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Il pensiero di Campanella cerca di conciliare una politica assolutistica e una metafisica cristiana, ma antiaristotelica. Le contraddizioni del sistema impediscono però una sintesi, e le idee politiche di Campanella, impigliate in tali contraddizioni, finiscono per condurlo al carcere.


L'utopia:
Tommaso Campanella

Naturalismo, magia e ansia di riforma protestante


La natura e il significato della conoscenza filosofica e il ripensamento del sensismo telesiano


Campanella incominciò con l'essere telesiano, ma subito a modo suo. Il messaggio di Telesio per lui significava contatto diretto tramite i sensi con la natura, unica fonte di conoscenza, e quindi rottura con la cultura libresca. La Lettera a Monsignor Antonio Quarengo del 1607, assai bella e giustamente famosa, contiene come uno spaccato che ci mostra alcune delle idee programmatiche essenziali del Campanella, e pertanto ne stralciamo i brani più importanti.

Come Campanella, con il suo naturalismo, si distingue nettamente da Pico

Il giudicio che fa di me, ch'io sia sopra Pico o qual Pico, è troppo alto per me; e credo che ella mi misuri con misura della sua perfezione. Io, signor mio, non ebbi mai li favori e grazie singulari di Pico, che fu nobilissimo e ricchissimo, ed ebbe libri a copia e maestri assai, e comodità di filosofare e vita tranquilla: le quali cose fan fruttar mirabilmente un fecondo ingegno. Ma io in bassa fortuna nacqui e dalli ventitre anni di mia vita sin ad ora, che n'ho trentanove da finir a settembre, sempre fui perseguitato e calunniato, da che scrissi contra Aristotile di diciotto anni... Son otto anni continui che sto in man di nemici, e per sapientiam et per stultitiam sette volte dalla presentissima morte il Senno eterno mi liberò; ed inanti a questi otto anni stetti in carceri più volte, che non posso numerare un mese di vera libertà, se non di relegazione; ebbi tormenti inusitati, e li più spantosi del mondo, cinque fiate e sempre in timore e dolori [...].
Ecco dunque il diverso filosofar mio da quel di Pico; ed io imparo più dall'anatomia d'una formica o d'una erba (lascio quella del mondo mirabilissima) che non da tutti li libri che sono scritti dal principio di secoli sin a mò, dopo ch'imparai a filosofare e legger il libro di Dio: al cui esemplare correggo i libri umani malamente copiati a capriccio, e non secondo sta nell'universo, libro originale. E questo m'ha fatto legger tutti autori con facilità e tenerli a,memoria, della quale assai dono mi fe' l'Altissimo; ma più insegnandomi a giudicarli col riscontro del suo originale. Veramente Pico fu ingegno nobile e dotto; ma filosofo più sopra le parole altrui che nella natura, donde quasi niente apprese; e dannò gli astrologi per non aver mirato all'esperienze. Ed io li dannai quando ero di diciannove anni, e poi vidi altissima sapienza intra molta stoltizia loro albergare, e lo dimostrai in un libro proprio di questo, ed in Metafisica nova, ché quella dAristotile è parte logica, parte impietà nefanda; solo Parmenide in questa seppe qualche cosa. Pico ancora nelle cose morali e politiche fu scarsissimo e tutto si diede alla nomanzia dello ebraismo ed a voltar libri; ma se non moria così presto, diventava grande eroe della vera sapienza, che già avea la selva congregato e non fatto la scelta di lavori etc.
Io lo stimo più grande uomo per quello che doveva tosto fare che per quello ch'ha fatto. Se ben io credo non solo a lui, ma ad ogni altro ingegno, che mi sia testimoniante di quel che s'impara nella scola della natura e dell'arte, in quanto accordano alla prima Idea e Verbo, onde elle pendono; ma quando gli uomini parlano com'opinanti nelle scole umane, li stimo equali e senza sequela; poiché santAgostino e Lattanzio negro gli antipodi per argomenti e per opinione, ed un marinaro gli ha fatti bugiardi col testimoniar de visu [...].
Questo modo di filosofar mi ha consolato l'animo; ché fatta essamina di tutte le sette e religioni che foro e sono nel mondo, ho, come spero, assicurato più me stesso e tutti gli uomini delle verità cristiane e della testimonianza apostolica, e vendicato il cristianesimo e liberato quasi dal macchiavellismo e dall'infiniti dubbii che pungeno li cuori umani in questo secolo oscuro, dove tutti, filosofi e sofisti, religione, empietà e superstizione, hanno equal regno e paion d'un colore. Tanto ch'al Boccaccio par che non si possa discernere per sillogismo qual sia più vera legge tra la cristiana e la macometana ed ebraica; e tutti scrittori vacillano sopra l'empietà aristoteliche; e le scole parlano con dubio e mussitando: e di questo Vostra Signoria averà qualche saggio nel libro intitolato all'angelo mio, ché la forza sua si vedrà nella Metafisica.


