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FRANCESCO PATRIZI:
PLATONISMO CONTRO ARISTOTELISMO
Vita e opere
Francesco Patrizi (scritto anche Patrizzi, in latino Franciscus Patricius o
Patritius) visse nel XVI secolo, ma si mosse sostanzialmente sulle linee di
Ficino e Pico, ormai al tramonto del Rinascimento.
Nacque a Cherso (Cres) in Croazia nel 1529 e morì a Roma nel 1597. Si formò a
Venezia e a Padova, e soggiornò anche in Spagna. Dal 1577 al 1592 insegnò
filosofia platonica a Ferrara. E, chiamato dal pontefice Clemente VII, dal 1593
al 1597 insegnò la stessa materia a Roma, dove morì.
Scrisse moltissime opere, fra le quali ricordiamo: La città felice (1553), Della
historia (1560), Della retorica (1562), Discussioni peripatetiche (1571 e 1581),
L'amorosa filosofia (1577), Della poetica (1586), Della nuova geometria (1587),
e Nuova filosofia universale (Ferrara 1591, Venezia 1593), la sua opera
teoretica principale.
Si occupò a fondo anche del Corpus Hermeticum e degli Oracoli Caldaíci,
traducendoli e presentandoli (1591, 1593, 1594).
Caratteristiche del suo pensiero
Patrizi era convinto che senza filosofia non fosse possibile essere religiosi né
pii. Ma riteneva che la filosofia di Aristotele, negando la provvidenza e
onnipotenza di Dio, fosse di gravissimo danno alla fede. Occorreva pertanto
opporre ad Aristotele la filosofia platonica (Platone, Plotino, Proclo e i Padri),
e in particolare la filosofia ermetica (per lui un trattato di Ermete valeva più
di tutti i libri di Aristotele). Patrizi giunge addirittura a invitare il papa a
promuovere l'insegnamento delle dottrine del Corpus Hermeticum , che sarebbe
stato — a suo parere — di enorme importanza, e avrebbe potuto produrre l'effetto
di far tornare alla fede cattolica i protestanti tedeschi.
L'Inquisizione condannò come non ortodosse alcune delle idee di Patrizi, che
accettò di sottomettersi al giudizio, e il suo tentativo di far accogliere
ufficialmente dalla Chiesa Ermete Trismegisto fallì.
La posizione polemica assunta da Patrizi contro Aristotele
Ricordiamo che in epoca rinascimentale alcuni opponevano Platone ad Aristotele e
viceversa in modo polemico, ma altri cercavano di mediare i loro messaggi, ed è
questa anche la tesi che Raffaello esprime, nella sua Scuola di Atene, in
maniera emblematica. In primo luogo, è da rilevare che la vicinanza di
Aristotele a Platone, rappresentata in modo così armonico, e lo sguardo di
Aristotele sulla mano alzata di Platone, potrebbero ben suggerire la bella e
corretta idea che lo Stagirita ha «salvato» i fenomeni, ma che lo ha fatto in
quel preciso modo in cui l'ha fatto, essendo stato appunto il grande discepolo
di colui che aveva scoperto l'essere meta-fenomenico. Aristotele, a ben vedere,
con la sua mano non fornisce affatto una indicazione antitetica a quella di
Platone, ossia non punta affatto l'indice della mano destra sulla terra; tiene
invece la mano con il palmo sospeso fra la terra e il cielo, e tende ad alzarla
dalla terra verso il cielo (sia pure in maniera allusiva e contenuta). Per di
più, egli fa questo, guardando fisso e con intensità la mano di Platone alzata
verso il cielo. Aristotele sembrerebbe dire: dobbiamo arrivare certamente al
soprasensibile, ma dobbiamo partire dai fenomeni sensibili e salvarli; e proprio
per salvare i fenomeni sensibili, dobbiamo giungere al soprasensibile. Il fatto,
poi, che Raffaello ponga in mano a Platone la sua opera più scientifica, ossia
il Timeo, e in mano ad Aristotele l'Etica, opera amata anche dai Platonici,
costituisce una prova di quanto stiamo dicendo.
Ma Patrizi assume un posizione esattamente opposta e si pone fra gli avversari
più accaniti di Aristotele.
Mette in evidenza la negazione che Aristotele fa dell'onnipotenza di Dio con la
non accettazione della creazione del mondo e l'affermazione della sua eternità.
E in connessione con questa,
mette in evidenza anche la negazione di Aristotele della divina Provvidenza e
del governo del mondo da parte di Dio, in quanto Dio pensa solo a se medesimo e
a nessuna delle cose a Lui inferiori.
Patrizi critica quindi con forza l'esaltazione fatta dai pensatori medievali del
pensiero dello Stagirita. Molti di tali filosofi hanno fatto proprie in maniera
indebita una gran quantità di concetti aristotelici. Ma molti concetti
scientifici di Aristotele non reggono, e molti concetti metafisici e teologici
sono in netta antitesi con il pensiero cristiano.
Si ricordi la posizione che
Lutero assumeva contro Aristotele: «Posso ben dire che un pentolaro ha maggior
conoscenza delle cose naturali di quel che non sia scritto in libri di tal fatta
[scil. Fisica, Metafisica, Anima, Etica]. Mi fa male al cuore che quel maledetto,
presuntuoso e astuto idolatra abbia traviato e turlupinato con le sue false
parole tanti tra i migliori cristiani».
