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Politica
Genesi e struttura del concetto
Il termine politica designa quella parte della riflessione filosofica rivolta
all’essenza, origine e valore dello stato. Il termine può indicare: la dottrina
del diritto e della morale (ovvero la riflessione intorno al concetto di bene
esposta da Aristotele nell’Etica Nicomachea); la teoria dello stato (ovvero la
descrizione dello stato ideale e la determinazione del migliore degli stati
possibili), in accordo con la Politica aristotelica; infine l’arte o la scienza
del governo (esposta nel Politico di Platone, che il mondo latino medievale non
conobbe). L’antropologia aristotelica, secondo cui l’uomo è una creatura
politica, e la sua analisi delle differenti forme di governo, insieme alla
concezione agostiniana –essenzialmente negativa- della città terrena,
costituiscono i cardini della riflessione politica medievale.
La filosofia politica nell’alto medioevo
A partire dall’VIII secolo, con il crollo definitivo delle strutture sociali che
avevano caratterizzato la romanità, si assiste ad un processo di affermazione
dell’autorità papale che raggiunge, con papa Gregorio II (731-41) e l’episodio
della falsa donazione di Costantino, uno dei suoi momenti di maggiore intensità.
Si origina in questo periodo e inizia a diffondersi, a partire da ambienti
vicini alla curia pontificia, quella forma di auto-rappresentazione unitaria
dell’Occidente latino, che sarà destinata a dominare la riflessione politica
medievale. Il progetto politico papale non prevedeva, in principio, alcuna
esplicita strategia di esclusione o marginalizzazione del potere imperiale, che
cercava piuttosto di integrare, seppure sotto la specie della sottomissione al
potere del pontefice. In questo orizzonte politico, al sovrano (cristiano) era
affidato il compito di reggere, guidare e proteggere il popolo di Cristo nel
corso del suo cammino storico, in una sostanziale convergenza di interessi fra
papato ed impero già visibile nel regno di Pipino. Con l’avvento di Carlo Magno,
tuttavia, la regalità imperiale franca riuscì a svincolarsi dalla posizione di
subalternità assunta nei confronti dell’autorità pontificia, per riconquistare
la pienezza del potere, che si riteneva discendere direttamente da Dio, anche se
attraverso il tramite del suo vicario terrestre: l’imperatore si pose anch’esso
come vicario di Dio, giacché il compito a lui affidato (vegliare sul popolo di
Cristo) lo investiva di un carattere sacrale paragonabile a quello del
sacerdozio. Alcuino di York descrive esplicitamente le prerogative di questa
figura di imperatore “avvocato della Chiesa”, “custode dell’ortodossia” e
“modello di tutte le virtù”, il cui potere non proviene dalla nobiltà del sangue
ma si radica nella fede e nella rettitudine del suo comportamento, che deve
rifuggire la violenza e perseguire l’umiltà, la misericordia e la carità, sul
modello dei profeti dell’Antico Testamento. Con la translatio imperii ed il
rinnovamento della maestà imperiale romana, concretizzatesi con l’incoronazione
di Carlo Magno nel dicembre dell’800, si compì il processo di identificazione
fra cristianità ed Impero: lo stato imperiale divenne, di fatto, il principio
ordinatore ed il fattore di controllo politico della “civitas terrena”
agostiniana, al quale dovevano sottomettersi tutti gli altri poteri e le altre
forme di organizzazione.
Sviluppo e declino dell’ideologia regale carolingia
La sopravvivenza e lo sviluppo di questa ideologia sono testimoniate dalle opere
di numerosi scrittori carolingi: Smaragdo (m. 830 ca.) e Agobardo di Lione
(760-840), che evidenziano il carattere sacro del potere imperiale; mentre Giona
d’Orléans (780-842/43), probabilmente influenzato dal progressivo declino della
dinastia di Carlo, sottolinea invece come – fatte salve le prerogative imperiali
– sia necessario riconoscere al sacerdozio un ruolo preminente;Incmaro di Reims
(806 ca.- 882 ca.) arriva ad affermare che l’imperatore è vincolato sia dalla
legge divina che da quella umana: in questa prospettiva l’unzione sacra, lungi
da renderlo indipendente dal potere papale, lo vincola ancor più al suo
controllo. Sempre Incmaro chiarifica quali siano i doveri del sovrano:
combattere le guerre giuste contro gli infedeli e amministrare la giustizia in
modo rigoroso. Al termine della sua parabola evolutiva, la figura del principe
cristiano carolingio, codificata idealmente dal sinodo di Magonza dell’813,
verrà fortemente ridimensionata da quello di Santa Macra (881): l’autorità
regale si trova in posizione nettamente subalterna rispetto a quella pontificia,
e deve fronteggiare non solo gli attacchi della Chiesa, ma anche quelli di una
nobiltà in forte ascesa.
