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DIZIONARIO


ANTINOMIA

Il termine antinomia deriva dal greco antì (= "contro") e nòmos (= "legge"), e indica nel suo originario significato giuridico la contraddizione in cui possono trovarsi due leggi nella loro applicazione a un caso particolare.

Nel suo senso filosofico, consacrato da Kant nella Critica della ragion pura (1781), antinomia indica il rapporto fra due proposizioni generali o filosofiche fra loro contraddittorie, ma entrambe dimostrabili, dette "tesi" e "antitesi". L'impossibilità di decidere quale delle due proposizioni sia vera e quale falsa è ciò che distingue l'antinomia dalla semplice contraddizione. Per contraddizione s'intende infatti la relazione in cui si trovano due proposizioni che non possono essere entrambe vere, né entrambe false: ad es. "piove" e "non piove", di cui necessariamente una è vera, e l'altra falsa. In questo caso è tuttavia possibile in linea di principio risolvere la contraddizione, ad esempio verificando empiricamente se "piove" o "non piove". Nel caso specifico dell'antinomia, ogni soluzione a favore della verità dell'una o dell'altra delle due proposizioni contraddittorie è invece logicamente impossibile. Tesi e antitesi possono infatti contare ciascuna su buoni argomenti in proprio favore, ma nessuno di questi argomenti è decisivo. S'intende che nel caso dell'antinomia è impedito il ricorso alla verifica empirica o fattuale, come nell'esempio di contraddizione citato sopra. Le proposizioni che compongono un'antinomia sono di carattere filosofico o generale, e l'impossibilità di decidere di fronte alla loro contraddizione è un'impossibilità propriamente concettuale. Ad esempio, per Kant un'antinomia è quella che oppone le due proposizioni: "il mondo è limitato nel tempo e nello spazio" contro "il mondo è illimitato nel tempo e nello spazio". Per Kant le antinomie derivano da un'errata applicazione della ragione a una nozione astratta e metafisica, quella di "mondo", che è inaccessibile all'esperienza umana e perciò non può essere oggetto di giudizi scientifici: in questo senso, fedele al primo significato del termine, si può dire che la ragione si trova in conflitto con le sue stesse leggi.

Nel Novecento si è poi affermato un senso logico di antinomia, come sinonimo di ciò che gli antichi e i medievali chiamavano dilemmi o paradossi: quegli enunciati che danno luogo a una contraddizione sia che li si affermi, sia che li si neghi. La più famosa è l'antinomia (o paradosso) del mentitore: l'enunciato "io mento" è un'antinomia in questo senso, poiché se io dico il vero, allora mento, se dico il falso (cioè mento), allora dico il vero.


ASTRAZIONE


Il termine "astrazione" deriva dal greco aphaíresis, dal quale poi si è sviluppato il termine latino abstractio. L'astrazione è un procedimento mediante il quale l'intelletto umano ricava concetti universali dalla conoscenza di oggetti individuali, prescindendo dalle loro caratteristiche spazio-temporali. Sebbene la dottrina dell'astrazione sia il frutto della sistemazione di Aristotele (il quale operò un'analisi dettagliata del termine), accenni di processi astrattivi sono presenti anche nei filosofi più antichi.

La ricerca socratica delle definizioni delle cose, così come ci viene riferita dalle testimonianze, è certo un esempio di conoscenza per astrazione, volta a cogliere l'unità nella molteplicità del reale. La stessa "teoria delle idee" di Platone rappresenta il tentativo di astrarre una forma stabile e immutabile nel tempo, dalle cose mutevoli del mondo. Aristotele distingue tre gradi di astrazione. C'è un'astrazione fisica, che coglie ciò che è caratteristico di una serie di enti materiali. Questa forma di astrazione non si eleva al di sopra del mondo fisico, si limita a rilevare una sorta di impronta comune ad una serie cose concrete. Il secondo grado di astrazione è l'astrazione matematica che si eleva al di sopra del piano puramente materiale e identifica le caratteristiche immateriali comuni alle cose corporee, detto in altri termini l'astrazione matematica prende in considerazione il reale sotto l'aspetto geometrico-fisico. Un corpo quindi viene analizzato in base a determinate qualità materiali, come la lunghezza, l'altezza, il peso, la forma, le quali sono caratteristiche comuni a qualsiasi ente corporeo. Cogliere il reale secondo queste costanti significa descrivere il mondo fisico da un punto di vista capace di scorgere il vero in modo parziale. In fine l'astrazione metafisica che prescinde dalle caratteristiche generali della materia, quindi si eleva al di sopra dell'estensione dei corpi per cogliere le caratteristiche essenziali, l'aspetto immateriale (vale a dire la verità) di ciò che è. La possibilità che il processo d'astrazione riesca a cogliere l'essenza delle cose è stata criticata duramente dall'empirismo moderno, soprattutto per opera di Berkeley e Hume. Per essi il processo astrattivo è un modo attraverso il quale l'intelletto assume delle rappresentazioni particolari come simbolo di altre rappresentazioni particolari, questo punto di vista manifesta un radicale scetticismo nella possibilità di accedere al vero da parte della mente umana. L'idea che alcune caratteristiche del reale siano in grado di spiegare e raggruppare le altre (vale a dire, che certe determinazioni siano più vere di altre) è una sorta di pregiudizio intellettivo. Nella filosofia trascendentale di Kant l'astrazione è un modo per "isolare" gli elementi che stanno alla base della percezione e della conoscenza del reale. Secondo Kant infatti esisterebbero delle strutture innate nella facoltà percettiva e in quella razionale dell'uomo che precedono ogni forma di esperienza. Solo dall'incontro di queste strutture percettive con gli oggetti sensibili si genera la conoscenza. In Hegel e nella tradizione idealistica l'astrazione (e il corrispondente aggettivo "astratto") assume un significato particolare: essa è l'atto grazie al quale si forma il concetto. Secondo il filosofo tedesco il concetto di una determinata cosa è la verità della cosa stessa, nel concetto ogni singola cosa perde la propria particolarità individuale e rivela la propria vera natura. Gli enti particolari per Hegel fanno parte di un tutto che li supera e li comprende; come in un mosaico il singolo tassello acquista significato nell'immagine complessiva di cui esso rappresenta una parte, allo stesso modo tramite l'astrazione ogni ente particolare viene a far parte di un essere universale, che abbraccia e trascende tutto il reale.

