EMILE DURKHEIM

SOCIOLOGIA



Durkheim e le regole del metodo sociologico


La sociologia dell'Ottocento è la «sociologia dei filosofi sistematici». Essa è la figlia delle speranze o dei timori suscitati dallo sviluppo della società industriale della quale Saint-Simon aveva intuito le caratteristiche essenziali: organizzazione razionale; depersonalizzazione funzionale; interdipendenza delle funzioni; pianificazione e divisione del lavoro; programmazione centralizzata della produzione (Franco Ferrarotti). Di fronte a tale evento, Comte teorizza un sistema autoritario; Spencer un sistema sociologico in evoluzione, nel segno però di un radicale individualismo; Proudhon vede inve - ce nella giustizia la molla del progresso; Marx, da parte sua, prevede una giustizia che si realizzerà in forza di leggi inesorabili che, mutando la struttura materiale, sconvolgeranno gli attuali ingiusti rapporti sociali.

Ebbene, con Emile Durkheim (1855-1917) la sociologia «sistematica» entra in crisi. La sociologia, secondo Durkheim, non è e non dev'essere una filosofia della storia la quale presuma di scoprire le leggi generali che guidano la marcia del «progresso» dell'intera umanità. Essa non è e non deve essere una metafisica che si reputa in grado di determinare la natura della società. La sociologia non è né psicologia né filosofia. Né, ancora, la sociologia può pretendere di atteggiarsi a scientia scientiarum. La sociologia, per Durkheim, è una scienza: una scienza autonoma e diversa dalle altre scienze. Ora, però, perché la sociologia possa qualificarsi come scienza autonoma, se ne debbono specificare sia l'«oggetto» sia le «regole del metodo». E questo è quanto fa Durkheim ne Le regole del metodo sociologico (1895).

Innanzitutto, mentre Comte si era preoccupato di specificare le leggi della «fisica sociale» (leggi della «statica sociale»: quelle che determinano l'equilibrio sociale; leggi della «dinamica sociale»: quelle che ne determinano lo sviluppo necessario) e mentre Spencer pensa di avere individuato le leggi che determinano l'evoluzione delle forme sociali, Durkheim si impegna nella specificazione dell'oggetto tipico della sociologia, i fatti sociali.

I fatti sociali sono irriducibili alla vita biologica e, siccome non hanno l'individuo come substrato, hanno come base la società. Il fatto sociale, come tale, non si riduce al fatto psichico del singolo individuo, e ciò risulta evidente dalla «coercizione» che esso — il fatto sociale — esercita dall'esterno sull'individuo, sia attraverso sanzioni, sia attraverso la resistenza che esso oppone ai tentativi individuali di modificazione di una qualche istituzione o credenza o uso:

Le nature individuali, non sono che la materia indeterminata che il fattore sociale determina e trasforma. Certi stati psichici, quali la religiosità, la gelosia sessuale, la pietà filiale, l'amore paterno, lungi dall'essere inclinazioni inerenti alla natura umana, derivano dall'organizzazione collettiva [...]. Quasi tutto ciò che si trova nelle coscienze individuali viene dalla società.

Esistono, dunque, i «fatti sociali», oggetto specifico di ricerca di quella scienza autonoma che è la sociologia, la quale, peraltro, si potrà occupare di due grandi categorie di fatti: di quelli «normali» e di quelli «patologici». Leggiamo ancora ne Le regole del metodo sociologico:

Noi chiamiamo normali i fatti che presentano le forme più generali e daremo agli altri il nome di morbosi o patologici.

Naturalmente, «le forme più generali» si danno solo in relazione a una determinata società e in una specifica fase dello sviluppo di essa. Pertanto, un compito preliminare della sociologia è quello della classificazione dei tipi di società, e ciò si fa distinguendo le società in base al loro grado di complessità, dall'orda alle moderne complesse società.

Esistono dunque i fatti sociali; e questi possono venir distinti, senza che li si valuti, in fatti normali e fatti patologici; e la sociologia è quella scienza che, considerando i fatti sociali «come delle cose», cerca «la causa determinante di un fatto sociale [.. .] fra i fatti sociali antecedenti e non tra i fatti della coscienza individuale».


Il suicidio e l'anomia

Queste riflessioni metodologiche non furono per Durkheim una esercitazione in vacuo. Esse, piuttosto, scaturirono dal vivo delle sue ricerche concrete. E, tra queste, il primo lavoro importante tratta Della divisione del lavoro sociale (1893), dove si cerca di offrire una spiegazione della divisione del lavoro, ma soprattutto si cerca di indagare sulla solidarietà sociale nella società moderna. A tal fine Durkheim distingue tra 1) una società semplice, basata sui vincoli della consanguineità; e 2) una società o tipo sociale secondario, tipicizzato dalla divisione e dalla specializzazione delle funzioni.

