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IL FENOMENO DELL'ERMETISMO
La figura dl Ermete
Trismegisto
Secondo le credenze religiose egiziane Thoth era il Dio inventore di numerose
scienze e arti e, in particolare, delle lettere dell'alfabeto, ossia della
scrittura; egli era pertanto considerato scriba degli Dei e, quindi, interprete,
rivelatore e profeta della divina sapienza e del divino logos.
I greci, allorché vennero a conoscenza della teologia egiziana, assimilarono a
Thoth il loro Dio Ermete, dato che questi aveva appunto le prerogative di essere
«interprete e messaggero» degli Dei. Anzi, per meglio qualificare questo Ermete
identificantesi con il Grande Thoth egiziano, lo designarono con l'appellativo
«Trismegisto», che significa «superlativamente grande»: trismégistos vuol dire,
alla lettera, tre volte grandissimo.
E sotto il nome di questo Dio, in età ellenistica — forse già a partire dalla
prima metà del III secolo a.C. e soprattutto in età imperiale, in particolar
modo nel II e III secolo d.C. —, nacque e si sviluppò una ricca letteratura,
avente caratteristiche varie e contenuti differenti, accomunata tuttavia dalla
pretesa di essere direttamente ispirata dal Grande Ermete, e, quindi, una
«rivelazione» di questo Dio.
Ai Padri della Chiesa, a cominciare da Tertulliano e da Lattanzio, a motivo
dell'elevatezza delle concezioni teologiche e morali che si riscontrano in
alcuni degli scritti ermetici (quelli composti nei primi secoli dell'età
imperiale), Ermete Trismegisto parve essere, se non un Dio, almeno un profeta,
una sorta di «pagano profeta di Cristo», vissuto all'epoca di Mosè. E appunto
come «pagano profeta di Cristo» fu poi considerato durante il Medioevo e durante
l'età dell'Umanesimo e del Rinascimento
Le moderne ricerche, già a partire dal XVIII secolo, hanno appurato che gli
scritti ermetici sono degli «pseudoepigrafi», composti da autori diversi, che si
nascondono sotto la maschera del Dio egiziano. Solo di recente si è poi
accertato che proprio i più significativi di tali scritti non sono nemmeno
espressione di una sapienza propriamente «egiziana», bensì delle concezioni del
tardo ellenismo. Infine, si è appurato che essi non possono essere fatti
risalire nemmeno a una determinata setta religiosa, dato che manca qualsiasi
accenno a quanto è tipico di una setta religiosa.
La letteratura ermetica
La letteratura ermetica è costituita da scritti che si possono suddividere in
due grandi gruppi:
1 le opere che André-Jean Festugière denomina «dell'Ermetismo popolare», le
quali riguardano le cosiddette scienze occulte, alcune delle quali possono
risalire addirittura al III secolo a.C.;
2 i trattati che sempre Festugière denomina «dell'Ermetismo dotto» e che
trattano tematiche filosofiche e soprattutto teologiche e mistico-religiose, la
maggior parte dei quali sembra essere stata composta fra il II e il III secolo
dell'era cristiana.
Il secondo gruppo di scritti, il più interessante, si suddivide così:
a il Corpus Hermeticum, che consta di diciassette trattati (il primo dei quali,
intitolato Poimandres, è il più organico e il più famoso);
b l'Asclepio, che è la traduzione latina — in passato attribuita erroneamente ad
Apuleio — di un Discorso perfetto composto in lingua greca e che risale
probabilmente agli inizi del IV secolo d.C.;
c numerose citazioni ed estratti (alcuni anche consistenti) che troviamo presso
Stobeo;
d testimonianze e frammenti che troviamo presso numerosi scrittori cristiani.
In questo cospicuo complesso di scritti, composti in tempi tanto diversi e di
contenuto così vario, esiste un preciso legame e, se esiste, qual è? Ecco il
primo dei problemi cui occorre rispondere.
La caratteristica di fondo dell'Ermetismo
Riprendendo alcuni rilievi già in precedenza fatti e completandoli, potremmo
dire quanto segue.
a L'Ermetismo si presenta come una dottrina esoterica.
b Esso pretende di essere una «divina rivelazione».
c La divinità rivelante è appunto Ermete.
d L'Ermetismo, in generale, non comunica i suoi messaggi mediante dimostrazioni
razionali e deduzioni logiche, bensì tramite una sorta di «iniziazione»
misterica.