Dunque, filosofare è imparare a leggere «il libro di Dio», la creazione, de visu, direttamente, o meglio, come egli anche dice, per tactum intrinsecum, immedesimandosi nelle cose.

È stato più volte rilevato dagli studiosi come il nuovo significato che Campanella conferisce al conoscere sensisticamente inteso venga emblematicamente espresso dalla interpretazione che egli dà della parola «sapienza», che deriverebbe da «sapore» («dalli sapori che il gusto sape»). E il gusto implica un farsi intimo con la cosa, e il sapore è la rivelazione di quanto v'è di più intimo nella cosa per unione con la cosa medesima.

Ma meglio di tutti Eugenio Garin ha saputo cogliere la vena mistica che s'inserisce in questo discorso e quindi il nuovo significato che il Telesianesimo assume: «Ora non si insisterà mai abbastanza sul valore particolare di questo sentire, non a caso dal Campanella ripetutamente avvicinato all'estremo culmine dell'intuizione platonica, non già alla percezione telesiana; o, se si vuole, percezione telesiana trasfigurata poi in termini di sapienza intuitiva (intuitiva sapientia, et tactus quidam gustusque divinus, fa ciens scire res sine motu et discursu, ut etiam Plato dixit...). Non a caso l'immagine deriva direttamente dalla tradizione mistica musulmana, dal sfIfismo, e la troviamo negli stessi termini già in Gundissalino che accoglieva la trasformazione operata dagli arabi del vedere plotiniano e platonico in un gustare».

Siamo dunque lontanissimi dalla tradizione aristotelica, che pur proclamava la priorità dei sensi (nihil est in intellectu quod non prius fuerit in sensu). Ancora Garin ha indicato in modo perfetto le novità di Campanella al riguardo: «Il senso, dunque, ha qui un significato diverso dall'empirismo aristotelico, e si presenta come intrinsecazione, e quindi compartecipazione con la cosa, e cioè con quell'intimità della cosa che è lo stesso processo espressivo di Dio [= Dio che scrive il libro della natura], il fare divino, che è l'Essere che adegua Potenza e Amore. Non è un vedere, quindi, o specchiare, riproducendo immagini, ma un compenetrare il processo vitale del tutto; un gustare, insomma, la soavità della vita universale (Hic, in mundo, Deus... Verbo ipsum exprimit...). L'esperienza, che abbatte le barriere fra interno ed esterno, fa intima l'intimità della cosa, riconducendoci a quella reale espressione divina attraverso la cui compartecipazione ci facciamo in qualche modo equivalenti a Dio. Ove, come già in Ruggero Bacone, l'empirismo si impianta e si converte nel misticismo».

L'autocoscienza

Nelle sue riflessioni sulla conoscenza, che si trovano nel primo libro della Metafisica, Campanella ha fornito una confutazione dello Scetticismo, fondandosi sull'autocoscienza, che ha avuto una fortuna postuma presso gli interpreti, i quali hanno trovato sorprendenti analogie con quella resa celebre da Cartesio nel Discorso sul metodo.

Il Discorso di Cartesio è del 1637.
La Metafisica di Campanella venne pubblicata a Parigi l'anno dopo, ma fu composta parecchi anni prima. La scoperta cartesiana è stata dunque anticipata da Campanella?

