poi il balzo oltre
l'umano (supra nos). È stato già detto come, relativamente all’Itinerarium e
agli opuscoli mistici, i veri punti di riferimento siano Bernardo e i Vittorini.
Al pari di Ugo di San Vittore, Bonaventura ravvisa tre occhi o facoltà della
mente umana: il primo occhio è rivolto alle cose esterne ed è la sensibilità; il
secondo è lo spirito, rivolto a se stesso; l’ultimo, rivolto al disopra di sé, è
la mente. Ognuna di queste facoltà può scorgere Dio per speculum, cioè
attraverso l’immagine di Dio riflessa negli enti creati, o in speculo, cioè
attraverso la traccia che l’essere di Dio lascia nelle cose stesse. Le facoltà
determinano sei potenze dell’anima. Seguendo il cisterciense Isacco della
Stella, Bonaventura enumera le sei potenze: il senso, l’immaginazione, la
ragione, l’intelletto, l’intelligenza, l’apex mentis o scintilla della sinderesi.
Ad ognuna di queste potenze dell’anima corrisponde uno dei sei gradi dell’ascesa
dell’anima a Dio. Nel primo le cose sono considerate nel loro ordine, nella loro
bellezza e nella loro origine divina. Il secondo grado coincide nella
considerazione delle cose nell’anima umana che ne apprende le species e le
purifica, astraendole dalle condizioni sensibili, attraverso il giudizio. Nel
terzo grado si contempla l’immagine di Dio nella memoria, intelletto e volontà,
poteri naturali dell’anima. Nel quarto si contempla Dio nell’anima umana
illuminata e perfezionata dalle tre virtù teologali. Nel quinto Dio è
contemplato nel suo primo attributo, l’essere. Nel sesto Dio è contemplato nella
sua massima potenza, il bene, per il quale si diffonde nelle tre persone della
Trinità. Al termine di questa fase “attiva” di ascesa a Dio, l’anima completa e
perfeziona la sua ascesa mistica attraverso l’attuazione di una sorta di
trascendenza radicale rispetto alle cose e a se stessa, e tramite l’abbandono di
tutte le operazioni intellettuali per porre tutto l’affetto in Dio. Questa è la
condizione di estasi (excessus mentis), descritta da Bonaventura con le parole
dello ps. Dionigi: una sorta di docta ignorantia, un momento non più
intellettuale, ma unione vivente dell’uomo con Dio, attraverso la quale l’uomo è
ammesso a penetrare l’essenza del suo Creatore.
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