Il periodo ottoniano e l’ascesa dell’autorità
pontificia
In questo nuovo quadro di riferimento il sovrano, esaurita la sua funzione di
guida del popolo di Cristo, dovrà riconoscere al pontefice il suo ruolo
preminente e la sua indipendenza d’azione: in un simile contesto, la mediazione
operata dal papa nel conferimento da parte di Dio del potere regale al sovrano,
si configura come una vera e propria sanzione pontificia dell’autorità regia. Il
ruolo del pontefice come guida universale e come detentore della potestas di
attribuire il titolo imperiale fu riaffermato già dai papi Niccolò I (858-867) e
Giovanni VIII (872-882). Gli imperatori del periodo ottoniano, in special modo
Ottone I (912-973, imperatore dal 962) ed Ottone III (980-1002, imperatore dal
983), tentarono di restaurare la supremazia imperiale, ma il loro progetto non
andò in porto; quest’età, anzi, segnò l’inizio di un periodo di ascesa della
figura pontificia, destinata a prendere il sopravvento su quella imperiale, come
mostrano l’anonimo “De ordinando pontefice” (1047-48) e la Disputatio synodalis
(1062) di Pier Damiani. In questo mutato panorama politico, non solo si
dichiarava vana qualsiasi pretesa imperiale di preminenza nei confronti della
maestà pontificia, ma si arrivava addirittura negare che al sovrano fosse
delegata in toto l’amministrazione temporale dell’intera cristianità. La
funzione provvidenziale dell’imperatore rimaneva quella di governare la
cristianità, ma senza autonomia rispetto al magistero papale e senza più
prerogative di carattere sacrale: esso poteva essere considerato, tutt’al più,
come il primo fra i principi cristiani. Un’ulteriore limitazione al potere
imperiale è costituita dalla progressiva affermazione di una variante fortemente
sacralizzata del concetto di “corpo mistico della Chiesa”: Umberto da
Silvacandida (m. 1061 ca.), ad esempio, nell’Adversus simoniacos, sottolinea la
necessità che tutti gli elementi che lo compongono, siano essi principi,
ecclesiastici o fedeli, partecipino dello Spirito Santo in eguale misura.
Umberto ribadisce che nel novero della vita ecclesiastica è impossibile
distinguere in maniera netta fra ciò che pertiene alla sfera spirituale e ciò
che pertiene a quella materiale, per quanto la funzione sacra della chiesa renda
opportuno che essa non si comprometta con la gestione del potere mondano.
Lo scontro fra i due grandi lumi
Un momento di duro scontro fra papato ed impero fu quello che vide fronteggiarsi
Gregorio VII (1015/1020-1085, papa dal 1073), l’energico pontefice autore del
Dictatus papae ed iniziatore della riforma che porta il suo nome, ed Enrico IV
(1050-1106, imperatore dal 1056). La potestas pontificia rimane l’unica autorità
sia per quanto concerne la materia spirituale, sia nelle questioni mondane, e il
ruolo del principe diviene talmente marginale da essere paragonabile a quello di
ogni altro peccatore sulla faccia della terra: il paragone con i due grandi
luminari celesti, il sole e la luna, costituisce la metafora di questo rapporto.