Leggiamo alcuni documenti (tratti soprattutto dalla Metafisica) prima di rispondere. Contro gli Scettici scrive Campanella:

Quelli che proclamano di non sapere se sappiano o non sappiano qualche cosa, non dicono giusto. Difatti sanno necessariamente che non sanno, e benché questo non sia sapere, giacché è una negazione, come la visione delle tenebre non è visione ma privazione di visione, tuttavia l'anima umana ha questo di proprio che sa di non sapere in quanto percepisce di non vedere nelle tenebre e di non sentire nel silenzio. Se difatti non percepisse questo, sarebbe una pietra, per la quale è indifferente essere o non essere illuminata.

Ma si ponga soprattutto mente a questo secondo passo:

L'anima conosce sé con una conoscenza di presenzialità (in quanto è presenza di sé a sé], e non con una conoscenza obiettiva (ossia come rappresentazione di un oggetto che è altro da sé], eccetto che sul piano riflesso. È certissimo principio primo che noi siamo e possiamo, sappiamo e vogliamo; poi in secondo luogo è certo che noi siamo qualche cosa e non tutto, e che possiamo conoscere qualche cosa, e non tutto e non totalmente. Quando poi dalla conoscenza di presenzialità si procede ai particolari per una conoscenza obiettiva comincia l'incertezza, per il fatto che l'anima viene alienata (vedremo subito in quali sensi], a causa degli oggetti, dalla conoscenza di sé, e gli oggetti non si rivelano totalmente e distintamente, ma parzialmente e confusamente. E invero noi possiamo, sappiamo e vogliamo l'altro, perché possiamo, sappiamo e vogliamo noi stessi.

Le analogie con Cartesio ci sono, ma appaiono mosse da esigenze differenti e soprattutto si inquadrano in una visione metafisica pampsichistica generale della realtà, addirittura opposta a quella di Cartesio.

La conoscenza di sé non è, per Campanella, una prerogativa dell'uomo in quanto pensiero, ma di tutte le cose, che sono (tutte quante senza eccezione) vive e animate.

Infatti, per lui, tutte le cose sono dotate di una sapientia indita o innata, mediante la quale sanno di essere e sono attaccate al proprio essere («amano» il proprio essere). Questa autocoscienza è un sensus sui, un autosentirsi. La conoscenza che ogni cosa ha dell'altro da sé è sapientia illata, cioè sapienza che si acquisisce a contatto con le altre cose. Ciascuna cosa è modificata dall'altra e in qualche modo si trasforma, si «aliena» nell'altra. Il senziente non sente il calore, ma se stesso modificato dal calore, non percepisce il colore, ma, per così dire, sé colorato.

La coscienza innata che ciascuna cosa ha di sé viene offuscata dalla conoscenza che sopraggiunge (superaddita), cosicché l'autocoscienza diviene quasi un sensus abditus, ossia «nascosto» dalle conoscenze che sopraggiungono. Nelle cose il sensus sui resta prevalentemente nascosto; nell'uomo può giungere a notevoli livelli di consapevolezza: in Dio si dispiega in tutta la sua perfezione.

Bisogna ancora rilevare che Campanella, oltre all'anima-spirito, riconosce nell'uomo la mente incorporea e divina. Questo lo aveva già fatto Telesio. Ma Campanella conferisce alla mente un ruolo di ben altra importanza, tanto che le attribuisce addirittura — seguendo le dottrine neoplatoniche — capacità di conoscere, assimilando se stessa all'intelligibile che è nelle cose, i modi e le forme (le idee eterne) secondo cui Dio le ha create.

C'è, in questa dottrina, un punto che, per la sua originalità, merita un particolare rilievo. La conoscenza è, a un tempo, perdita e acquisto: è acquisto, proprio attraverso la perdita. Essere è sapere. Si sa ciò che si è (e ciò che si fa):

Chi è tutto sa tutto; chi è poco, sa poco.

Conoscendo ci alieniamo; ma in questa alienazione, acquistiamo l'altro da noi:

Siccome diventare molte altre cose attraverso la passività dell'esperienza val quanto dilatare il proprio essere, cioè diventare da uno molti, è cosa divina il sapere, anche nella passività dell'esperienza.

Ed ecco uno dei testi più significativi:

Tutti i conoscenti vengono alienati dal proprio essere, quasi finissero nella pazzia e nella morte; noi siamo nel regno della morte.