Nella filosofia del Novecento l'astrazione non ha mai, salvo rari casi, il senso aristotelico. Essa è intesa prevalentemente nel modo che Charles Sanders Peirce (1839-1914) ha chiamato prescissivo, nel senso che la conoscenza si esercita isolando determinati aspetti delle cose e prendendoli in esame tematicamente.


CONTRATTUALISMO


Il contrattualismo è una dottrina filosofico-giuridica secondo la quale l'istituzione della società e dello Stato si fondano su un patto stipulato dagli individui che entrano a farne parte. Il contrattualismo si oppone in modo radicale alle teorie che vedono nella società e nello Stato due realtà naturali necessarie per la vita e la sopravvivenza dell'uomo (ad esempio l'idea aristotelica dell'uomo come animale sociale, zóon politicón, o dell'incapacità di provvedere alla propria sopravvivenza da parte dell'uomo singolo, nel mito del Protagora di Platone). Fin dalla filosofia antica furono elaborate dottrine di ispirazione contrattualistica, come si può riscontrare nelle teorie di alcuni filosofi del gruppo dei sofisti. Callicle e Crizia sostenevano che ci fosse un contrasto tra natura (phísis) e legge (nómos). Secondo la posizione che Platone attribuisce a Callicle e Clizia per natura il più forte è portato a dominare sul più debole, ma nello stato giuridico tale rapporto di forza è rovesciato. L'unione dei deboli è a fondamento della nascita dello Stato, essi uniscono i loro sforzi per indebolire e soggiogare i soggetti più forti per natura, a tal fine istituiscono la società civile, costituita sulla legge convenzionale (nómos). L'idea di Stato fondato su un patto stipulato tra gli uomini si ripresenta con una notevole efficacia nel XVII secolo. John Locke (Saggio sulla legge di natura, 1664) sostiene l'esistenza di un originario "stato di natura", che rappresenta la condizione sociale nella quale l'uomo vive in completa libertà, non essendo vincolato a nessun tipo di istituzione regolata e quindi a nessuna forma di governo. In questo stato primitivo sono presenti alcuni diritti originari inalienabili (vita, libertà, possesso), tuttavia la mancanza di un potere politico che si faccia garante della tutela di tali principi universali costituisce una costante minaccia per il mantenimento dell'equilibrio sociale. Pertanto i cittadini stipulano un primo contratto tra loro (patto di unione), seguito da un secondo contratto (patto di soggezione), con i quali danno vita al potere politico al quale si sottomettono affinché siano garantiti i diritti di ciascun individuo. Il sovrano investito dell'autorità di governo, secondo quanto prevede il contratto sociale, è vincolato a rispettare i diritti di cui gli uomini beneficiavano nello stato di natura e a punire i trasgressori. A livello giuridico-politico questa concezione trova l'opposizione di chi pone l'accento soprattutto sul patto di soggezione, utilizzando il contrattualismo per giustificare regimi autoritari. Per Thomas Hobbes (Elementi di legge naturale e politica, 1640; Leviatano, 1651) l'originario stato di natura è uno stato di guerra perpetuo e di terrore tra gli uomini. La società primitiva è caratterizzata da un tipo di vita non certo paradisiaca, tra gli uomini serpeggia paura e diffidenza. Proprio il timore reciproco è ciò che porta alla costituzione della società civile. Il patto sociale è stipulato solamente tra gli uomini (non tra il popolo e il sovrano), i quali rinunciano allo stato di natura e si assoggettano ad un sovrano. Quest'ultimo diviene l'unico detentore della forza, ha nelle sue mani un potere assoluto, che esercita secondo il proprio arbitrio, senza dover rispettare alcuna norma naturale, o convenzionale. Per Jean Jacques Rousseau il contratto sociale ha luogo tra gli uomini, che si privano della propria volontà particolare e il sovrano, cioè il popolo stesso, dato che per Rousseau il potere sovrano appartiene in modo inalienabile a tutti i cittadini. Il popolo rappresentato dal sovrano avrà quindi il compito di governare e legiferare in vista del bene della comunità. Per Rousseau come per Kant e Fichte, i contratti stipulati tra gli individui non acquistano valore perché fatti storicamente avvenuti (per i filosofi suddetti infatti il contratto sociale potrebbe anche non essere un fatto storicamente attendibile) ma in quanto modelli teorici verso i quali orientare la convivenza sociale.


DIALETTICA


Il termine "dialettica" deriva dal verbo greco dialéghesthai (= "dialogare", "discutere insieme"). In filosofia ha assunto significati diversi, fra loro imparentati, ma non riducibili a una definizione univoca. Si possono tuttavia individuare alcuni elementi generali, derivati dal significato originario, a cui le varie concezioni filosofiche della dialettica fanno variamente riferimento: la presenza di due tesi o due elementi in contrasto fra loro: come nel dialogo si danno almeno due interlocutori che sostengono posizioni diverse; l'idea che fra le due tesi o i due elementi di partenza si sviluppi uno scambio o un processo in più passaggi, che approda a una posizione nuova e diversa dalle originarie.

I principali significati filosofici di dialettica possono essere ricondotti a due gruppi principali, a seconda che la dialettica sia intesa in un senso prevalentemente logico-linguistico, oppure in un senso anche ontologico, cioè riferito alla struttura oggettiva della realtà.

Nel senso logico-linguistico, con l'eccezione degli stoici e di molti medievali, per cui la dialettica era sinonimo di "logica" in generale, la dialettica è stata intesa per lo più in un'accezione limitativa.

Per Aristotele la dialettica è la parte della logica che si occupa di ragionamenti non dimostrativi: sono dialettici i sillogismi che non partono da premesse vere, ma da premesse soltanto possibili o probabili. È il caso ad esempio dei ragionamenti frequenti nel dibattito politico, che si fondano su tesi generalmente ammesse, ma non dimostrate scientificamente. Qui rimane il riferimento al dialogo, poiché la premessa probabile del sillogismo dialettico non esclude la possibilità che sia vera la tesi opposta e si danno dunque implicitamente due tesi a confronto. Per estensione Aristotele definisce dialettico anche il ragionamento "eristico", cioè quello che parte da premesse che "sembrano" soltanto probabili, ma non lo sono.