L’aspra polemica che vide i sostenitori dell’autorità papale – fra cui si
annoverano Anselmo di Lucca (m. 1083), Bonizone di Sutri (1045 ca.-1091) e
Manegoldo di Lautenbach (1030/1040-dopo il 1103) – contrapporsi ai pubblicisti
di parte imperiale, culmina nel celebre concordato di Worms (1122), che comunque
è lungi dal chiudere la contesa. Anselmo di Havelberg (1099-1158) nei Dialogi ed
in maniera più convinta Ottone di Frisinga (fra l’altro zio del Barbarossa,
1114-1158) nei Gesta Friderici imperatoris e nell’Historia de duabus civitatibus,
cercano di rilegittimare l’autorità mondana dell’imperatore, che partecipa alla
realizzazione del piano provvidenziale stabilito da Dio secondo la teoria
agostiniana delle due città: ma il quadro di riferimento resta dominato da una
indiscussa supremazia pontificia. Sviluppando questa linea argomentativa, Onorio
Augustodunense (fine del sec. XI-1157 ca.), nella Summa gloria arriva a
riconoscere all’autorità dell’imperatore (anche se in maniera indiretta)
addirittura un carattere divino: a questi, infatti è stata affidata dalla Chiesa
la “spada temporale”, affinché vengano mantenute, sulla terra, giustizia e
ordine. Alla spada temporale, tuttavia, fa da contrappeso quella spirituale, che
mantiene il potere di destituire di legittimità il sovrano, qualora deviasse dal
compito affidatogli dal pontefice. Su posizioni simili si attestano pure Simone
di Tournai (“Institutiones de sacra pagina”, del 1165) e Tommaso Beckett
(1117-1170), che pagherà con la vita il suo rifiuto nei confronti delle pretese
del re d’Inghilterra Enrico II (1133-1189). Un convinto sostenitore della
separazione del potere temporale da quello spirituale è Geroh di Reichesberg
(1093-1169): pur condannando gli ecclesiastici usurpatori di beni e poteri
terreni, e riaffermando l’estraneità della Chiesa rispetto alle questioni
politiche ed amministrative, egli afferma in modo netto la supremazia della
“spada spirituale” su quella temporale, in virtù della sua funzione di
salvaguardia dell’ordine morale e religioso dell’intera comunità cristiana.
L’età dei glossatori
Nel mutato quadro socio-politico dei sec. XI e XII, con la crescita
dell’urbanizzazione e la ripresa dell’economia, il rinvigorirsi della cultura
giuridica romanistica e la ripresa della concezione carolingia del potere
temporale portano ad una nuova concezione del potere regale, svincolato dal
piano sacrale e carismatico e fondato sulla legge dell’uomo piuttosto che su
quella di Dio. Un esempio di questo nuovo milieu intellettuale è costituito
dagli anonimi Trattati di York e dal De consacratione pontificium et regium, ove
il ridimensionamento dello status del pontefice si accompagna all’affermazione
del primato del potere dei sovrani su quello dei sacerdoti. Protagonisti di
questo nuovo panorama culturale furono gli esponenti dei principali centri di
elaborazione della nuova scientia iuris (soprattutto Ravenna e Bologna), a cui
si deve la codifica di quella parte del diritto nota come ius commune, fondata
su un ordinamento giuridico e legislativo mutuato dalla romanità imperiale -
rappresentata dal Corpus iuris civilis giustinianeo - e distinta dalla scienza
giuridica elaborata dalla Chiesa. Secondo i giuristi e glossatori, sussisterebbe
un legame strettissimo fra il concetto di diritto e la suprema autorità
dell’impero: la figura dell’imperatore tornò così al centro della scena politica,
riguadagnando le prerogative di autorità ed autonomia che erano venute a
mancarle in conseguenza della riforma gregoriana.
Il tentativo repubblicano di Arnaldo da Brescia
A metà del XII sec., anche a causa dei mutamenti avvenuti sul piano
socio-politico, un tentativo non solo teorico di ridefinire il concetto stesso
di diritto alla sovranità ebbe come protagonista Arnaldo da Brescia (fine
dell’XI sec.-1155), il quale propendeva per una ferma rinuncia da parte della
Chiesa ad ogni compromissione con l’ambito del potere temporale, pur non
individuando il legittimo detentore di esso nella figura dell’imperatore, quanto
piuttosto nel popolo, che all’imperatore lo trasferisce mediante la lex. La
vicenda di Arnaldo ed il suo esperimento repubblicano terminarono tuttavia
presto, quando - nel 1155 - venne condannato al rogo come eretico, anche grazie
al decisivo sostegno garantito da Federico Barbarossa, fondatore della dinastia
degli Hohenstaufen, al papa Eugenio III.
Il declino dell’istituzione imperiale ed il ritorno di
Aristotele
In seguito al sostanziale fallimento del tentativo messo in atto dagli
Hohenstaufen per consolidare la struttura istituzionale dell’impero e
trasformarlo in una forma stabile di amministrazione statale, si assiste ad un
progressivo declino dell’autorità imperiale, a vantaggio di nuove entità
politico-istituzionali: le nascenti realtà comunali italiane e tedesche e le
grandi monarchie di Francia ed Inghilterra. Anche il panorama intellettuale
subisce notevoli modifiche: a partire dal recupero del sapere di matrice greca
ed araba e dalla nascita dell’istituzione universitaria. La mentalità
agostiniana, per cui l’istituzione statale era una sorta di male necessario,
connaturato alla natura umana, lasciò progressivamente spazio alla componente
empirica del pensiero aristotelico: la diffusione di opere come l'Etica
Nicomachea e la Politica contribuì a far sì che le forme di amministrazione
statale fossero oggetto di attenzione in sé, piuttosto che considerate ombre
scomposte della città celeste agostiniana.