Ancora una volta è stato Garin a interpretare nel giusto senso questa dottrina:
«E dunque conoscere è morire, "perché ogni morte è mutarsi in altro e ogni mutamento è qualche morte". Ed essendo il mutamento farsi l'oggetto, esso è pur morte, ancorché parziale, accompagnandosi sempre questo nostro internarci nell'oggetto alla consapevolezza di noi [...], al senso intimo per il quale non ci disperdiamo nella cosa, ma ci teniamo fermi a noi stessi.

Ma proprio qui interviene quel rovesciamento dal senso alla sapienza, su cui Campanella batte. Se il sentire in quanto farsi l'oggetto, e quindi patire, significa accogliere un nuovo limite, e quindi morire, il contemplare Dio interno a tutte le cose, l'Essere cioè che tutte le costituisce, significa spezzare la negatività della realtà e farsi reali veramente. "E l'imparare e il conoscere, sendo un mutarsi nella natura del conoscibile, sono pur qualche morte, e solo mutarsi in Dio è vita eterna, perché non si perde l'essere nell'infinito mar dell'essere, ma si magnifica"».

L'ultimo passo citato da Garin può essere commentato e chiarito da quest'altro tratto dalla Teologia:

Noi siamo veramente in una terra straniera, alienati da noi stessi; aneliamo ad una patria e la nostra sede è presso Dio.

La metafisica campanelliana: le tre primalità dell'essere

La conoscenza, secondo Campanella, è rivelativa della struttura delle cose, della loro essenziazione, come dice il nostro filosofo. Ogni cosa è costituita «dalla potenza di essere, dal sapere di essere, dall'amore di essere». Queste sono le primalità dell'essere, che corrispondono, in un qualche modo, a quello che nell'ontologia medievale erano i trascendentali. Ogni ente, in quanto può essere è:

1 potenza di essere;

2 inoltre, tutto ciò che può essere sa anche di essere;

3 e se sa di essere, ama il proprio essere. Questo è provato dal fatto che, se non sapesse di essere, non sfuggirebbe ciò che lo danneggia e distrugge.

Le tre primalità sono pari in dignità, ordine e origine: l'una «immane», ossia è presente nell'altra, e viceversa. Ovviamente, si può parlare anche di primalità del non-essere, che sono: l'impotenza, l'insipienza, l'odio. Queste costituiscono le cose finite, in quanto ciascuna cosa finita è potenza, ma non di tutto ciò che è possibile; conosce, ma non conosce tutto ciò che è conoscibile; non ama soltanto, ma ama e insieme odia. Dio, invece, è Potenza suprema, Sapienza suprema, Amore supremo.

La creazione ripete pertanto, a differenti livelli, lo schema trinitario. Si tratta di una dottrina di genesi agostiniana, che Campanella dilata in senso pampsichistico.

Il pampsichismo e la magia

Campanella, ancora una volta partendo da Telesio e dalla sua dottrina della universale animazione delle cose, si spinge molto oltre, non solo muovendosi nella direzione concettuale dei Neoplatonici, ma mescolando a essa visioni nate dalla sua accesa e corposa fantasia e formulando così una dottrina animistico-magica condotta agli estremi.

Le cose, secondo Campanella, parlano e comunicano fra loro immediatamente. La stella, mandando i suoi raggi, comunica «i suoi conoscimenti». Inoltre

[i metalli e le pietre] si nutricano e crescono, trasmutando il suolo dove prima nascono con l'aiuto del sole, non altrimenti che l'erbe in liquore, e tirandolo a sé per le vene loro, onde i diamanti crescono in piramidi, i cristalli in figura cubica.

Vi sono piante i cui frutti diventano uccelli. C'è generazione spontanea di tutti i viventi e perfino di quelli superiori, perché tutto è in tutto e quindi può derivare da tutto. Ecco come in questa pagina, tratta dal Del senso delle cose e della magia, Campanella tratteggia la sua visione generale:

Il Mondo, dunque, tutto è senso e vita e anima e corpo, statua dell'Altissimo, fatta a sua gloria con potestà senno e amore. Di nulla cosa si duole. Si fanno in lui tante morti e vite che servono alla sua gran vita. Muore in noi il pane, e si fa chilo, poi questo muore e si fa sangue, poi il sangue muore e si fa carne, nervo, ossa, spirito, seme, e pate varie morti e vite, dolori e voluttadí; ma alla vita nostra servono, e noi di ciò non ci dolemo, ma godemo. Così a tutto il mondo tutte cose son gaudio e servono, e ogni cosa è fatta per lo tutto e il tutto per Dio a sua gloria. Stanno come vermi dentro all'animale tutti gli animali dentro al Mondo, né si pensano ch'egli senta, come li vermi del nostro ventre non pensano che noi sentemo e abbiamo anima maggiore della loro, né sono animati dalla comune anima beata del Mondo, ma ciascuno dalla propria, come li vermi in noi, che non han la mente nostra per anima, ma il proprio spirito.