Quest'ultima accezione è ripresa esplicitamente da Kant, per cui la dialettica è una "logica dell'apparenza": essa comprende quei ragionamenti illusori (su nozioni metafisiche come l'anima, il mondo, Dio), che scambiano per oggettivo un fondamento che è soltanto soggettivo. Alla filosofia spetta svelare le fallacie logiche (che nel caso della nozione di "mondo" prendono il nome di "antinomie") di tali ragionamenti. Quelle della dialettica sono tuttavia per Kant illusioni naturali, in cui la ragione cade senza accorgersene, per effetto della sua tendenza spontanea ad andare al di là dei propri limiti.

Nel senso ontologico la dialettica è stata intesa per lo più un'accezione fortemente positiva, per designare strutture essenziali del pensiero e della realtà.

Per Platone la dialettica definisce in primo luogo l'atteggiamento del vero filosofo, che cerca la verità nel dialogo, secondo il modello di Socrate. In un senso più specifico, la dialettica per Platone coincide con la filosofia stessa e con il suo metodo. Si compone di due momenti (ed è perciò detta talora "diadica"): un primo in cui il filosofo si eleva dalle molteplici cose sensibili alle specie o "idee", e risale da un'idea all'altra fino alle idee più generali, o principi primi della realtà; un secondo momento di "divisione", in cui l'idea è divisa di nuovo nelle sue specie, in modo da definirla in modo appropriato (ad esempio, da "animale" si passa a "animale bipede", poi a "animale bipede implume", fino a ottenere una definizione di "uomo"). Per estensione, nell'ultimo Platone la dialettica è definita come la scienza che studia i rapporti fra le idee.

Per Hegel la dialettica indica allo stesso tempo l'essenza stessa del pensiero razionale e il movimento fondamentale della realtà. Di contro all'intelletto, che conosce soltanto unità a sé stanti e statiche, la ragione ha il compito di riconoscere che la realtà è fatta di elementi opposti, insieme contraddittori e inseparabilmente connessi fra loro. Ogni cosa non è soltanto se stessa, ma è anche allo stesso tempo in relazione con altre, cioè con ciò che essa "non" è: come il bianco è determinato in relazione a ciò che non è bianco, o il polo positivo esiste soltanto in opposizione con il polo negativo, e viceversa. Poiché i contrari rimandano continuamente uno all'altro, il loro rapporto è un rapporto dinamico; poiché il limite di un elemento è anche ciò che lo lega al suo contrario, la realtà compresa nella sua natura dialettica non è fatta di unità separate e finite, ma consiste in un processo infinito. Riconoscere la compresenza degli opposti è allo stesso tempo cogliere ciò che li connette fra loro, cioè comprenderli nella loro unità: perciò all'elemento iniziale ("tesi"), e alla posizione del suo contrario ("antitesi"), la dialettica fa seguire un terzo momento unificante ("sintesi"), in cui l'opposizione dei contrari è "superata" (dal tedesco aufheben). La sintesi sarà poi tesi di un'ulteriore antitesi, e così via. Per questo si parla talora di dialettica "triadica". Un tratto che distingue radicalmente quest'accezione di dialettica dalle altre è l'attribuzione al superamento degli opposti di un carattere necessario. La concezione hegeliana di dialettica è quella che ha prevalso nella filosofia posteriore: sia in coloro che si sono esplicitamente richiamati ad essa (Marx e il marxismo), magari tentandone una "riforma" (Croce e Gentile) e in genere nel Novecento, accentuando il momento negativo dell'antitesi (Adorno, Sartre); sia in coloro che vi si sono opposti, denunciandone il carattere non-scientifico, astratto (esistenzialismo), o la pretesa di fornire una rappresentazione globale, totalizzante e in fin dei conti "conciliata" della realtà.


EGUALITARISMO


L'egualitarismo è una concezione politico-sociale che si propone di realizzare una comunità in cui i membri godono dell'uguaglianza giuridica e economica. L'egualitarismo è presente in movimenti diversi e in diverse epoche storiche: dai primi anni dell'era cristiana, ai movimenti ereticali medievali fino all'età moderna, quando in ambito illuminista trova la sua più articolata espressione, fondando le utopie socialiste.

La dottrina dell'egualitarismo si sviluppa in concomitanza con l'affermarsi del potere assoluto: esso rivendica per i sudditi uguaglianza e libertà nei confronti della dimensione statuale.

Fanno parte della corrente egualitaria i cosiddetti "livellatori", movimento repubblicano a carattere democratico radicale sorto in Inghilterra all'epoca della prima rivoluzione inglese. Il gruppo dei levellers, nato in seno all'esercito parlamentare ribelle a re Carlo I tra il 1645 e il 1646, recluta i propri seguaci tra le file dei soldati comuni. Nel 1647 i quadri vengono forniti dagli "agitatori". Il loro piano di riforma politica è conosciuto sotto il nome di Accordo del popolo (Agreement of the People): esso prevede l'instaurazione di un regime repubblicano, democratico parlamentare fondato sull'uguaglianza giuridica dei cittadini e sul suffragio universale maschile.

Le fonti filosofiche di tali progetti politici sono da individuarsi nella filosofia di Hobbes e fondano il tentativo di garantire a ogni individuo un minimo di libertà politica, base e condizione di un governo il cui potere sia delegato dal popolo e che trovi un limite nella protezione giuridica di una carta costituzionale scritta. Per la loro avversione all'autoritarismo e le loro istanze di riforme radicali, sin dal 1648 i levellers vengono duramente perseguitati da Cromwell, il quale fa reprimere nel sangue una sollevazione di aderenti al movimento: il movimento conosce, in seguito, una certa ripresa come movimento civile.

Oltre ai "livellatori" va ricordato, fra i seguaci della corrente egualitaria, Rousseau: nel 1755 scrive il Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza fra gli uomini in cui dimostra come il concetto di proprietà crei i privilegi e gli arbitri politici, che portano, poi, alla supremazia di uno solo e al dispotismo. Questi temi vengono inoltre sviluppati nel Contratto sociale, che influenzerà in profondità i movimenti politici di ispirazione democratica, come il giacobinismo francese e quello europeo.