Queste caratteristiche sono comuni sia agli scritti dell'Ermetismo popolare sia
a quelli dell'Ermetismo dotto, e costituiscono quindi quasi un minimo comun
denominatore, anche se generico. Nel suo saggio sull'Ermetismo, Festugière fa
alcuni pertinenti rilievi che conviene leggere: «Un tratto è [...] comune al
fatto stesso della rivelazione qui e là [scil.: nei due gruppi di scritti]: il
fatto che, ormai, sia per comprendere e ordinare i fenomeni, sia per conoscere e
avvicinarsi a Dio, si faccia appello non più ai procedimenti del solo pensiero e
al solo sforzo della riflessione personale, bensì a un oracolo divino, a una
rivelazione che ci si attende e si ottiene dalla divinità; in una parola, il
fatto che, sia per la scienza sia per la vita spirituale, si sia passati dal
piano della ragione a quello della credenza, della fede, è un grande segno della
profonda rivoluzione compiutasi
negli spiriti e negli animi alla fine dell'epoca ellenistica. Ed è questo
soprattutto che merita di essere messo in luce».
Per quanto concerne, poi, le caratteristiche più specifiche di questa
«rivelazione» e il loro significato, occorre fare due differenti discorsi per i
due diversi gruppi di scritti.
Caratteristiche specifiche delle opere dell'Ermetismo popolare
Gli scritti del primo gruppo, che trattano di astrologia, di alchimia, di magia
e di scienze occulte in genere, rivelano forse ancor più e ancor meglio degli
scritti del secondo gruppo la grande crisi di quel razionalismo che era stato
proprio dell'età precedente. Essi infatti costituiscono, sotto molti rispetti,
la negazione dello spirito che aveva caratterizzato la scienza degli elleni.
Intanto, questi scritti rappresentano la negazione dell'aspetto
teoretico-contemplativo squisitamente greco. Infatti con la astrologia si vuole
conoscere e predire il futuro al fine di trarne i relativi vantaggi; con
l'alchimia si vuole trovare il procedimento idoneo a produrre l'oro e quindi la
ricchezza; con la magia si vogliono dominare le forze della natura al fine di
acquistare il potere sulle cose e quindi sugli uomini.
Inoltre, questi scritti costituiscono la negazione dell'aspetto
speculativo-razionale della scienza greca, che mirava alla scoperta delperché,
della causa, e, dunque, dell'universale (ovviamente di quell'universale che è
proprio delle singole scienze particolari). Infatti queste «scienze occulte»
sono interessate soprattutto al particolare, al singolare, al meraviglioso.
Festugière precisa: «La scienza aristotelica trascurava il particolare per il
generale, l'individuale per l'universale. Ciò che al contrario attua il nuovo
sapiente è la proprietà peculiare a ciascun essere della natura, e di preferenza
la proprietà singolare, meravigliosa, il mirabile. Dal momento che questa nuova
scienza mira ad agire sulla natura, essa cerca soprattutto di conoscere le forze
nascoste degli esseri, queste forze misteriose che fanno sì che certi esseri ne
attirino certi altri (la calamita e il ferro) o viceversa li respingano, che
tale pianta, o tale parte di un animale, possegga virtù terapeutiche o al
contrario virtù nocive, in breve, tutto ciò che gli autori di mirabilia e ancora
Plinio chiamano le leggi di simpatia o di antipatia fra gli esseri».
Infine, questi scritti rappresentano la negazione di quella adamantina fiducia
che i greci avevano nutrito circa la capacità della ragione umana di raggiungere
da sola la verità. Infatti, le nascoste peculiarità e virtù delle cose e le
relazioni di simpatia e di antipatia sono dei «segreti» della natura e, come
tali, risultano irraggiungibili da parte della sola ragione umana e quindi senza
il soccorso degli Dei. La «rivelazione», dunque, doveva essere invocata proprio
in quello specifico ambito in cui, in passato, era stata dichiarata sovrana
assoluta la ragione. Festugière ricorda, a questo proposito, una affermazione di
Senofonte (di indubbia genesi socratica) veramente paradigmatica, secondo cui
sono da considerarsi folli quanti chiedono all'oracolo ciò che è in potere
dell'umano ingegno, ossia ciò che si può conoscere con lo studio, col calcolo,
con la misurazione. È proprio questo l'atteggiamento che, bollato da Socrate
come folle, caratterizza invece gli scritti ermetici.