L'uomo è epilogo di tutto il Mondo, ammiratore di questo, se vuol conoscere Dio, ché però è fatto. Il Mondo è statua, imagine, Tempio vivo di Dio, dove ha dipinto li suoi gesti e scritto li suoi concetti, l'ornò di vive statue, semplici in cielo, e miste e fiacche in terra; ma da tutte a Lui si camina. Beato chi legge in questo libro e impara da lui quello che le cose sono, e non dal suo proprio capriccio, e impara l'arte e il governo divino, e per conseguenza si fa a Dio simile e unanime, e con lui vede ch'ogni cosa è buona e che il male è respettivo e maschera delle parti che rappresentano gioconda comedia al Creatore, e seco gode, ammira, legge, canta l'infinito, immortale Dio, Prima Possanza, Prima Sapienza e Primo Amore, onde ogni potere, sapere e amore deriva et è e si conserva e muta, secondo li fini intesi dalla commune anima, che dal Creatore impara e l'arte del Creatore, nelle cose innestata, sente, e per quella ogni cosa al gran fine guida e muove, finché ogni cosa sarà fatta ogni cosa e mostrarà ad ogni altra cosa le bellezze dell'eterna idea.

Per quanto concerne propriamente l'arte magica, Campanella ne distingue tre forme:

a divina, quella che Dio concede ai profeti e ai santi;
b demoniaca, che si avvale dell'arte degli spiriti maligni' e va condannata senza mezzi termini;
c naturale, intesa in una accezione molto vasta:

[La magia naturale] è un'arte pratica che si serve delle proprietà attive e passive delle cose naturali per produrre effetti meravigliosi e insoliti, dei quali per lo più si ignora la causa e il modo di provocarli.

Campanella dilata la magia naturale in senso panmagicistico fino a far rientrare in essa tutte le arti, tutte le invenzioni e scoperte, come l'invenzione della stampa, della polvere da sparo eccetera. Gli stessi oratori e poeti rientrano nel novero dei maghi: «sono secondi magi». Ma, conclude Campanella,

La più grande azione magica dell'uomo è dar leggi agli uomini.

La città del Sole

Siamo così in grado di capire La città del Sole e il suo significato: essa rappresenta la somma delle aspirazioni di Campanella: dà voce alla sua ansia di riforma del mondo e di liberazione dai mali che l'affliggono, facendo uso dei potenti strumenti della magia e dell'astrologia. È dunque come un crogiuolo di motivi in cui tutte le aspirazioni del Rinascimento sono contenute.

Ma eccone una breve descrizione.

La città sorge su un colle che sovrasta una vasta campagna, ed è divisa «in sette gironi grandissimi, nominati dalli sette pianeti, e s'entra dall'uno all'altro per quattro strade e per quattro porte, alli quattro angoli del mondo spettanti».
Sulla cima del colle sorge un tempio rotondo, senza muraglie intorno, ma «situato sopra colonne grosse e belle assai». La cupola ha una cupoletta con uno spiraglio «che pende sopra l'altare» che sta al centro. Sopra l'altare «non vi è altro ch'un mappamondo assai grande, dove tutto il cielo è dipinto, ed un altro dove è la terra. Poi sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle maggiori del cielo, notate coi nomi loro e virtù, c'hanno sopra le cose terrene, con tre versi per una
sono sempre accese sette lampade nominate dalli sette pianeti».
La città è retta da un principe-sacerdote che si chiama Sole, che Campanella indica nei manoscritti col segno astrologico, specificando che «in lingua nostra si dice Metafisico». Questi è «capo di tutti in spirituale e temporale». I Principi che lo assistono si chiamano Pon, Sin e Mor, che significano «Potestà, Sapienza e Amore» (ossia rappresentano le primalità dell'essere) e ciascuno svolge mansioni appropriate al suo nome.
Tutti i gironi di mura sono istoriati e recano precise rappresentazioni sia all'esterno che all'interno, in modo da recare tutte le immagini-simbolo di tutte le cose e delle vicende del mondo. All'esterno dell'ultimo girone compaiono «tutti l'inventori delle leggi e delle scienze e dell'armi», e inoltre «in luoco assai onorato era Gesù Cristo e li dodici Apostoli».
In questa città tutti i beni sono comuni (come nella Repubblica di Platone). Le virtù, inoltre, hanno vittoria sui vizi, tanto che vi sono magistrati che presiedono alle virtù e ne portano i nomi: «Di quante virtù noi abbiamo, essi hanno l'offiziale: ci è un che si chiama Liberalità, un Magnanimità, un Castità, un Fortezza, un Giustizia criminale e civile, un Solerzia, un Verità, Beneficenza, Gratitudine, Misericordia, ecc.».