Anche i rivoluzionari più accesi riprendono tematiche dell'egualitarismo: ad esempio i capi della "cospirazione degli uguali" - organizzata a Parigi agli inizi del 1796 da Babeuf, Darthé e Buonarroti, dai robespierristi e dai montagnardi: essi si propongono di rovesciare il Direttorio e dare corso alla costituzione del 1793, sebbene alcuni promotori (in modo particolare Babeuf e Buonarroti) abbiano in animo di piegare verso fini comunistici.

Successivamente le linee portanti dei fautori dell'egualitarismo si ritrovano nelle correnti comuniste ed anarchiche.


ESISTENZIALISMO


L'esistenzialismo è un indirizzo filosofico contemporaneo che ha per tema specifico l'esistenza, intesa come modo di essere specifico, dell'uomo. L'esistenzialismo si oppone alle dottrine filosofiche che tendono a trattare l'esistente come una "cosa", vale a dire un oggetto da studiare in modo scientifico. Inoltre i filosofi esistenzialisti sono contrari ad ogni inclusione del singolo negli schemi di filosofie totalizzanti, come ad esempio l'idealismo hegeliano. Contro Hegel per l'appunto prende vita la polemica di Kierkegaard, filosofo danese del XIX secolo al quale si riferirono i più alti esponenti della filosofia dell'esistenza. Kierkegaard prende le distanze dalla filosofia intesa come metafisica speculativa, vale a dire da quel sistema di pensiero che si rivolge al mondo in modo astratto e disinteressato. Per Kierkegaard è necessario che la speculazione filosofica tenga conto della situazione concreta, della condizione del singolo e del pensatore stesso. L'esistenza in tutta la sua portata problematica è posta in primo piano: il dramma emotivo costituito dalla scelta, la disperazione, i limiti umani sono tutti problemi tipici dell'esistere, che ricorrono nella vita di ogni singolo uomo. L'"accentuazione" dell'esistenza indica il mettere in evidenza il coinvolgimento del filosofo, in quanto non estraneo alle tematiche da lui affrontate, il tema del suo discorso e la sua situazione concreta coincidono. La metafisica si rivela inadeguata al tema ambiguo dell'esistenza, il quale potrà essere descritto solo in termini di possibilità.

L'esistenzialismo del Novecento, che ha come testo fondamentale Essere e tempo di Martin Heidegger, non è la semplice ripresa dei temi affrontati da Kierkegaard. Esso si riferisce a altre dottrine filosofiche, come lo storicismo di Dilthey e la fenomenologia di Husserl. Secondo Heidegger il problema dell'Essere è un problema sollevato da un ente determinato, l'uomo (o in termini Heideggeriani "Esserci"), quindi lo studio dell'Essere presuppone l'analisi dell'esistenza, che è la situazione nella quale l'uomo si trova (ovvero il "modo di essere dell'Esserci"). In questo il pensiero Heidegger si spinge oltre la speculazione di Kierkegaard. Lo studio dell'esistenza umana rappresenta solo una fase propedeutica all'indagine sull'Essere. Heidegger affianca all'esistente considerato nella sua singolarità un altro termine: l'essere. In questo aspetto si gioca la differenza radicale tra Heidegger e la speculazione esistenzialista di Jean Paul Sartre. Sartre infatti vede la problematicità dell'esistere come una tensione insolubile tra la coscienza dell'uomo e il senso di angoscia che l'uomo prova verso l'oscurità di ciò che gli è ignoto e inaccessibile. Per quanto il tema dell'angoscia sia trattato attentamente da Heidegger, non si deve dimenticare che la sua proposta tenta di superare il soggettivismo dell'esistenza umana, per riproporre, in chiave moderna, una riflessione sul problema dell'Essere.


ESSENZA


Nel significato più generale del termine, che è anche quello in cui lo si impiega nel linguaggio ordinario, "essenza" indica la natura di un essere, o ciò che ne costituisce il suo nucleo più vero e profondo, in opposizione alle proprietà o alle modificazioni che lo interessano solo in superficie o in modo accessorio.

Nel senso ontologico tradizionale, che risale ad Aristotele, l'essenza indica ciò per cui una cosa è quello che è, cioè l'insieme delle proprietà in assenza delle quali una cosa non è più se stessa. Ad esempio, dire che l'essenza dell'uomo è di essere un animale razionale, significa che senza quelle due qualità (animalità e razionalità) non si può nemmeno parlare di "uomo". In quanto è ciò che appartiene necessariamente a qualcosa, l'essenza è connessa alla sostanza e si contrappone all'accidente, che è ciò che appartiene a qualcosa solo in modo contingente, accessorio, temporaneo (Aristotele). In quanto indica una struttura profonda della realtà, l'essenza si contrappone al fenomeno, cioè al modo in cui la realtà si presenta immediatamente o in apparenza (Hegel). In quanto indica la natura di qualcosa - "che cosa" essa è (quid) - l'essenza si contrappone all'esistenza di quella stessa cosa, cioè al semplice fatto "che" essa è (quod): dire che l'essenza dell'uomo è di essere un animale razionale è diverso da affermare che quell'uomo (o qualche uomo) esiste (San Tommaso, Husserl).

Nel senso nominale o linguistico, l'essenza è semplicemente la definizione del significato di un termine, definizione a cui non corrisponde nessuna natura o struttura profonda della realtà: dire che l'essenza dell'uomo è di essere un animale razionale equivale in questo caso soltanto ad affermare che intendiamo il termine o la parola "uomo" come sinonimo di "essere ragionevole". Già accentuato dagli stoici e da Ockham, questo senso di essenza, passando per Locke, è divenuto predominante nella logica moderna.


GIUDIZIO


In senso psicologico, il termine giudizio è sinonimo di assenso e indica l'operazione mentale volontaria per cui l'intelletto aderisce al contenuto di un'asserzione o di una rappresentazione, attribuendo a tale contenuto un valore di verità (vero o falso). Si distinguono dunque nell'atto del giudizio una componente percettiva o rappresentativa, per cui una data idea o immagine si presenta alla mente, e una componente volontaria, in cui l'idea o immagine in questione è ritenuta vera o falsa. Quest'accezione, risalente agli stoici, si è trasmessa attraverso la filosofia medievale (San Tommaso d'Aquino, Ockham) al pensiero moderno (Cartesio) e contemporaneo (Brentano, Frege).