Le conseguenze che derivano da tutto questo sono evidenti, e ancora Festugière
le ha indicate in maniera perfetta: «La nuova scienza sarà necessariamente un
mistero, la trasmissione di un mistero. Coloro che sanno saranno degli eletti, e
ci sarà una distanza infinita fra questi eletti e la gente comune. Inoltre, il
mezzo per ottenere la scienza non sarà più la ricerca, l'esercizio della
ragione, ma la preghiera, l'atto del culto, o, a un livello inferiore, la
pratica magica: si passa dal piano intellettuale al piano della religione o
della magia».
Caratteristiche specifiche delle opere dell'Ermetismo dotto
Il secondo gruppo di scritti presenta, per il suo contenuto, notevoli analogie
con le parallele correnti filosofiche del Medioplatonismo e
del Neopitagorismo, ma ne accentua gli aspetti mistici e alogici.
Viene
esasperato il dualismo Dio-mondo, viene accentuato il carattere della
trascendenza e, quindi, il carattere della inconoscibilità e della
inesprimibilità di Dio.
Già Filone di Alessandria aveva imboccato una strada
analoga, e anche fra i Medioplatonici e i Neopitagorici si manifestano tendenze
di questo genere, ma negli scritti del Corpus Hermeticum si giunge a esiti
ancora più radicali a motivo della accentuazione del dualismo.
In ogni caso, la impostazione tradizionale del problema teologico viene
rovesciata e si impone un nuovo modo di conoscenza di Dio (gnosi), fondato non
più sulla ragione umana, bensì sulla rivelazione di Dio legata alla preghiera e
al culto, sulla diretta illuminazione e sull'estasi. Solo quando i sensi, la
ragione e la parola vengono meno, allora, nel «divino silenzio», conosciamo Dio
in una unione estatica, in un vero e proprio «indiamento».
Il Dio supremo nel Corpus Hermeticum
Il Corpus Hermeticum – come gli studiosi hanno da tempo rilevato –non contiene
una dottrina rigorosa né ben coerente. Tuttavia, si è forse esagerato un poco su
questo punto, dato che alcune contraddizioni si spiegano agevolmente in base
alla differente epoca di composizione dei vari trattati, mentre altre
oscillazioni e antinomie si riscontrano anche nelle parallele correnti
filosofiche e verosimilmente derivano, almeno in parte, dalle stesse fonti alle
quali attingono gli autori ermetici.
Per quanto riguarda Dio, Egli viene concepito, oltre che in connessione all'idea
o meglio all'immagine della luce, in funzione dei concetti dell'incorporeo,
della trascendenza e dell'infinitudine, espressi con moduli e formule che
riecheggiano, più di una volta, Filone e la sua «filosofia mosaica», oltre che i
Medioplatonici. Inoltre per caratterizzare Dio viene utilizzato il neopitagorico
concetto di Monade e di Uno come «principio e radice di tutte le cose». E ancora
come in Filone di Alessandria, in alcuni Medioplatonici e nello stesso Plotino,
nel Corpus Hermeticum teologia positiva e teologia negativa si affiancano. Da un
lato, si tende a porre Dio al di sopra di tutto e a concepirlo come totalmente
altro da tutto ciò che è, ossia come «senza forma né figura», e quindi
addirittura come
«privo di essenza», e perciò del tutto ineffabile. Dall'altro, si riconosce che
Dio è «Bene» e «Padre di tutte le cose», e, quindi, «causa di tutto»; e, in
quanto tale, si tende a rappresentarlo in funzione di alcuni dei canoni della
teologia positiva. Il quinto trattato, per esempio, presenta un interessante
intrecciarsi di queste due posizioni, sostenendo la tesi che Dio è
l'«invisibile» e, a un tempo, «ciò che è più visibile».
