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Espressioni di filosofia medioevale
La Scolastica


Lezione di filosofia nella scuola di Roma da un affresco del pittore fiorentino Benozzo Gozzoli (secolo xv) nella chiesa di Sant'Agostino a San Gimignano (Siena).

La filosofia medioevale, conosciuta sotto la denominazione di «Scolastica», venne studiata e approfondita presso le scuole sorte accanto ai monasteri o alle cattedrali episcopali e poste sotto la guida di un insegnante detto «Scholasticus». Manifestatasi per la prima volta intorno al VII secolo in Inghilterra, poté essere trapiantata in Francia al tempo della cosiddetta «rinascita carolingia» da Alcuino di York e da altri suoi compagni ed ivi valorizzata sino a raggiungere la sua più completa espressione nel corso dei secoli XII-XIV.
Varissima nelle sue forme concrete, era percorsa da due esigenze fondamentali: da una parte quella di non rimanere legata alle sole conoscenze bibliche come se la ragione umana non potesse scoprire nulla di più; dall'altra quella di dedicarsi con la massima cura possibile alle conoscenze di carattere scientifico, quali l'aritmetica, la geometria, la musica, l'astronomia e, più tardi, la medicina e la fisica.
Era questo il frutto di un nascente spirito umanistico, bisognoso di affermare piena fiducia nelle capacità umane e, di conseguenza, nel dominio dell'uomo sul mondo circostante: atteggiamento, questo, che rifletteva almeno in parte le aspirazioni della nuova civiltà comunale, all'interno della quale — specie in città come Parigi, Oxford e Bologna —fa ora la sua comparsa anche la figura dell'intellettuale, quale noi oggi intendiamo, un uomo cioè che per specifica attività occupa il proprio tempo nel pensare, nello scrivere e nell'insegnare.
Non era, però, un compito facile: se la verità — si chiedevano i filosofi medioevali — è già contenuta nella Sacra Scrittura, non costituiva un inutile vagabondare il ricercare il senso della vita umana e del mondo intero con il solo impegno della ragione? Se, inoltre, il Cristianesimo è una fede nella quale bisogna credere, non è vano tentare di spiegarne o approfondirne il significato con la ragione?
Era, per l'appunto, questo quanto sostenevano molte personalità di rilievo, provenienti soprattutto dai grandi ordini monastici e desiderose di riportare nella Chiesa quel senso di perfezione e di fervore che era stato proprio dei primi tempi del Cristianesimo e che sembrava essersi ormai troppo compromesso con gli interessi materiali della vita e della società contemporanea.
Si capisce, allora, perché san Pier Damiani (1007-1072), un monaco camaldolese del'XI secolo, ritenesse la filosofia frutto del demonio. «Colui, che ha tentato — scrive — di portare fra gli uomini la lunga sequenza di tutti i vizi, pose — per così dire —a capo di questo esercito il desiderio del sapere e così, attraverso di esso, ha portato nell'infelice mondo tutte le iniquità».
Lo spirito delle città, però, legato alla intraprendenza dei commerci, delle banche e dell'artigianato, ebbe la meglio su tali perplessità: fu così che si svilupparono sempre più le esigenze proprie della ragione. Ecco perché intorno ai secoli XII-XIV il problema più importante per l'intellettuale cristiano fu quello di trovare un modo per mettere d'accordo le esigenze della fede con quelle della ragione. Fu quanto fece, ad esempio, sant'Anselmo di Aosta (1033-1109), uno dei primi e più rispettati maestri della Scolastica. La questione, però, non si mantenne sempre su binari calmi e moderati, ma diventò spesso un vero e proprio pomo di discordia: lotte, dibattiti, maledizioni e perfino rappresaglie fisiche violente.
In tale situazione emerse e rimase famosa la personalità di Pietro Abelardo di Nantes (1079-1142), il più fiero sostenitore dei diritti della ragione. Per lui ogni forma di sapere, compresa quella cristiana nella quale per altro credeva fermamente, inizia dal dubbio ed esige perciò una risposta plausibile ossia ragionevole.
Seguendo tale linea di apertura intellettuale, i filosofi medioevali più sensibili sentirono anche il bisogno di confrontare le proprie opinioni con quelle dei grandi maestri del passato e quindi prima di tutto con gli antichi. Era un atteggiamento che noi oggi troveremmo ovvio, ma per quel tempo non era privo di coraggio. E coraggio mostrava Pietro di Blois (1135-1204), quando scriveva con dura polemica: «Non si passa dalle tenebre della ignoranza alla luce della scienza, se non rileggendo ogni giorno, con amore sempre più vivo, le opere degli antichi. Abbaino pure i cani, grugniscano i porci! Io rimarrò ugualmente seguace degli antichi. Le mie cure saranno sempre per loro e ogni giorno l'alba mi troverà intento a studiarli».
In tale fervore culturale non manca neppure chi sente il bisogno di conoscere con precisione le lingue non latine, soprattutto greco ed arabo, per poter avere un dialogo più fecondo con le altre civiltà. È da allora, infatti, che si cominciano ad esigere opere non più tradotte approssimativamente, ma condotte con una vera e propria precisione, diremo noi, filologica, ossia accurata e storicamente precisa.
Centri della Scolastica medioevale furono soprattutto le città francesi di Parigi e Chartres: nella prima dominava lo studio della cultura filosofica e teologica, nella seconda quello della cultura scientifica. Il loro splendore e la loro attrattiva erano enormi, come ci mostra l'abate Filippo di Harvengt quando scrive ad un suo discepolo: «Spinto dall'amore della scienza eccoti, dunque, a Parigi. Qui si affollano così numerosi i chierici che ormai superano i santi sono letti con tanto zelo, dove i problemi più oscuri e complicati sono risolti grazie ai doni dello Spirito Santo e dove vi sono tanti professori eminenti ed una tale scienza teologica che si potrebbe chiamarla la città delle belle lettere!».
Naturalmente non era proprio questa l'impressione che Parigi suscitava in coloro che sostenevano il primato della fede sulla cultura: per essi era un luogo di sicura perdizione, come andava sostenendo S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), allorché paragonava Parigi alla Babilonia della Bibbia.
Se, allora, l'ambiente culturale era così vivo e alla continua ricerca della verità in genere e dell'uomo in particolare, perché la filosofia medioevale ha subito tanto discredito col passare dei secoli?
La risposta a tale interrogativo va ricercata nella profonda trasformazione originatasi con l'Umanesimo (secolo xv), che pure era stato in qualche modo anticipato dalla stessa filosofia medioevale e che mirò soprattutto a valorizzare l'uomo in sé e per sé come facente parte del proprio mondo materiale, economico e politico, laddove il Medioevo — in fondo in fondo — propendeva a vederlo teso verso il cielo.
G. BENELLI