In senso logico il termine giudizio indica l'unità di significato a cui può essere attribuito un valore di verità (vero o falso). Nella logica tradizionale, il giudizio consiste nell'attribuzione di un predicato a un soggetto, secondo lo schema elementare "S è P" ("Socrate è un filosofo", "l'uomo è un animale razionale", ecc.). Questa struttura logica della proposizione, messa in luce già da Aristotele, è alla base delle distinzioni fra tipi di giudizio stabilite da Kant: in particolare, un giudizio è detto analitico quando il predicato è già implicitamente contenuto nel soggetto (es. lo scapolo è un uomo non sposato), sintetico quando il predicato esprime qualcosa di nuovo rispetto al soggetto (es. Pietro è scapolo). Questa accezione logica di giudizio è stata abbandonata dalla logica formale contemporanea, che, per analizzare la struttura della proposizione, ha preferito allo schema soggetto/predicato, "S è P", quello funzione/argomento, "f(x)".

In italiano il termine giudizio può indicare anche la facoltà corrispondente, o "facoltà di Giudizio" (in tedesco, Urteilskraft).


GIUSNATURALISMO


Il giusnaturalismo è una dottrina filosofico-politica che sostiene l'esistenza di norme di diritto naturali imprescindibili. Secondo i giusnaturalisti l'uomo sarebbe soggetto a delle regole insite nella propria natura precedenti ad ogni forma giuridica positiva. Il sottolineare la naturalità delle norme non significa che tali regole non siano razionali, al contrario a causa del fatto che il "diritto di natura" si fonda sul concetto di uomo naturale (cioè dell'uomo spogliato di tutte le leggi, abitudini, e costumi contratti nella società civile) è quanto mai rispondente a ragione. Secondo i giusnaturalisti quindi le leggi giuridiche che regolano la vita di ogni paese dovrebbero essere aderenti al diritto naturale, proprio di ogni essere umano. Si possono trovare allusioni ad un diritto naturale già nel mondo antico, pensatori appartenenti al gruppo dei sofisti come Crizia, Callicle, e Trasimaco distinguevano tra natura (phísis) e legge (nómos), mettendo in luce il carattere convenzionale (non naturale, né assoluto) delle norme politiche. Tuttavia il giusnaturalismo vero e proprio nasce con Ugo Grozio (autore del De Iure belli ac pacis, 1625) nel secolo XVII continuando nel XVIII, fino a Jean Jacques Rousseau (Contratto sociale, 1726). Si possono ritrovare degli sviluppi di tale dottrina anche in Kant (Metafisica dei costumi, 1794) e Fichte (Fondamenti del diritto naturale, 1796).

L'importanza del giusnaturalismo sotto il profilo storico sta nell'aver messo in discussione la sacralità del potere politico e nell'aver dato fondamento umano al governo del sovrano. Storicamente infatti si era diffusa l'idea che il potere politico derivasse direttamente da Dio il quale investiva il sovrano dell'autorità governativa, la quale rappresentava l'espressione terrena del volere divino (alle volte libera da qualsiasi condizionamento). Secondo i giusnaturalisti il sovrano deve governare in conformità ad un sistema di leggi, non esercitare la propria autorità arbitrariamente. Le leggi civili devono essere in tutto aderenti ai principi universali che costituiscono il diritto naturale. I presupposti di tale dottrina si fondano sull'ipotesi di uno "stato di natura", vale a dire la condizione originaria dell'uomo, antecedente a qualsiasi tipo di istituzione sociale e organizzazione regolata. Tale società è il frutto dell'ipotesi razionale di una situazione antecedente alle trasformazioni ed alle divisioni che hanno caratterizzato le diverse culture, una sorta di sostrato comune a tutte le società, in cui l'uomo viveva in condizione naturale. Lo stato di natura è una forma di vita associata nella quale sono già presenti alcuni diritti originari inalienabili (ad esempio, la vita, la libertà, la proprietà). Tuttavia, mancando un'autorità politica esterna, la tutela di questi diritti e la loro continuità non è garantita. Pertanto è opportuno che la società esca da tale condizione primitiva. Per far questo diviene necessaria l'istituzione di un potere atto a garantire la convivenza civile e la sicurezza dei diritti naturali, istituendo leggi e sanzioni per i trasgressori. Il potere politico non è originario, né derivato direttamente da Dio, al contrario nasce da un patto stipulato dalla comunità degli uomini. Lo Stato è istituito per svolgere una funzione ben precisa, garantire i diritti di ciascuno e è in vista di tale scopo che gli uomini rinunciano alla libertà incondizionata dello stato naturale e accettano di essere reciprocamente limitati. Sulla natura del patto i giusnaturalisti hanno diverse opinioni, per T. Hobbes (Elementi di legge naturale e politica, 1640; Leviatano 1651) il patto ha luogo solamente tra gli uomini che pur di uscire dallo stato di natura (il quale per il filosofo è una condizione di guerra perpetua e di reciproca sopraffazione), si pongono sotto il potere di un sovrano, il quale è libero di governare in modo assolutistico. Secondo John Locke (Saggio sulla legge di natura, 1664) al contrario, al patto di unione, deve seguire un patto di soggezione, con il quale il sovrano e i sudditi si vincolano reciprocamente, tale accordo è volto a limitare il potere del sovrano e ad orientare il suo governo verso la tutela dei diritti dei sudditi.


IDEALISMO


Il termine "idealismo" indica in generale la dottrina filosofica fondata sulla tesi secondo cui non esiste nessuna realtà indipendente dalle nostre idee o rappresentazioni. In questo senso l'idealismo si oppone propriamente al "realismo", che sostiene la tesi opposta (esiste una realtà indipendente dal pensiero). Questa definizione generale di idealismo necessita di alcune specificazioni. Sul piano teorico, si danno accezioni diverse di idealismo a seconda di cosa si intenda con "realtà" (la realtà in generale o solo la realtà conoscibile) e a seconda di chi sia il soggetto delle "idee" (la coscienza individuale o il pensiero in generale). Sul piano storico, l'idealismo ha assunto significati anche sensibilmente diversi a seconda degli autori che lo hanno di volta in volta impiegato, sia per definire la propria dottrina, sia in riferimento, talora polemico, a dottrine di altri pensatori.

A seconda di come si intende la "realtà" che viene ricondotta alle idee, l'idealismo può essere "ontologico" o "gnoseologico".