La scuola domenicana
Il rinnovato statuto epistemologico del concetto di politica fu variamente
declinato dai maggiori pensatori del XIII secolo. Mentre al centro dell’impianto
teorico del domenicano Tolomeo da Lucca (m. 1326) - continuatore del “De
regimine principum” di Tommaso d’Aquino - rimase la concezione agostiniana, (tanto
da relegare l’influenza esercitata dal nuovo corso scolastico al solo livello
linguistico), un altro esponente della medesima scuola, Remigio de’Girolami
(1247 ca.-1319), dedicò maggiore attenzione allo sviluppo delle nuove realtà
comunali. Remigio, autore del De bono pacis e del De bono communi, elabora una
teoria politica ove l’uomo è concepito aristotelicamente come animale politico,
il cui polo di aggregazione naturale sono le nascenti realtà cittadine e
comunali. Lo stato immaginato da Remigio, tuttavia, è una istituzione di matrice
cristiana, il cui governo deve essere ispirato a principi di giustizia ed
eguaglianza, in vista della redenzione dal peccato. Due sono le finalità dello
stato: una schiettamente terrena, ed una più marcatamente sovrannaturale. Per
conseguire il fine sovrannaturale, ossia la pace spiritualeè necessario che sia
raggiunta e mantenuta la pace temporale: questo compito è affidato alla spada
temporale del principe, sull’operato del quale vigila la figura del papa, dotata
di una autorità morale e spirituale indiscussa e in grado di intervenire in
questioni di carattere mondano e temporale affinché questo equilibrio non sia
messo in pericolo da una poco consona condotta da parte del potere politico.
La crisi dei due grandi lumi
Il progressivo declino dei due grandi universalismi che avevano dominato il
panorama intellettuale e politico nel periodo precedente – rappresentati dal
papato e dall’ impero – coincide con una crescente legittimazione, sul piano
politico, dei comuni e delle grandi monarchie. Proprio di queste ultime forme di
organizzazione statale e di governo si occupò Egidio Romano, che nel De regimine
principum (1277-79) elabora una teoria politica di stampo monarchico, mutuando
elementi derivanti dalla tradizione politica aristotelica e da quella
agostiniana. Lo stato monarchico è l’unica formazione istituzionale in grado di
garantire all’uomo una vita virtuosa: senza una forma di governo che mitighi i
tratti più deteriori della natura umana, infatti, anche la società più virtuosa
rischierebbe di degenerare in breve tempo. Si rende perciò necessaria una
sovranità – quasi incarnazione dello spirito della legge - svincolata da
qualsiasi altra forma di amministrazione, di legislazione e di potere (sia essa
politica o spirituale), che si ponga come medium vivente fra la legge naturale
ed eterna stabilita da Dio e la legge positiva, sua attuazione terrena.
Un ulteriore esempio di difesa delle prerogative del potere regio è costituito
dall’opera del francese Giovanni Quidort (Giovanni da Parigi, 1269-1306): nel
suo De potestate regia et papali (1302-3), sono riaffermate in maniera decisa le
prerogative del re, mentre vengono aspramente criticate le velleità pontificie.
Al vescovo di Roma non può essere riconosciuto alcun potere circa la
designazione dei sovrani temporali, scelti da popolo ed investiti direttamente
da Dio. A fondamento della teoria di Giovanni si trovano ancora una volta
caratteri aristotelici, venati da concezioni politiche di stampo democratico e
popolare: la migliore forma di governo è per lui quella mista, in cui la
componente popolare faccia da contrappeso all’autorità del sovrano e
dell’aristocrazia, mentre la netta divisione di poteri fra il pontefice e il
sovrano mira soprattutto a mettere al riparo quest’ultimo dalla pretesa
pontificia di poter deporre il principe la cui condotta fosse stata giudicata
insoddisfacente. La facoltà di deporre un sovrano è, secondo Giovanni, di
esclusivo appannaggio di coloro che lo hanno idealmente issato sul trono, mentre
all’imperatore va riconosciuta la possibilità di esimere il suo popolo dal
vincolo di obbedienza nei confronti di un papa che si sia macchiato di colpe
gravi, e quella di invitare il concilio - o i cardinali che hanno eletto il
pontefice- a deporlo. Alla limitazione dell’autonomia del pontefice sul piano
eminentemente politico va ad aggiungersi il tentativo di minare la predominanza
(anche simbolica) del vescovo di Roma, persino nell’ambito delle questioni
teologiche.