Già da queste caratterizzazioni si comprende come questa sia una «città magica» (e gli studiosi hanno additato un modello in una nota opera di magia dal titolo Picatrix). È una città costruita in modo da catturare tutto l'influsso benefico degli astri in tutti i suoi particolari. Ma è presente l'intero crogiuolo sincretistico rinascimentale. Dell'influenza di Platone si è già detto. Inoltre, dice Campanella, gli abitanti della città «laudano Tolomeo ed ammirano Copernico», e (come già sappiamo) «son nemici d'Aristotile, l'appellano pedante».

La filosofia che professano è naturalmente quella di Campanella.
La loro attesa messianica è molto forte:

Credono esser vero quel che disse Cristo delli segni delle stelle, sole e luna, li quali alli stolti non pareno veri, ma li venirà, come ladro di notte, il fin delle cose. Onde aspettano la renovazione del secolo, e forse il fine.

Conclusioni su Campanella

Le valutazioni del pensiero di Campanella sono molto contrastanti. Non si può dire che le sue opere siano conosciute e studiate a fondo come meriterebbero. Oltre che dalla sua travagliata vita, ciò è dipeso dal fatto che il filosofo di Stilo rappresenta — come già abbiamo detto — un frutto maturato in parte fuori tempo. La vicenda della sua ultima stagione, quella parigina, è emblematica. Fu onorato da coloro che erano volti al passato e all'immediato presente, e fu disprezzato o addirittura respinto da chi guardava al futuro.

Mersenne, che lo incontrò e parlò con lui a lungo, scrisse categoricamente: «Egli non può insegnarci nulla in fatto di scienze». Cartesio non volle ricevere una visita di Campanella in Olanda, propostagli da Mersenne, scrivendo che quanto già sapeva di lui era sufficiente per fargli desiderare di non sapere più altro.

In effetti, Campanella era un superstite: l'ultima delle grandi figure rinascimentali.

Un uomo che visse la sua vita sotto il segno di un destino di missione di rinnovamento totale, come in questo sonetto egli stesso emblematicamente dice:


Io nacqui a debellar tre mali estremi:
tirannide, sofismi, ipocrisia;
ond'or m'accorgo con quanta armonia
Possanza, Senno, Amor m'insegnò Temi.
Questi principii son veri e sopremi
della scoverta gran filosofia,
rimedio contra la trina bugia,
sotto cui tu piangendo, o mondo, fremi.
Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,
ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,
tutti a que' tre gran mali sottostanno,
che nel cieco amor proprio, figlio degno
d'ignoranza, radice e fomento hanno.
Dunque a diveller l'ignoranza io vegno.

 

Nel Rinascimento vi è una fioritura di modelli teorici di città ideali. Queste raffigurazioni, caratterizzate da una rigorosa simmetria, si basano non più sulla casualità, ma su una concezione razionale degli spazi e delle strutture. Nasce pertanto un'idea di città tesa a rispondere a esigenze di purezza, armonia ed equilibrio. I modelli teorici non sono solo architettonici, ma anche filosofici, basti pensare alla Città del Sole di Campanella o a Utopia di Tommaso Moro.

Tommaso Campanella

La vita

Del senso delle cose e della magia

La città del Sole