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Eduard Bernstein
(Berlino, 6 gennaio 1850 – Berlino, 18 dicembre 1932)

Militante nel Partito socialdemocratico
tedesco dal 1872, nel 1878 Bernstein espatriò a Zurigo dove fu editore fino al
1890 del Sozialdemokrat, organo non ufficiale del partito.
Trasferitosi a Londra, vi soggiornò dal 1888 al 1901 conoscendo così il coautore
del Manifesto del partito comunista, il tedesco Friedrich Engels, e
approfondendo la conoscenza delle teorie sulla società ed economia capitalista e
sull'avvento del comunismo sviluppate da Engels e da Karl Marx. Bernstein
rinnegava però la prospettiva violenta dell'abbattimento del capitalismo e
sviluppò una propria teoria revisionista per la realizzazione del regime
socialista, fondata su un approccio graduale e riformista e non rivoluzionario,
divenendo uno dei fondatori del revisionismo in chiave marxista.
Membro del Reichstag dal 1902 al 1928, viene ricordato soprattutto per l'opera I
presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia (1899).

Dopo la morte di Karl Marx, avvenuta nel 1883, il socialismo tentò forme diverse
di approccio alla realizzazione dell'utopia comunista, a seconda delle posizioni
assunte dai vari leader. Rosa Luxemburg (al centro) si recò a Varsavia, a quel
tempo controllata dalla Russia, per partecipare alla Rivoluzione russa del 1905.
Bernstein (a destra) credette che il comunismo si sarebbe sviluppato
naturalmente, senza bisogno di alcuna rivoluzione. Kautsky (a sinistra),
inizialmente favorevole ai metodi rivoluzionari, in seguito passò a una visione
più liberale, nello sforzo di mantenere la fisionomia originaria dell'ideologia
marxista.
GRANDI RIFORMISTI - IL CURIOSO DESTINO DI UN PRECURSORE
Bernstein, il padre nobile senza figli
Nessuno si richiama alla sua eredità
Primo socialista a riconoscere che le libertà liberali sono dei fini, non solo
dei mezzi
Strano destino, quello di Eduard Bernstein. Non un leader dell'Internazionale
socialista si è richiamato esplicitamente alla sua eredità. Neanche Helmut
Schmidt, che pure negli anni Settanta giunse a dichiarare che esisteva una sorta
di affinità elettiva fra la politica riformatrice della socialdemocrazia europea
e l'"ingegneria a spizzico" teorizzata dal liberale Karl Popper nella Società
aperta e i suoi nemici. Eppure, una volta tanto, la Storia ha emesso una
sentenza inequivocabile: ha "sterminato" tutte le versioni dell'Idea socialista,
eccetto una: quella di Bernstein, per l'appunto. La quale è così sintetizzabile:
il socialismo è l'erede storico del liberalismo, essendo il suo obiettivo
l'universalizzazione della libertà dei moderni. Certamente, la libertà dei
moderni era nata classista: era, al fondo, la libertà dei proprietari, poiché –
così aveva sentenziato Benjamin Constant – solo la proprietà rendeva
effettivamente liberi. Ma, altrettanto certamente, il crescente potere dei "moderni
tribuni della plebe" – sindacati e partiti operai – e la continua crescita della
ricchezza materiale rendevano possibile il superamento della natura classista
della libertà liberale. Pertanto, anziché attendere, il rovesciamento violento
del mondo rovesciato, come predicavano indefessamente i rivoluzionari, il
movimento socialista doveva lavorare per allargare progressivamente il perimetro
borghese dello Stato liberale. Di qui l'invito che Bernstein rivolse, nell'opera
che sarebbe passata alla storia come la "Bibbia del revisionismo" – I
presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia – ai suoi compagni
di partito di riconoscere che le libertà liberali non erano solo dei mezzi, ma,
anche e soprattutto, dei fini; e di riconoscere altresì che la rivoluzione era
un mito, al tempo stesso accecante e pericoloso. Accecante, perché generava
l'illusione del salto magico dal regno della necessità al Regno della libertà;
pericolosa, poiché, alimentando la convinzione che la violenza era la levatrice
della storia, tendeva a trasformare la lotta di classe in guerra di classe. In
aggiunta, Bernstein ebbe il coraggio di attaccare frontalmente la retorica
dominante nella Spd, tutta centrata sulla esaltazione acritica delle virtù
proletarie e sulla demonizzazione della borghesia, e di dichiarare che alla
socialdemocrazia occorreva un Kant che richiamasse una volta per tutte in
giudizio lo scolasticismo di partito e lo sottoponesse al vaglio rigoroso della
critica; un Kant che mostrasse che il socialismo era un'idea regolatrice, non
già, come pretendevano i custodi dell'ortodossia marxista, una necessità storica,
e che, pertanto, esso doveva essere concepito come un riformismo permanente.
Donde lo slogan con il quale Bernstein sintetizzò il suo messaggio: «Quel che
comunemente si chiama obbiettivo finale del socialismo è nulla, il movimento è