Risulta inoltre decisamente prevalente la identificazione, tipicamente
medioplatonica, del Dio supremo con l'«Intelletto supremo», anche se, per
esempio nel secondo trattato, sembrerebbe prospettarsi la tesi che Dio è al di
sopra dello stesso Intelletto e sua causa:
Dio non è Intelletto, ma è causa dell'esistenza dell'intelletto, e non è neppure
soffio (pneuma), bensì causa dell'esistenza del soffio, né è luce, bensì è causa
dell'esistenza della luce.
Tuttavia è da notare che, sia pure a livello di ipotesi, analoghe affermazioni
si trovano nel Didascalico, come abbiamo visto, e, in ogni caso, non si va oltre
questi cenni.
Struttura gerarchica del divino
Per quanto concerne, poi, la concezione della gerarchia del divino, è da
segnalare un fatto molto interessante. Il Poimandres, che è il più organico dei
trattati, presenta una serie di «intermediari» tra il Primo Dio e il Mondo,
evidentemente desunti da Filone, da un lato, e dai Medioplatonici, dall'altro,
che denotano la tendenza tipica della gnosi (sia quella pagana sia quella
eretico-cristiana) a moltiplicare tali intermediari. Ecco il quadro d'insieme
che si ricava dal Poimandres.
1) Al vertice sta il Dio supremo, Luce suprema e Intelletto supremo, avente
natura maschile-femminile, e quindi capace di generare da solo.
2) Segue il Logos, che è figlio primogenito del Dio supremo.
3) Dal Dio supremo deriva anche un Intelletto demiurgico, che è, quindi, un
secondogenito, ma è espressamente detto «consustanziale» rispetto al Logos.
4) Segue l'Anthropos, ossia l'Uomo incorporeo, esso pure derivato da Dio e
«immagine di Dio».
5) Segue, infine, l'Intelletto dato all'uomo terreno (rigorosamente distinto
dall'anima e nettamente superiore a essa) che è quanto di Divino c'è nell'uomo
(e anzi, in certo senso, è Dio stesso nell'uomo) e che gioca un ruolo essenziale
nell'etica e nella mistica ermetica.
Il Dio supremo è inoltre concepito come esplicantesi «in un numero infinito di
potenze», e anche come «forma archetipa», e come il «principiò del principio,
che non ha fine», ancora una volta con evidenti agganci a Filone di Alessandria
e al Medioplatonismo.
Generazione del cosmo, dell'Uomo incorporeo e dell'uomo corporeo
Il Logos e l'Intelletto demiurgico sono i creatori del cosmo. Essi agiscono in
diverso modo sull'oscurità o tenebra, che originariamente si distacca e
dualisticamente si oppone al Dio-luce (nonché su una Boulé o Volontà) che deriva
sempre da Dio in un modo non precisato e il cui rapporto con la oscurità non
viene determinato, e costruiscono un mondo ordinato. Vengono prodotte le sette
sfere celesti e messe in movimento. Dal movimento di queste sfere vengono quindi
prodotti gli esseri viventi privi di ragione (che in un primo momento nascono
tutti bisessuali).
Più complessa è la generazione dell'uomo terrestre. L'Anthropos o Uomo
incorporeo, terzogenito del Dio supremo, vuole imitare l'Intelletto demiurgico e
creare anch'esso qualcosa. Ottenuto il consenso del Padre, l'Anthropos
attraversa le sette sfere celesti fino alla
luna, ricevendo, per partecipazione, le potenze di ciascuna di esse, e poi si
affaccia dalla sfera della luna e vede la natura sublunare. Ben presto
1'Anthropos si innamora di questa natura e, viceversa, la natura si innamora
dell'Uomo. Più precisamente, l'Uomo si innamora della propria immagine riflessa
nella natura (nell'acqua), vien colto dal desiderio di unirsi a essa e, così,
nel congiungersi a essa, cade. Nasce in tal modo l'uomo terrestre, con la sua
duplice natura, spirituale e corporea.
L'autore ermetico del Poimandres, per la verità, complica notevolmente la sua
antropogonia. Infatti, dall'accoppiamento dell'Uomo incorporeo con la natura
corporea non nasce immediatamente l'uomo comune, ma nascono sette uomini (sette
come le sfere dei pianeti), ciascuno maschio-e-femmina a un tempo.
