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Empirismo
In filosofia, un orientamento di pensiero
che riconduce la conoscenza all’esperienza dei sensi, negando l’esistenza di
idee innate o di un pensiero a priori.
Nella sua storia l’atteggiamento empiristico si è accompagnato a posizioni
filosofiche molto diverse, dal materialismo di Thomas Hobbes allo spiritualismo
di George Berkeley.
Si possono tuttavia indicare alcuni tratti generali condivisi dalle diverse
dottrine empiriste: l’attenzione per i dati empirici nella loro concretezza,
così come si presentano nella percezione; il privilegiare, sul piano
metodologico, l’induzione rispetto al procedimento deduttivo; l’atteggiamento
nominalistico, il quale esclude che i concetti universali siano qualcosa di più
che semplici nomi o rappresentazioni mentali che stanno in luogo di realtà
singolari; la concezione che il soggetto conoscente è passivo e recettivo nei
confronti degli oggetti; l’istanza antimetafisica, e cioè il rifiuto di presunte
conoscenze della sostanza delle cose, e la propensione ad attribuire al sapere
umano un carattere sperimentale, sempre perfettibile e mai definitivo.
Le origini dell’empirismo
Comunemente si designa con il termine “empirismo” una corrente filosofica
dell’età moderna, fiorita soprattutto in Gran Bretagna, che si contrappose al
razionalismo sul terreno del problema gnoseologico, sebbene non senza risentire
dell’impronta soggettivistica impressa a questo problema dall’indagine del
filosofo razionalista francese Cartesio.
Tuttavia, anche nei sistemi filosofici dell’antichità si sono ravvisate
soluzioni di tipo empiristico: Aristotele, ad esempio, rivendica contro la
teoria platonica delle idee la funzione positiva dell’esperienza sensibile, che
richiede nondimeno di integrarsi con il pensiero razionale; Epicuro dal canto
suo sostiene una forma integrale di empirismo, per il quale l’esperienza
sensibile è alla base di ogni atto conoscitivo, così come evidenti motivi di
tipo empiristico sono presenti nelle correnti dello scetticismo antico.
Il nominalismo medievale raggiunge nella filosofia di Guglielmo di Occam una
chiara prospettiva empiristica, che esclude l’esistenza di strutture universali
e di essenze necessarie: solo la conoscenza intuitiva e sensibile delle cose
singolari ha valore di scienza.
L’empirismo moderno
In età moderna l’inglese John Locke critica la concezione delle idee innate
sostenuta da Cartesio e afferma che tutte le nostre conoscenze sono originate
dall’esperienza esterna (“sensazione”) o interna (“riflessione”). Locke paragona
il nostro spirito a “un foglio bianco, privo di ogni carattere, senza alcuna
idea”: solo l’esperienza procura al nostro spirito tutti i materiali del
pensiero, che Locke definisce “idee”, dando a questo termine un significato
simile a quello conferitogli dal razionalista Cartesio.
La differenza fra i due autori non riguarda, infatti, la concezione delle idee
come contenuti del pensiero o della mente (secondo un significato che non è
quello originario e platonico della parola “idea”), ma l’origine delle idee, che
per Cartesio e i pensatori razionalisti sono (almeno in parte) innate, per Locke
e gli empiristi sono derivate dai sensi (come le idee di bianco, di caldo, di
duro, di ruvido ecc.), o da una riflessione sulle operazioni mentali interne
(come le idee di percepire, di pensare, di volere ecc.).
A partire da Locke l’empirismo si distingue anche per un’istanza critica nei
confronti dei concetti tipici della metafisica, come ad esempio il concetto di
sostanza. Se, infatti, tutto ciò che conosciamo deriva dall’esperienza, diventa
problematico ipotizzare qualcosa che sarebbe a fondamento delle qualità
sensibili delle cose: Locke non nega la sostanza, ma la dichiara inconoscibile
come essenza necessaria o fondamento ultimo delle cose.
Dopo di lui l’irlandese George Berkeley, sebbene motivato da una finalità
teologica, giunge a negare l’esistenza del mondo materiale e ad affermare che
gli oggetti non sono altro che collezioni di molteplici percezioni (un albero,
ad esempio, consiste solo nelle percezioni relative a certi colori, a una certa
forma e ad altri caratteri sensoriali che si accompagnano insieme nella mente).
L’unica sostanza che rimane, una volta che Berkeley ha negato l’esistenza dei
corpi, è lo spirito, cioè la mente che percepisce.
Il passo successivo viene compiuto dallo scozzese David Hume, il quale non solo
argomenta che non si possono produrre prove oggettive circa l’esistenza del
mondo dei corpi, ma che anche l’esperienza che abbiamo del nostro io non è
quella di una sostanza (l’“anima”), bensì di un “fascio di percezioni” in
continuo mutamento. Se in questo modo l’empirismo di Hume perviene a conclusioni
scettiche, occorre precisare che il suo scetticismo mira soprattutto a
delimitare il nostro sapere in senso sperimentale, privandolo di quei requisiti
di certezza e di indubitabilità che gli erano attribuiti dai filosofi
razionalisti.
Nell’Ottocento l’empirismo fu difeso e sviluppato in modo originale da John
Stuart Mill, che rivendica l’origine empirica delle nostre conoscenze, anche
delle verità logiche e matematiche, e il significato fondamentale del metodo
induttivo. Sia per le sue istanze di carattere critico e antimetafisico, sia per
la sua capacità di adattarsi ai problemi che via via si impongono all’indagine
scientifica e filosofica, un fondamentale atteggiamento empiristico appare
contraddistinguere molteplici correnti del pensiero otto e novecentesco, dal
positivismo al pragmatismo, riemergendo in particolare nella riflessione del
positivismo logico sviluppatasi nel periodo fra le due ultime guerre mondiali.

Thomas Hobbes
John Locke
George Berkeley
David Hume
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