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Estetica


Dapprima "disciplina riguardante la conoscenza sensibile o la percezione" (in questo senso il termine fu ancora usato da I. Kant), dalla metà del 18° sec., e soprattutto dal 19° sec. in poi, il suo significato prevalente è quello di "disciplina riguardante il bello (naturale e in partic. artistico), la produzione e i prodotti dell'arte, il giudizio di gusto su di essi, e così via". I due significati coincidono per alcuni versi in A.G. Baumgarten, cui si devono l'introduzione del termine in accezione moderna (1735) e la costituzione dell'e. come disciplina filosofica.



Il termine estetica, come testimonia la sua stessa etimologia (dal gr. aesthetikòs "sensibile, relativo alla sensazione o percezione"), rimanda a una dimensione strettamente connessa alla sfera del sensibile e a tutto ciò che la caratterizza, ossia il particolare, l'individuale, il contingente. Si tratta del territorio della nostra esperienza concreta. È quanto emerge in modo esemplare dalla riflessione di A.G. Baumgarten che, per la prima volta, usa il termine estetica per indicare una disciplina filosofica determinata. Secondo Baumgarten la verità estetica, lungi dal risolversi in quella logica e intellettuale, regolata da principi chiari e universali, costituisce un ambito diverso, quello della "conoscenza sensibile". La verità estetica dunque è quella che può essere affermata come tale dai sensi, attraverso la percezione.

Il giudizio estetico

Così se nell'Ottocento l'estetica si identifica di fatto con la filosofia dell'arte, nel Novecento prevale la consapevolezza che l'estetica sia non una parte della filosofia - un suo settore determinato e 'speciale' - bensì una dimensione che fa tutt'uno con l'idea stessa della filosofia, con la filosofia in quanto tale. Si può quindi affermare che il 'sentimento' estetico, identificato con la capacità creativa e costruttiva del pensiero umano, è la condizione che rende possibile non solo l'esperienza artistica, ma anche l'esperienza in generale e la stessa conoscenza (inclusa quella propriamente scientifica) che ne possiamo avere. È quanto troviamo nella Critica della facoltà di giudizio di I. Kant. Qui infatti viene tematizzato quel giudizio estetico che formuliamo quando affermiamo che una determinata cosa è bella e che è definito "giudizio di gusto". Ciò che caratterizza tale giudizio è il fatto che in esso il fenomeno particolare non può in alcun modo essere dedotto da un principio di tipo intellettuale, ossia da un concetto. Quello che manca, insomma, è la possibilità di ricondurre quel determinato fenomeno giudicato 'bello' a una legge che sia universale e necessaria, valida cioè in modo assolutamente certo e rigoroso. Al contrario, ciò che nell'esperienza estetica appare decisivo è proprio l'attenzione al particolare nella sua irriducibile concretezza e individualità. L'attenzione dunque al sensibile.

La concezione hegeliana

Nel romanticismo al centro della riflessione estetica viene posto il problema della conoscenza di tutto ciò che, organismo naturale o forma artistica, si presenti come qualcosa di individuale e determinato.
Il risultato è la valorizzazione della storia, intesa come processo dialettico. È quanto troviamo in G.W.F. Hegel secondo il quale l'arte, pur essendo uno dei momenti fondamentali attraverso i quali l'Assoluto si manifesta e si realizza nel tempo, tuttavia deve essere superata prima dalla religione cristiana e poi dalla riflessione filosofica che, meglio dell'arte, sarebbero in grado di manifestare l'Assoluto portandolo alla piena coscienza di sé.

La riflessione novecentesca

Nel Novecento questa concezione hegeliana è stata oggetto di un profondo ripensamento critico. In particolare, negata l'idea di una dissoluzione necessaria e inevitabile dell'arte nel processo storico, è stato sottolineato con forza il carattere autonomo dell'esperienza estetica. La riflessione di B. Croce ne è un esempio paradigmatico. Tale riflessione infatti, fondata sull'esigenza di distinguere tra ciò che possiamo definire in modo legittimo arte e ciò che arte non è, identifica l'esperienza artistica con l'espressione e la condivisione di un sentimento soggettivo: è quanto Croce definisce "intuizione lirica".
L'idea che l'esperienza estetica si risolva senza residui nell'intuizione e nel sentimento del soggetto viene rifiutata con forza da T.W. Adorno nella Teoria estetica. Adorno infatti mette in evidenza il rapporto paradossale che unisce, nell'opera d'arte, autonomia e non-autonomia, dando luogo alla dimensione del "fatto sociale". Tale dimensione sociale si ritrova, secondo Adorno, nella struttura fisico-materiale dell'opera, nella sua forma. In questo modo l'esperienza estetica rivela la necessità di quel rimando alla vita che costituisce il contenuto di verità dell'opera e che fa di questa una negazione determinata dell'esistente.
Di qui l'esigenza di distinguere tra arte e vita e, di conseguenza, la critica rivolta a tutte quelle forme storico-artistiche, in particolare le avanguardie storiche e le neoavanguardie che, confondendo i due piani, non solo pretendono di trasformare il mondo attraverso l'arte, ma soprattutto dissolvono la nozione stessa di 'opera' facendone una cosa tra le cose. Quello che Adorno teme infatti è che la completa identificazione tra arte e realtà, propugnata dalle avanguardie, determini una negazione dell'autonomia della forma e quindi un rifiuto di quanto è connesso all'essere finzione che è costitutivo dell'opera.
Al contrario, secondo Adorno è proprio e solo attraverso la forma che l'opera può manifestare quel contenuto di verità che le è immanente.
Nella contemporaneità la perdita di tale contenuto di verità si traduce in quello che è stato definito 'estetismo diffuso' e che implica l'estetizzazione della vita in tutte le sue forme.
In questo modo la nozione di estetica viene riferita alle manifestazioni più diverse - dagli oggetti di uso quotidiano alla politica, dagli spettacoli più eterogenei agli eventi sportivi - che tuttavia, essendo chiuse in se stesse, producono una vaporizzazione dell'idea di arte, negando di fatto quella possibilità di comprensione della realtà che invece aveva sempre caratterizzato le grandi opere.



Estetica musicale