FILOSOFI
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Claude-Adrien Helvétius



Helvétius: la sensazione come principio dell'intelligenza, e l'interesse come principio della morale

Se il sensista Condillac è decisamente spiritualista, il sensista Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) è decisamente materialista.

Nato a Parigi da una famiglia originaria del Palatinato, Helvétius studiò presso i gesuiti e, ancor prima di frequentare l'Università, aveva letto il Saggio di Locke, rimanendone profondamente influenzato. Terminati gli studi giuridici, lavorò come appaltatore generale delle finanze.

Nel 1737 uscì il suo primo scritto dal titolo Epistola sull'amore dello studio che, poi, insieme ad altri saggi, andò a costituire La felicità, opera uscita postuma, nel 1772, a Londra.

Postumo (sempre: Londra, 1772) uscì anche lo scritto Sull'uomo, le sue facoltà intellettuali e la sua educazione, dove viene difesa quella che potrebbe esser detta l'onnipotenza della istruzione. In ogni caso, l'opera celebre di Helvétius è Dello spirito che, uscita nel 1758, provocò quell'ondata di proteste che riuscirono a interrompere il lavoro dell'Enciclopedia.

Quali sono le tesi proposte e difese da Helvétius in Dello spirito?

Innanzi tutto, Helvétius cerca di scoprire che cosa sia l'intelligenza e afferma che a tal fine «occorre conoscere quali siano le cause produttrici delle nostre idee»:

La sensibilità fisica e la memoria, o, per parlare più esattamente, la sola sensibilità produce tutte le nostre idee. In effetti, la memoria non può essere che uno degli organi della sensibilità fisica; il principio senziente in noi ha da essere necessariamente anche il principio della memoria, perché ricordarsi [...] non è altro propriamente che un sentire.

La sensazione è pertanto il fondamento dell'intera vita mentale. E, d'altro canto, l'interesse è il principio della vita morale e sociale:

Sostengo che l'intelligenza non è altro che l'insieme più, o meno numeroso non solo di idee nuove, ma anche di idee interessanti per il pubblico; e che la reputazione di un uomo intelligente non dipende tanto dal numero e dalla finezza delle idee, quanto dalla loro felice scelta.

Se un'idea non è né utile, né piacevole, né istruttiva per il pubblico, allora non si ha alcun interesse a stimarla; dunque, «l'interesse presiede a tutti i nostri giudizi».

E, del resto, «su quale altra bilancia [.. .] si potrebbe pesare il valore delle nostre idee?». Le idee sono infinite e il criterio di scelta del loro valore è, secondo Helvétius, un criterio pragmatico:

Sarebbe in effetti cosa assai notevole, scoprire che l'interesse generale ha stabilito il valore delle diverse azioni degli uomini; che ha dato loro il nome di virtuose, di viziose o di consentite, a seconda che fossero utili, nocive o indifferenti al pubblico, e che questo stesso interesse è stato l'unico dispensatore di stima o del disprezzo connessi alle nostre idee.

Sulla base di tali presupposti, Helvétius raggruppa le idee, come anche le azioni, in tre diverse classi:

a idee utili, capaci di istruirci o divertirci;
b idee nocive, che producono su di noi impressioni contrarie;
c idee indifferenti, cioè tutte quelle idee che, «poco gradevoli in se stesse o divenute troppo abituali, non producono quasi più alcuna impressione su di noi».

In ogni tempo e in ogni luogo, tanto nel campo etico che in quello speculativo, è l'interesse personale a determinare il giudizio dei singoli, e l'interesse generale a determinare quello delle nazioni: [...] insomma sempre, sia da parte del pubblico che dei singoli, è l'amore o la riconoscenza che loda, l'odio o la vendetta che disprezza.

Dunque: l'universo fisico sottostà alle leggi del movimento, mentre l'universo morale è sottoposto alle leggi dell'interesse o dell'amor proprio:

L'interesse è sulla terra il potente incantatore che cambia, agli occhi di tutte le creature, la forma di tutti gli oggetti.

Il singolo uomo chiama buone le azioni altrui che gli sono utili; e per la società sono virtuose le azioni che a essa riescono utili. E le nazioni più prospere e forti sono quelle dove i saggi legislatori hanno saputo combinare l'interesse del singolo con l'utile della società.

Unire l'interesse privato con la pubblica virtù: qui sta la saggezza. Così era a Sparta, dove la virtù militare veniva premiata con l'amore delle donne più belle. Non si tratta quindi di distruggere o estirpare, come pretendono i moralisti ipocriti, le passioni dell'uomo, quanto piuttosto di rendere la passione del singolo conforme all'interesse più generale della società.