Tutto resta in questa condizione fino a quando, per volontà del Dio supremo, i
due sessi degli uomini (e degli animali, già nati per effetto del movimento dei
pianeti) vengono divisi e ricevono il biblico comando di crescere e
moltiplicarsi e di salvarsi:
Crescete nell'accrescimento e moltiplicatevi nella moltiplicazione, voi tutti
che siete creature e opere demiurgiche, e colui che ha l'intelletto riconosca di
essere immortale, e sappia che la causa della morte è la passione d'amore, e
conosca tutti gli esseri.
La gnosi salvifica e il congiungimento con l'intelletto che è parte di Dio
Il messaggio dell'«Ermetismo dotto», da cui è dipesa tutta la sua fortuna, si
risolve sostanzialmente in una dottrina della salvezza, e le sue teorie
«metafisico -teologico - cosmologico- antropologiche» non sono altro che i
supporti di questa soteriologia.
Al fondo dei più significativi trattati del Corpus Hermeticum, come abbiamo già
detto, vi è una concezione dualistica assai accentuata e, di conseguenza, anche
una concezione pessimistica, che era assente o solo limitatamente presente nel
pensiero greco classico e in quello del primo ellenismo.
La nascita dell'uomo terrestre è dunque dovuta a una caduta di Anthropos, che ha
voluto congiungersi alla natura materiale. E così l'Uomo, da «Vita e Luce qual
era», si trasformò «in anima e intelletto», nel senso che la Vita originaria
divenne l'Anima e la Luce divenne l'Intelletto.
Ma il mondo materiale in cui è caduto l'Uomo è il «pleroma di ogni male», vale a
dire la totalità del male, ossia il male radicale. Dunque, la «salvezza» non
potrà consistere se non nella liberazione e nel distacco dalla materia. Il mezzo
per realizzare questa liberazione è, secondo la dottrina del Corpus Hermeticum,
la conoscenza (gnosi), mentre l'ignoranza mantiene l'uomo incatenato alla
materia ed è quindi il peggiore dei mali.
Dunque, la salvezza coincide con la gnosi.
Ma che cos'è questa gnosi ermetica e
come si attua?
Innanzitutto, l'uomo deve conoscere se stesso, convincersi che la
sua vera natura consiste nell'intelletto, e, di conseguenza, deve cercare di
distaccarsi da tutto ciò che in lui è legato alla materia, che è tenebra e male.
Ma poiché, come sappiamo, l'Intelletto è parte di Dio (Dio in noi), riconoscere
se stesso in questo modo significa riconoscere Dio. Ecco un passo significativo
del Poimandres:
— Ma perché «colui che ha compreso se stesso va verso
se stesso», come dice la parola di Dio?
— Poiché dalla luce e dalla vita è costituito il Padre di tutte le cose, dal
quale è nato l'Essere Umano.
— Dici bene: è luce e vita il Dio e Padre dal quale nacque l'Essere Umano.
Qualora, dunque, tu apprenda che esso è costituito da vita e da luce, e che tu
risulti da questi elementi, ritornerai nuovamente alla vita.
In questa gnosi sono riconoscibili idee filoniane, sia pure trasformate nel
nuovo contesto in cui sono collocate. Ma anche la connessa concezione
dell'Intelletto, interpretato quasi come dono divino che l'uomo riceve in grazia
della sua vita morale, o come frutto di
una scelta etica di fondo, ricorda la concezione filoniana dello Spirito divino
che viene dato all'uomo per divina grazia.
L'Intelletto corrisponde al Divino
che è presente nell'uomo che sceglie il Bene
Ma a questo riguardo conviene fare qualche precisazione. Da un lato, il Corpus
Hermeticum concepisce l'intelletto come il Divino nell'uomo, quasi si trattasse
di una facoltà strutturalmente presente in tutti gli uomini.
In altri passi, invece, si dice che l'Intelletto non è proprio di tutti gli
uomini, ma solo di quanti onorano Dio.
Le due concezioni, in verità, possono
essere mediate. Festugière ha spiegato infatti che tutti quanti gli uomini
posseggono l'intelletto, ma come allo stato potenziale; dipende però da ciascuno
di essi il metterlo in atto, e dunque il possederlo veramente, oppure non
metterlo in atto e perderlo.