Evidentemente, il tono di Patrizi non è affatto iconoclasta come quello di
Lutero, in quanto è o vuol essere rigorosamente scientifico, ma il suo'
accanimento contro Aristotele è davvero forte.
Le idee metafisiche di fondo di carattere neoplatonico
L'opera maggiore di Patrizi Nuova filosofia universale è divisa in quattro parti:
Panurgia, Panarchia, Panpsichia, Pancosmia. Nella panurgia viene ripresa la
teoria medievale della metafisica della luce, e si spiega come dalla luce tutto
derivi. Infatti, Dio è luce prima e suprema, e la luce che da Lui deriva si
estende per tutto l'universo, e, unendosi con una materia fluida, genera tutte
le cose che sono, secondo una scala gerarchica che va dagli enti spirituali agli
enti corporei.
La panarchia svolge la teoria del principio (arché) supremo e mostra come da
esso derivino tutte le cose. A questo riguardo, Patrizi riprende idee
platonico-neoplatoniche, secondo le quali il Principio primo è l'Uno, che
coincide con il Bene. Dall'Uno deriva l'Unità che costituisce l'Essere, e
l'Essere si estende via via a gradi che si susseguono in forma gerarchica.
La panpsichia studia la dottrina dell'anima in tutte le sue implicazioni e
conseguenze. Patrizi riprende l'antica concezione «panpsichistica», secondo cui
— tra l'altro — tutte le cose sono animate: l'anima del mondo, in particolare,
pervade e sorregge tutte le cose che sono.
Concetto mistico di conoscenza e di amore
Patrizi considera la conoscenza come una forma di unione fra soggetto conoscente
e oggetto conosciuto, e quindi come una sorta di unione mistica fra veggente e
veduto, pensante e pensato, conoscente e conosciuto, con tutte le implicazioni e
le conseguenze che questo comporta, e in particolare con l'ammissione della
necessità di una unità sostanziale e metafisica di fondo del reale.
L'atto di amore è pure una unione fra soggetto amante e oggetto amato, come
Patrizi spiega nella sua L'amorosa filosofia. Già gli Stoici avevano coniato il
concetto di oikeíosis come tendenza naturale di ogni ente a conservare se stesso,
appropriandosi del proprio essere e di tutto ciò che è atto a conservarlo e ad
accrescerlo. Patrizi punta su un analogo concetto di philautía (charitas incipit
ex se ipso), che però ha una coloritura fortemente platonica.
La philautta permette agli enti non solo di conservarsi e di svilupparsi, ma
anche di aprirsi agli altri, di accrescersi e via via di svilupparsi, e permette
in tal modo di pervenire a Dio, fonte dell'amore in quanto bene, e alla
comunione con Lui. Leggiamo un passo dal terzo dialogo dell'opera L'amorosa
filosofia, che riguarda proprio Dio come fonte di bene e di amore:
TARQUINIA —Et se noi dessimo orecchie a' poeti, i dei fecero gli huomini
perché fusse in terra chi loro sacrificasse, chi lor drizzasse altari,
accendesse incensi, chi lor porgesse prieghi, et in fine chi gli adorasse et
honorasse. Et da questo non è lontano il vostro Platone nella oratione mistica
di Aristofane et nella favola dello androgino.
PATRITIO — Voi dite vero, e mi ricorda.
TARQUINIA Il che vuol dire, che gli dei fecero gli huomini per loro propria
gloria, ciò è amore di se stessi.
PATRITIO — Voi dite vero da questo lato dello havergli prodotti. Ma in quanto
Iddio appresso ci mantiene et volge et tira a sé, et comporta per lo amore che
ci porta che gli si assomigliamo et finalmente uniamo et riacquistiamo in lui la
nostra perfettione, pare che non si possa dire che ciò per cagione di se stesso,
ma per nostro bene faccia.
TARQUINIA Et questo parimente nasce dal medesimo fonte della sua bontà, la quale
per tutte le vie possibili communica se stessa a noi et a tutti gli enti ancora,
con la sua forza conservandogli in quelli esseri che prima loro diede, et se per
loro difetto cadono, gli volge e tira a sé et gli fa perfetti, perché ciò è
propria sua natura, né può fare altrimenti se ella vuole essere ciò che ella si
è, ciò è somma bontà. Percioché se ella mancasse a non conservare gli enti
prodotti da lei et a non gli far perfetti, mancherebbe di fare l'ufficio suo, il
quale è la propria essenza sua, ciò è somma bontà, nella quale ella vuole sempre
conservarsi, né vuole per modo alcuno venire a meno di ciò che ella è. Il che
essendo, ella ci dà tutti i beni per conservare se stessa in ciò che ella è.
Questo filosofo è stato a lungo piuttosto trascurato ma, a partire dalla seconda
metà del XX secolo , è rinato un certo interesse per il suo pensiero, con studi
e convegni, e il 7 febbraio 2008 è stato solennemente onorato con una lapide in
sua memoria nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo di Roma, per iniziativa
dell'Accademia Croata delle Scienze e Arti.
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