Nello scontro fra pubblicisti di parte regale e pontificia interviene anche
Egidio Romano, a distanza di vent’anni dal De regimine principum (1277-79).
Modificando profondamente la propria posizione, nel trattato De potestate
ecclesiastica, del 1301, Egidio difende posizioni di stampo ierocratico,
sostenendo l’assoluta superiorità dell’autorità pontificia nei confronti di
qualsiasi altra forma di potere. L’argomentazione, venata di agostinismo e non
priva di frequenti richiami alla simbologia biblica, ove il sostrato filosofico
della questione rimane solo accennato, si pone su un piano di contiguità
rispetto alla contemporanea polemistica politica (in particolare autori come
Enrico di Cremona, m.1312; Jacopo Capocci di Viterbo, m.1308; Agostino
Trionfo,1243-1328) ed in linea di continuità con il dettato pontificio di alcune
celebri bolle di Bonifacio VIII (“Unam Sanctam” [1302], “Ausculta filii”
[1301]). Pur non potendo analizzare nello specifico la posizione assunta da
Dante Alighieri all’interno di questa controversia, è indispensabile ricordare
come la sua “Monarchia” (1311-13), ove la reciproca autonomia del potere
imperiale e di quello papale dà vita alla metafora dei 'due soli', sia stata
considerata un’opera eretica, tacciata di averroismo, addirittura condannata
formalmente nel 1328 dal cardinale Bertrand de Poujet e posta al rogo.
Marsilio da Padova e la concezione terrena dello Stato
Una reazione di simile durezza fu riservata a Marsilio de’ Mainardini (Marsilio
da Padova) ed alla sua opera. Nella teoria politica elaborata da Marsilio, stato
ed impero non hanno finalità etiche o religiose: il loro unico – per quanto
insostituibile – valore risiede nel fatto che queste forme di convivenza sono
fondamentali per il mantenimento di quella condizione di pace generale (definita
anche “salute” oppure “buona disposizione”) che è necessaria per la
sopravvivenza del genere umano. Nel Defensor pacis (1324), infatti, si trova una
ampia e sistematica trattazione della teoria dello Stato (aristotelicamente
deifinita “politia”) e dei rapporti che debbono intercorrere fra la società
politica e la comunità dei fedeli. Il contesto socio-politico in cui Marsilio si
trova ad operare, forse più della stessa lettera dell’opera, può indurre a
pensare che – fatte salve le prerogative genuinamente democratiche del modello
di Stato da lui concepito – la sua idea di popolo possa essere rappresentata da
“quella parte di cittadini naturalmente sana e non deformata”: tuttavia nel
Defensor non ci si sofferma esplicitamente né sulla forma di governo da
preferire né sui criteri per la sua nomina. Appare certo, invece, che
all’interno dell’organizzazione dello Stato il potere deve rimanere unico ed
indivisibile, con l’ovvia conseguenza che ogni velleità ecclesiastica rimane
frustrata. In questa prospettiva le pretese ierocratiche avanzate dalla
gerarchia ecclesiastica risultano del tutto prive di fondamento, e di pertinenza
della chiesa rimane la sola funzione evangelizzatrice: la predominanza della
figura del pontefice risulta perciò fortemente ridimensionata, a tutto vantaggio
dell’istituto conciliare, che rimane tuttavia assolutamente privo di potere
coercitivo in ambito mondano. Le tesi di Marsilio vennero immediatamente
condannate negli ambienti vicini alla curia pontificia, soprattutto in autori
come Guglielmo Amidani di Cremona o Alvaro Pelagio (autore di un De planctu
Ecclesiae), strenui oppositori della visio politica elaborata da Marsilio. Essa
tuttavia non rimase confinata nel novero della speculazione teorica, ma ebbe
riflessi pratici molto importanti: Marsilio, infatti, nel 1328 fu
l’organizzatore della cerimonia con cui Ludovico il Bavaro venne incoronato
imperatore per mano di Sciarra Colonna, rappresentante del popolo romano, unico
detentore della potestas di attribuzione del potere imperiale. La concezione
terrena dello Stato codificata da Marsilio, sebbene fortemente avversata dagli
ambienti filo-papali, godette di ampia popolarità non solo fra i suoi
contemporanei, ma contribuì in maniera decisiva allo sviluppo del dibattito
intorno alle dottrine politiche per tutto l’Umanesimo – passando per l’età della
Riforma – e fino al XVII secolo.
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