In effetti, sembra essere questa la giusta chiave di lettura della complessa
dottrina ermetica dell'intelletto. Se l'intelletto abbandona l'uomo, è solo a
motivo della vita malvagia che l'uomo conduce, e quindi è per colpa dell'uomo
stesso:
Spesso l'intelletto prende il volo e si allontana dall'anima, e allora l'anima
non vede né ode più, ma assomiglia a un essere irrazionale. Così grande è la
potenza dell'intelletto! Ma l'intelletto non sopporta nemmeno un'anima pigra,
bensì lascia un'anima del genere attaccata al corpo, e da questo oppressa e
trascinata verso il basso. Un'anima così, figlio mio, non possiede
un intelletto, cosicché una persona simile non va neppure chiamata essere umano.
Se, invece, l'intelletto rimane presente nell'uomo, è a motivo della scelta del
bene che questi opera, e che lo rende degno di tale dono divino:
Dio dunque distribuì a tutti gli uomini la ragione, ma non l'intelletto
[...],
perché volle porlo per le anime come un premio.
L'estasi e l'escatologia nell'Ermetismo
L'uomo non deve aspettare la morte fisica per raggiungere il suo telos, che
consiste nell'«indiarsi». Infatti può rigenerarsi, liberandosi dalle potenze
negative e malvagie e dai «tormenti delle tenebre», mediante le divine potenze
del bene, fino a ottenere un completo distacco dal corpo, purificando così il
suo intelletto, e in tal modo, estaticamente congiungendosi all'Intelletto
divino, per divina grazia.
Con la morte fisica, invece, l'uomo, in un primo momento, si spoglia del suo
corpo il quale ritorna, dissolvendosi, a rimescolarsi con gli elementi del
cosmo. Anche le forze irrazionali dell'anima ritornano alla natura priva di
ragione. Quindi l'anima, salendo attraverso le sfere celesti, si spoglia via via
delle facoltà che da esse aveva ricevuto, giunge all'ottavo cielo, che è di puro
etere, e qui mantiene solamente le sue potenze pure. Successivamente, si unisce
alle Potenze divine e, divenuta essa stessa Potenza divina, da ultimo «entra in
Dio».
Conclusioni sul Corpus Hermeticum
In questa complessa visione ritenuta antica più d meno come i più antichi libri
della Bibbia, non potevano non colpire gli uomini del Rinascimento gli accenni
al «figlio di Dio», al Logos divino che richiama il Vangelo di Giovanni. Il XIII
trattato del Corpus Hermeticum contiene addirittura una sorta di «Discorso della
montagna», e afferma che l'opera di rigenerazione e di salvezza dell'uomo è
dovuta al «figlio di Dio», definito come «un uomo per volere di Dio».
Ficino trova addirittura più ricco degli stessi testi di Mosè il Corpus
Hermeticum, in quanto in esso si prevede l'incarnazione del Logos, del Verbo, e
si dice che la Parola del Creatore è il «Figlio di Dio». Questo stupore di
fronte al Profeta pagano (antico quanto Mosè), che parla del «Figlio di Dio»,
portò ad accettare, almeno in parte, anche l'impianto astrologico e gnostico
della dottrina. Non solo, ma, siccome nell'Asclepius si parla espressamente
anche di pratiche di magia simpatica, Ficino e altri trovarono in Ermete
Trismegisto una sorta di giustificazione e legittimazione della magia medesima,
sia pure intesa in un nuovo senso.. La complessa visione
sincretistica di Platonismo, Cristianesimo e magia, che costituisce una cifra
del Rinascimento, trova così in Ermete Trismegisto, priscus theologus, una sorta
di modello ante litteram, o, comunque, una cospicua serie di stimoli
estremamente allettanti.
Pertanto, senza il Corpus Hermeticum non è possibile
intendere il pensiero rinascimentale.
A buon diritto, quindi, Frances Amelia Yates osserva: «I mosaici di Ermete
Trismegisto e delle Sibille furono collocati nel duomo di Siena durante gli anni
'80 del XV secolo. La raffigurazione di Ermete Trismegisto nell'edificio
cristiano, così accentuatamente vicina all'ingresso, e che vale ad attribuirgli
così preminente posizione spirituale, non è un isolato fenomeno locale, ma un
simbolo di come il Rinascimento italiano lo considerava e un preannuncio di
quanto dovesse essere straordinaria la sua fortuna nel XVI secolo, e anche nel
XVII in tutta l'Europa».
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