tutto». Una siffatta idea del socialismo – come movimento di riforme politiche e
sociali avente come obiettivo storico il passaggio graduale dalla "società dei
sudditi" alla "società dei cittadini" – era una novità sconvolgente, alla fine
del XIX secolo. La Seconda Internazionale, fondata nel 1889, era dominata dalla
versione del marxismo formulata e propalata da Karl Kautsky. Questi, pur non
perdendo occasione per polemizzare con quanti – blanquisti, anarchici,
sindacalisti rivoluzionari – intendevano rilanciare la "guerra di movimento",
sempre si era tenuto ancorato al pilastro della strategia marx-engelsiana: il
rifiuto di qualsivoglia ipotesi riformista legato alla convinzione, che si
voleva rigorosamente scientifica, che il destino del capitalismo era
irrimediabilmente segnato. Di qui la sua celebre definizione della Spd: «Un
partito rivoluzionario, non già un partito che fa le rivoluzioni». La quale si
basava sul seguente ragionamento: «Noi sappiamo che il nostro fine può essere
raggiunto soltanto per mezzo di una rivoluzione, ma sappiamo che è altrettanto
poco in nostro potere fare questa rivoluzione, quanto è in potere dei nostri
avversari di impedirla. Perciò noi non pensiamo affatto a provocare o preparare
una rivoluzione. E poiché non possiamo fare una rivoluzione a nostro arbitrio,
non possiamo dire alcunché a proposito di quando, in quali circostanze e in
quali forme la rivoluzione avrà luogo. Noi sappiamo che la lotta di classe fra
borghesia e proletariato non terminerà fino a quando quest'ultimo non arriverà
al pieno possesso del potere politico, di cui esso si servirà per costruire la
società socialista. Sappiamo che questa lotta dovrà diventare sempre più ampia e
sempre più intensa, che il proletariato cresce sempre di più in numero e forza
morale ed economica, che perciò la sua vittoria e la sconfitta del capitalismo
sono inevitabili, ma possiamo fare soltanto ipotesi vaghe sul quando e sul come
saranno combattute le ultime decisive battaglie di questa guerra sociale».
Insomma, a giudizio di colui che sarebbe stato definito il "Papa rosso", il
Partito socialdemocratico nulla doveva concedere al Sistema, bensì attendere la
fatidica "ora X"; dopo di che, esso avrebbe assunto il potere e lo avrebbe usato
per sostituire l'economia di mercato con il piano unico di produzione e di
distribuzione; il quale avrebbe, sì, sacrificato la libertà, ma, in cambio,
avrebbe garantito l'eguaglianza e la solidarietà. Stando così le cose, si
capisce agevolmente perché la revisione del marxismo di Bernstein era destinata
a suscitare una violenta reazione di rigetto da parte di coloro – ed erano i più
– che concepivano il socialismo come una alternativa globale alla civiltà
liberale, non già come una correzione in senso democratico delle sue istituzioni.
Gli ortodossi ebbero la meglio e Bernstein e i suoi seguaci furono a mala pena
tollerati nel seno della socialdemocrazia europea. Ma il peggio doveva venire.
Quando il Partito bolscevico si impossessò del potere con quel fortunato golpe
passato alla storia come la Rivoluzione d'Ottobre e proclamò alto e forte che
era iniziata l'era della rivoluzione proletaria, che si sarebbe immancabilmente
conclusa con l'annientamento del capitalismo e del liberalismo, i riformisti à
la Bernstein furono bollati come traditori della classe operaia e oggettivi
complici dello sfruttamento perpetrato dalla borghesia in nome della libertà di
commercio. Solo quando le "dure repliche della storia" incominciarono a
incrinare la granitica fede nelle virtù taumaturgiche della violenza
rivoluzionaria e dell'economia pianificata il revisionismo di Bernstein fu
rivalutato. Ma surrettiziamente, quasi che i socialisti si vergognassero di
riconoscere che la storia aveva dato ragione a colui che aveva avuto il coraggio
dissacrare la mitologia marxista e la lucidità di vedere che il movimento
socialista era destinato a ripetere gli errori e gli orrori della Rivoluzione
giacobina. Eppure, che cosa è stata la costruzione dello Stato sociale – la più
benefica rivoluzione culturale della storia dell'umanità, secondo Ralf
Dahrendorf –, se non la realizzazione del modello di socialismo liberale
disegnato da Bernstein? E che cosa rende, oggi, il capitalismo europeo
moralmente superiore al capitalismo americano, se non, per l'appunto, il sistema
di protezione sociale ideato e creato dalla socialdemocrazia precisamente a
partire dal momento in cui essa si è convertita al riformismo? Il che, poi,
significa che aveva visto giusto François Fejto quando, quarant'anni fa, affermò
che i partiti dell'Internazionale socialista, a dispetto del fatto che si
dicevano marxisti, avevano, di fatto, imboccato la via indicata da Bernstein.

Il socialismo
Marxismo
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