1 Nelle società semplici o primitive Durkheim vede un comune patrimonio di idee, di valutazioni, di esperienze che cementa i membri della comunità dando loro un sol cuore e una sola mente. In questo tipo di società si ha una solidarietà meccanica.
2 Questa solidarietà meccanica non è invece riscontrabile nella moderna società industriale, dove i soggetti si distinguono per professione, per ambiente familiare e sociale, per l'educazione ricevuta, in breve in base alla divisone del lavoro. E, secondo Durkheim, la divisione del lavoro avrebbe proprio la funzione di fornire un fattore coesivo in grado di unire, in una solidarietà organica, membri non più omogenei e con differenti interessi.

Durkheim approva il fenomeno della divisione organica del lavoro. Vi vede uno sviluppo normale e, in definitiva, felice, delle società umane. Giudica buona la differenziazione dei mestieri e degli individui, il ridursi dell'autorità della tradizione, il crescente dominio della ragione, lo sviluppo della parte lasciata all'iniziativa personale (Raymond Aron).

Tuttavia, rileva anche elementi di insoddisfazione e accenna di sfuggita all'aumento del numero dei suicidi, tema quest'ultimo sul quale Durkheim nel 1897 pubblica Il suicidio. Dopo aver discusso della predisposizione psicologica e della determinazione sociale del suicidio, Durkheim distingue, basandosi su delle comparazioni statistiche, tre tipi di suicidio in corrispondenza a tre tipi di solidarietà sociale.

a C'è il suicidio altruistico: questo è il suicidio provocato da motivi sociali, come quando un uomo si uccide per evitare l'obbrobrio del disonore, o come quando una persona anziana di una tribù nomade si toglie la vita per evitare di essere di peso al gruppo. Il suicidio altruistico si ha all'interno di gruppi fortemente coesi, dove i fini collettivi sono vissuti e considerati come superiori a quelli individuali, e dove l'individuo conta unicamente in funzione del gruppo.
b Ma accanto al suicidio altruistico c'è quello egoistico: che si dà in persone pochissimo legate al gruppo. Il suicidio egoistico, in altri termini, è tipico di una situazione sociale in cui prevalgono la responsabilità, l'iniziativa individuale e la libera scelta personale, e in cui la crisi deve essere fronteggiata con mezzi e risorse personali piuttosto che istituzionali.
c Oltre al suicidio altruistico e a quello egoistico c'è, poi, quello ano - mico. Anomia (a-nomos = privo di leggi) è una situazione sociale in cui non esistono più leggi e regole, o, se esistono, sono confuse, contraddittorie oppure inefficaci. In una situazione siffatta, anche se il gruppo resta, non c'è solidarietà alcuna e l'individuo non ha più né sistemi di appoggio né punti di riferimento.

L'anomia è uno stato di disordine e Durkheim si è reso conto che la percentuale dei suicidi aumenta nelle epoche di forte depressione economica e di dissesto sociale, ma ha anche visto che tale percentuale cresce pure nei periodi di prosperità inattesa e improvvisa: la depressione e la prosperità porterebbero, secondo Durkheim, al crollo delle aspettative e con ciò all'aumento dei suicidi.
D'altro canto, anche per i suicidi altruistici e per quelli egoistici Durkheim adduce molte esemplificazioni a conferma delle sue idee. Così, per esempio, veniamo a sapere che il numero di suicidi è molto alto tra i liberi pensatori, come anche tra i protestanti, mentre tra i cattolici la percentuale è bassa, e ancor più bassa tra gli ebrei, a motivo della integrazione sociale prodotta dalle loro rispettive fedi. Durkheim ci dice anche che si registrano più suicidi tra gli scapoli, i divorziati e i vedovi che tra gli sposati; tra le persone sposate senza figli che tra quelle sposate con figli.

Criticato per più di un verso (sull'idea di «fatto sociale», per la rigidità di chiusura di una sociologia «autonoma» che si difende quasi dagli apporti delle altre scienze), Durkheim (al quale si deve un lavoro di grande rilievo su Le forme elementari della vita religiosa, 1912) ha influito in maniera decisiva su una numerosa schiera di sociologi, a cominciare da Lucien Lévy-Bruhl (1857-1939, autore di opere quali: La morale e la scienza dei costumi, 1903, Le funzioni mentali nelle società inferiori, 1910, Il soprannaturale e la natura nella mentalità primitiva, 1931).

Raymond Aron vede al centro del pensiero del Durkheim «lo sforzo per dimostrare che il pensiero razionalistico, individualistico e liberale è il termine provvisoriamente ultimo dell'evoluzione storica. Questa scuola di pensiero, che risponde alla struttura delle società moderne, deve essere approvata — dice Aron — ma nello stesso tempo rischierebbe di provocare la disgregazione sociale e il fenomeno dell'anomia, se le norme collettive, indispensabili a ogni consenso, non fossero rafforzate».


Emile Durkheim: La divisione del lavoro sociale