Secondo l'idealismo "ontologico" - da ora in poi indichiamo questa posizione con (a) - niente esiste al di fuori del pensiero: la realtà che viene ricondotta alle idee è semplicemente "tutta" la realtà.

Secondo l'idealismo "gnoseologico" - da ora in poi indichiamo questa posizione con (b) - qualcosa può (o persino deve) esistere al di fuori del pensiero, ma questo "qualcosa" non può mai essere conosciuto: la realtà che viene ricondotta alle idee è soltanto la realtà conoscibile.

L'accezione b di idealismo è in ultima analisi quella sostenuta da Kant (che parla in proposito di idealismo trascendentale), secondo cui le forme della conoscenza - come lo spazio, il tempo o le categorie - non hanno alcuna esistenza indipendente dalla soggettività umana (sono cioè "ideali"), ma ciò non toglie che esista una realtà esterna ad esse, anche se l'uomo non può conoscerla (la cosiddetta "cosa in sé"). Kant contrapponeva il proprio idealismo a due versioni dell'idealismo ontologico (a), quella secondo cui l'esistenza degli oggetti nello spazio al di fuori di noi è "dubbia e indimostrabile", e l'altra secondo cui tale esistenza è addirittura "falsa e impossibile": Kant attribuisce la prima a Cartesio, la seconda a Berkeley ("Critica dell'idealismo", in Critica della ragion pura, 2ª edizione, 1787).

Il soggetto delle idee o rappresentazioni a cui la realtà è ricondotta può essere poi individuato nella coscienza individuale o nel pensiero in generale. Nel primo caso si parla talora di "soggettivismo" - da ora in poi indichiamo questa posizione con (c).

Il secondo caso non ha un nome particolare, ma è in genere ciò che s'intende semplicemente per "idealismo" in senso proprio - da ora in poi indichiamo questa posizione con (d).

Alla distinzione fra le accezioni c e d rimanda fra l'altro la distinzione fra idealismo e spiritualismo: lo spiritualismo infatti, assumendo la coscienza individuale o personale come fondamento della verità, fa propria in genere l'accezione c, e con essa una certa forma di idealismo, ma va distinto dall'idealismo in senso proprio, per cui le idee a cui va ricondotta la realtà non sono le "tue" o le "mie" idee, bensì le idee che appartengono al pensiero universalmente inteso, come proprietà di tutti gli esseri intelligenti.

Storicamente, il termine idealismo compare nel linguaggio filosofico alla fine del Settecento, ad esempio in Leibniz, che lo usa per designare la filosofia di Platone in opposizione al materialismo di Epicuro. Oltre alla sua ricorrenza in Kant, il termine idealismo è impiegato soprattutto in riferimento alla principale corrente della filosofia tedesca della prima metà dell'Ottocento. Anche se sono accomunati dalla tesi generale secondo cui l'ideale è il principio di tutto ciò che esiste, i principali esponenti dell'idealismo tedesco - Fichte, Schelling e Hegel - impiegarono il termine secondo significati abbastanza diversi fra loro. Per Fichte l'idealismo si oppone al dogmatismo, in quanto insegna a riconoscere che l'uomo (il soggetto, l'io) non è condizionato dalla realtà esterna (l'oggetto, il non-io), ma è al contrario la realtà esterna ad essere preceduta e posta dall'uomo. Per Schelling questa posizione va ribaltata: se è vero che non c'è oggetto senza il soggetto, è vero anche il contrario. Soggetto e oggetto, Io e natura, sono cioè per Schelling due polarità inseparabili. Per Hegel invece non basta affermare l'identità degli opposti, ma essa va colta nel tempo e dinamicamente, secondo la particolare natura "triadica" della dialettica. Hegel fu molto sobrio nell'usare il termine idealismo: secondo l'unica definizione esplicita che egli ne dà, l'idealismo coincide con la tesi per cui "il finito è ideale", cioè non ha un'esistenza autonoma, ma è destinato ad essere riassorbito nel processo infinito della realtà. All'idealismo tedesco farà prevalentemente riferimento la filosofia successiva nel suo uso del termine: dai critici come Schopenhauer, Kierkegaard o Feuerbach, ai continuatori, come Croce, Gentile o Bradley.


LINGUISTICA GENERATIVA


La linguistica generativa è stata la teoria dominante negli studi linguistici a partire dalla seconda metà del Novecento. Padre di questa teoria è il linguista americano Noam Chomsky (Philadelphia, 1928), che definì i principi della sua grammatica, detta "generativo-trasformazionale" nell'opera Syntactic Structures, pubblicata nel 1957.

Il suo punto di partenza è l'analisi della competenza linguistica di un parlante nativo. La competenza risiede nella mente umana e va quindi separata dall'esecuzione del linguaggio, cioè dagli enunciati che il parlante pronuncia concretamente. Secondo Chomsky la mente umana possiede delle facoltà innate, definite "Dispositivo di acquisizione linguistica", che permettono al bambino di apprendere la sua lingua senza ricevere un insegnamento. Il linguaggio viene definito "creativo", poiché da un numero limitato di strutture un parlante è in grado di costruire un numero potenzialmente infinito di frasi. La teoria linguistica che permette di spiegare i meccanismi mentali del parlante è una "grammatica". L'aggettivo "generativa" ha per Chomsky un significato matematico, quello di "definire esplicitamente". La grammatica generativa deve infatti spiegare in maniera esplicita le strutture alla base della competenza linguistica, cercando delle regole "ricorsive", applicabili cioè a un numero potenzialmente infinito di frasi. Queste regole vengono individuate a partire dal giudizio dei parlanti nativi: verificando quali frasi un parlante definisce "grammaticali" (accettabili nella propria lingua).

Chomsky cerca di spiegare quali meccanismi della competenza permettono a un parlante di dare questo giudizio. Questi meccanismi sono gli stessi per tutti i parlanti. Anche la teoria che descrive questi meccanismi deve valere per tutti i parlanti: Chomsky cerca quindi di elaborare una "grammatica universale", che mostri le proprietà comuni a tutte le lingue e, in seguito, i meccanismi per cui le varie lingue si differenziano tra di loro. La grammatica di Chomsky si basa su un procedimento logico-matematico applicato soprattutto alla sintassi e in misura minore alla morfologia. Tutte le frasi sono composte da alcuni elementi: le parole, definite attraverso le classi grammaticali tradizionali (nome, verbo), e i sintagmi, costituiti da più parole. I sintagmi sono distinti in nominali (SN), se contengono un nome, verbali (SV), se contengono un verbo, e preposizionali (SP), se contengono una preposizione. I sintagmi sono collegati tra di loro in una struttura gerarchica in base alla loro funzione nella frase, che viene rappresentata graficamente come una struttura a albero. Da questa rappresentazione della frase è possibile capire come si generano altre frasi. I processi sono due: la riscrittura dei sintagmi (ad esempio cambiare le parole del sintagma), e le trasformazioni (come ad esempio la negazione), che modificano i rapporti tra i componenti. Dalle trasformazioni deriva la definizione di grammatica "trasformazionale".

Dopo la prima formulazione la teoria di Chomsky ha subito vari cambiamenti. È divenuto centrale il concetto di "struttura profonda" del linguaggio, in cui agiscono le regole che determinano il significato di una frase. La struttura profonda si differenzia dalla struttura superficiale, ossia le frasi effettivamente realizzate. L'evoluzione più significativa della grammatica di Chomsky è la perdita di importanza per ruolo e numero delle trasformazioni, elementi della struttura superficiale. La negazione, ad esempio, non è più considerata una trasformazione, ma una parte della struttura profonda. Per questo, l'aggettivo "trasformazionale" non viene più usato e di conseguenza la grammatica chomskiana viene oggi definita solo "grammatica generativa". Nell'analisi di Chomsky viene anche inclusa la fonologia, vista come un insieme di regole che danno significato alla realizzazione fonetica superficiale. Nella fase più recente del suo pensiero Chomsky ha tentato di stabilire condizioni più restrittive (come la teoria Xbarra) alle regole che collegano e modificano gli elementi di una frase.


MATERIALISMO


Il termine "materialismo" fu coniato nella seconda metà del XVII secolo per designare le filosofie che negano l'esistenza di sostanze spirituali ( come ad esempio l'anima), quindi riconoscono l'esistenza soltanto di sostanze corporee. Uno dei primi filosofi materialisti fu Democrito, pensatore greco vissuto tra il V e il IV secolo a.C., il quale sosteneva che i principi di tutte le cose sono gli atomi. Gli atomi, come indica il termine ( dal greco atomos, indivisibile), sono gli enti più piccoli della materia. Essi si muovono nel vuoto e dalla loro aggregazione prendono vita tutte le cose. Per Democrito tutto è composto di atomi e quindi è materiale, perfino l'anima. Anche la conoscenza avviene per via della materia, attraverso una sorta di emanazione di particelle che si allontana dai corpi e colpisce i nostri organi di senso. Epicuro condivise l'atomismo democriteo e tramite Lucrezio, seguace della filosofia epicurea, tale dottrina si diffuse tra gli intellettuali della Roma imperiale. La fortuna delle teorie atomiste si estese per tutto il periodo ellenistico fino a quando tali dottrine, per opera dei pensatori cristiani, non furono messe all'indice. La rinascita del materialismo nel secolo XVII, in età moderna, si ebbe grazie allo sviluppo di teorie meccanicistiche le quali consideravano il mondo come un sistema autonomo, il quale non necessitava per il proprio sostentamento dell'intervento di Dio. Uno dei maggiori esponenti del materialismo moderno fu Thomas Hobbes il quale sosteneva che il termine corpo ed il termine sostanza avessero lo stesso significato, in quanto tutte le cose sono materiali, pertanto secondo Hobbes l'espressione "sostanza spirituale" rappresenterebbe un controsenso. Nel XVIII secolo il materialismo si presenta come la punta più avanzata dell'illuminismo, in lotta non solo con la tradizione cristiana, ma anche con il deismo contemporaneo, cioè contro quella teoria che considerava l'esistenza di Dio un fatto evidente alla semplice ragione. I maggiori esponenti del pensiero materialista francese furono Diderot e d'Holbac, per opera loro si diffuse il pensiero di John Locke, in particolar modo le riflessioni del filosofo sulla possibilità che la materia possa pensare. All'inizio del XIX secolo il ritorno ad una filosofia di stampo spiritualista per opera dell'idealismo tedesco fece passare in secondo piano il materialismo. Tuttavia si può assistere ad una ripresa di tale dottrina filosofica nella seconda metà del secolo, nel quadro del positivismo e dell'evoluzionismo darwiniano. Un contributo sostanziale alle teorie materialiste si ebbe con il materialismo storico di Marx ed Engels. Il materialismo storico sostiene che le produzioni spirituali degli uomini (ad esempio: l'arte, la religione, la filosofia) sarebbero determinate dalla struttura economica delle diverse formazioni sociali, ovvero sarebbero modi in cui affiorano nella coscienza umana le idee contrastanti delle diverse classi sociali. Il materialismo di Marx ed Engels non si limita a criticare le ideologie, ma si oppone a qualunque filosofia della storia in particolare a quella hegeliana (vale a dire quella teoria filosofica che vede nel percorso storico il realizzarsi di un ente di natura spirituale). Fra i contributi più significativi, successivi alla morte di Marx, sono da ricordare le precisazioni portate al concetto di materialismo storico da parte di Lukács e Korsch. Questi due pensatori hanno focalizzato l'attenzione sul tema della autocoscienza del presente da parte di una determinata classe sociale. Solo attraverso la presa di coscienza della classe proletaria può prendere vita una rivoluzione capace di cambiare lo stato delle cose. A sua volta Antonio Gramsci reagì alla visione di Bucharin, il quale vedeva una divisione tra il materialismo storico e la filosofia materialista. Per Gramsci il materialismo storico descritto da Bucharin veniva ridotto ad una sorta di sociologia combinata ad un materialismo idealizzato. Al contrario Gramsci vede il marxismo come una dottrina capace di esprimere una relazione organica tra economia, politica e filosofia in un concetto di "immanenza" finalmente libero da ogni residuo metafisico. Il materialismo storico per Gramsci rappresenta quindi una filosofia integrale, la quale si colloca al di sopra dell'opposizione tradizionale tra materialismo e idealismo. Il materialismo storico è l'aspetto del pensiero di Marx che è stato maggiormente dibattuto, anche da parte di studiosi non marxisti (sociologi, antropologi, storici), tra i quali è da ricordare Max Weber.


PROGRESSO


Il termine "progresso" nell'uso filosofico indica una concezione della storia universale intesa come un percorso lineare e continuo, in cui le acquisizioni accumulate nel tempo concorrono al miglioramento, che si suppone illimitato, delle condizioni materiali e morali del genere umano.

Alcuni elementi di questa idea si possono rintracciare già nel medioevo. Bernardo di Chartes infatti sosteneva metaforicamente che gli uomini del suo tempo erano come nani sulle spalle di giganti, cioè degli antichi. Questa celebre espressione indica che i contemporanei (nani) pur essendo di minor valore rispetto agli antichi (giganti) riescono a vedere più lontano di loro. Questa idea positiva del progresso si ritrova in autori rinascimentali (Giordano Bruno, La cena delle ceneri) e moderni (Francesco Bacone, Blaise Pascal, Cartesio). Tuttavia il concetto di progresso assume una certa fisionomia teorica solo nel 1688 in seguito alla famosa Querelle des anciennes et des modernes (= "Disputa sugli antichi e sui moderni") di Fontenelle (1657-1757).

Fontenelle sostiene che i moderni sono superiori agli antichi perché possono far riferimento alle precedenti scoperte, grazie alle quali sono in grado di costruire le premesse per i progressi futuri, in un processo interminabile. I contributi dell'Illuminismo alla teoria del progresso sono molti e di diversa natura: una concezione laica della storia, l'idea dell'azione coordinata delle arti e scienze per il miglioramento delle condizioni di vita, l'idea della liberazione dai pregiudizi e dalle superstizioni come condizione per il perfezionamento degli uomini, l'invito alla libertà di pensiero e all'uscita dalla minorità intellettuale. Interessante è la posizione di Rousseau, la quale fa distinzione tra progresso scientifico e progresso morale, Rousseau non vede una proporzionalità diretta tra lo sviluppo delle scienze e l'arricchimento morale degli esseri umani, al contrario ritiene che l'affinamento delle arti sia la causa del decadimento dei costumi. Tuttavia egli fornisce all'idea di progresso la nozione di perfettibilità, vale a dire l'infinita capacità tipica dell'uomo di modificarsi sia come individuo che come genere. In seno alla filosofia classica tedesca il tema del progresso e della storia sono argomenti di grande considerazione filosofica (tra i filosofi che si sono rivolti a tali tematiche si possono citare: Lessing, Herder, Kant, Fichte). Nella filosofia di Hegel la storia è considerata manifestazione dello spirito del mondo, vale a dire la realizzazione concreta di un'entità universale che orienta il fluire degli eventi. Tale spirito universale attraverso tappe successive, servendosi di diversi popoli come strumenti, agenti concretamente nella storia, realizza se stesso. La realizzazione dello spirito equivale alla presa di coscienza, da parte di questo soggetto universale, della sua libertà e della sua presenza attiva nel mondo. La forma definitiva dell'idea di progresso verrà stabilita nel XIX secolo, in seno alla speculazione francese e inglese. Auguste Comte sostiene l'esistenza di stadi fondamentali di progresso delle società umane, una sorta di evoluzionismo culturale attraverso tre fasi: stadio teologico, metafisico, scientifico-positivo. Anche l'evoluzionismo di Charles Darwin si basa su un'idea di progresso, quello della natura, che si esprime mediante la lotta per la sopravvivenza e la selezione dei soggetti più adatti alla vita. Il progresso, per lo scienziato inglese, diviene così una legge necessaria, la realtà è il risultato di un processo selettivo in vista del perfezionamento biologico. Sempre nel XIX secolo si sviluppano idee che svalutano il concetto di progresso. La posizione pessimistica di Arthur Schopenhauer nega qualsiasi fondamento di realtà all'ipotesi di una storia che si muove verso un miglioramento delle condizioni umane, essa non è altro che il trionfo di una catastrofica volontà irrazionale indifferente alla sorte dell'uomo. Nel Novecento l'idea di progresso è entrata in crisi, da molti filosofi è stato mostrato che l'idea di un processo di perfezionamento lanciato verso il futuro non era altro che la giustificazione e la proiezione ideale dei valori della società moderna. A questo proposito pensatori come Horkheimer e Adorno associano all'idea di progresso l'ottimismo del pensiero scientifico, il quale è radicato nell'idea occidentale di dominio, in una ragione che tende a fare del mondo lo strumento per la realizzazione dei propri obiettivi.


SPIRITUALISMO


Il termine "spiritualismo" indica in generale ogni dottrina che afferma l'indipendenza e il primato dello spirito, inteso come pensiero cosciente. In senso debole, ciò significa che le rappresentazioni mentali (operazioni intellettuali, atti di volontà) non sono interamente spiegabili con i soli meccanismi fisiologici: la natura non spiega lo spirito. In senso forte, significa che l'essenza stessa della realtà è spirituale: lo spirito spiega la natura. In questo secondo senso lo spiritualismo fa propria la tesi tipica dell'idealismo, secondo cui non esiste alcuna realtà esterna alla coscienza. Lo spiritualismo si distingue tuttavia dall'idealismo moderno in quanto assume la coscienza individuale come fondamento della verità e punto di partenza dell'analisi (secondo il metodo dell'introspezione), e difende la tesi della trascendenza di Dio, mentre l'idealismo intende la coscienza o lo spirito in senso universale e propende per una visione del rapporto tra finito e infinito fondata sull'immanenza. In quanto si oppone alla visione materialistica e deterministica della realtà propria del pensiero scientifico, lo spiritualismo considera in genere la scienza come una forma di conoscenza falsa o al massimo preparatoria, e preferisce contrapporle i valori morali, politici e religiosi della tradizione. Storicamente, il termine spiritualismo è stato introdotto dal filosofo francese Victor Cousin nel 1853 e ha avuto in Francia il maggiore sviluppo e i più rilevanti teorici (Bergson). Ma non è mancata una diffusione internazionale e in particolare italiana dello spiritualismo: sia nell'Ottocento, quando si richiamarono in vario modo allo spiritualismo come specifico orientamento filosofico le maggiori figure della filosofia risorgimentale italiana (Galluppi, Rosmini, Gioberti, Mazzini), sia nel Novecento, sempre in pensatori di ispirazione cristiana e cattolica.