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GIORDANO BRUNO
La caratteristica di fondo del pensiero di Bruno
Per intendere il messaggio di un filosofo occorre cogliere il fulcro del suo
pensiero, la scaturigine dei suoi concetti e l'animo che vi infonde vita. Nel
caso di Bruno, qual è questo fulcro, questa scaturigine, quest'anima? Gli studi
più recenti sono finalmente riusciti a far luce: la cifra che contraddistingue
il pensiero bruniano è di carattere magico-ermetico. Bruno si colloca sulla scia
dei maghi-filosofi rinascimentali, e porta molto avanti quel discorso che Ficino
aveva cautamente iniziato, cercando di mantenersi entro gli argini
dell'ortodossia cristiana, ma che egli intende spingere alle estreme
conseguenze.
Di più: il pensiero bruniano può essere inteso come una sorta di gnosi
rinascimentale, un messaggio di salvezza improntato al tipo di religiosità
«egiziana», quale appunto vuol essere quella degli scritti ermetici. Il suo
Neoplatonismo serve da base e da impalcatura concettuale a questa visione
religiosa e si piega continuamente alle esigenze della medesima.
È, questa, la documentatissima tesi presentata da Frances Amelia Yates (nel
volume Giordano Bruno e la tradizione ermetica), che vogliamo brevemente mettere
a fuoco, perché risolve molti nodi dell'interpretazione delle opere di Bruno. La
filosofia di Bruno, scrive la Yates, «è fondamentalmente ermetica [...], egli
era un mago ermetico del tipo più radicale, con una sorta di missione magico -
religiosa».
Qual è, allora, l'operazione che Bruno ha cercato di compiere?
«È molto semplice — precisa la Yates —. Egli riconduce la magia rinascimentale
alle sue fonti pagane, abbandonando i deboli tentativi di Ficino di elaborare
una magia innocua dissimulandone la fonte principale, l'Asclepius [in cui si
insegnava a costruire idoli e amuleti, e che Agostino aveva condannato],
violentemente schernendo gli ermetici religiosi [che, come abbiamo detto, in età
rinascimentale erano numerosi] che hanno creduto di fondare un ermetismo
cristiano facendo a meno dell'Asclepius, e proclamandosi un Egiziano convinto,
che [...] deplora la distruzione, operata dai cristiani, del culto degli Dei
naturali della Grecia e della religione attraverso cui gli Egiziani avevano
raggiunto le idee divine, il sole intelligibile, l'Uno del neoplatonismo.»
Ecco come Bruno cita nello Spaccio il lamento dell'Asclepio con la sua profezia
finale, e quali accenti commossi gli infonde:
Non sai, o Asclepio, come l'Egitto sia la imagine del cielo [...], la nostra
terra è tempio del mondo. Ma, oimé, tempo verrà che apparirà l'Egitto in vano
essere stato religioso cultore della divinitade [...]. 0 Egitto, Egitto, delle
religioni tue solamente rimarranno le favole [...]. Le tenebre si preponeranno
alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita, nessuno alzerà gli
occhi al cielo, il religioso sarà stimato insano, l'empio sarà giudicato
prudente, il furioso forte, il pessimo buono. E credetemi che ancora sarà
definita pena capitale a colui che s'applicarà alla religion della mente; perché
si trovaranno nove giustizie, nuove leggi, nulla si trovarà di santo, nulla di
relligioso: non si udirà cosa degna di cielo o di celesti. Soli angeli
perniciosi rimarranno, li quali meschiati con gli uomini forzaranno gli miseri
all'audacia di ogni male, come fusse giustizia; donando materia a guerre,
rapine, frodi e tutte altre cose contrarie alla anima e giustizia naturale: e
questa sarà la vecchiaia ed il disordine e la irreligione del mondo. Ma non
dubitare, Asclepio, perché, dopo che saranno accadute queste cose, allora il
signore e padre Dio, governator del mondo, romnipotente provveditore [...] senza
dubbio donarà fine a cotal macchia, richiamando il mondo all'antico volto.
L'egizianismo di Bruno è una religione, la «buona religione» distrutta dal
Cristianesimo, cui bisogna tornare, e di cui egli si sente il profeta, investito
appunto della missione di farla rivivere. Un ultimo passo della Yates completerà
il quadro di questa nuova esegesi:
«Così, tutto il tentativo ficiniano di costruire una theologia platonica
cristiana, con i suoi prisci theologi e magi e con il suo platonismo cristiano,
furtivamente permeato di alcuni elementi magici, era meno che niente agli occhi
di Giordano Bruno, il quale, accettando in pieno e spregiudicatamente la
religione magica egiziana dell'Asclepius (e trascurando i presunti preannunci
del Cristianesimo contenuti nel Corpus Hermeticum), considerò la religione
magica egiziana come un'esperienza teurgica ed estatica genuinamente
neoplatonica, come un'ascesa verso l'Uno. E tale essa era di fatto, poiché
l'egizianismo ermetico non era altro che l'egizianismo interpretato da
neoplatonici della tarda antichità. Tuttavia, non si risolve il problema
dell'interpretazione di Bruno, riducendolo a un pedissequo continuatore di
questo tipo di neoplatonismo e considerandolo un semplice seguace di un culto
misteriosofico egiziano, perché egli era stato certamente influenzato dal grande
apparato messo in moto da Ficino e da Pico, con tutta la sua forza psicologica,
le sue associazioni cabalistiche e cristiane, il suo sincretismo di diverse
posizioni filosofiche e religiose, antiche o medievali, e con la sua magia.
Occorre inoltre rammentare — e questo, secondo me, è uno degli aspetti più
significativi di Giordano Bruno — che egli venne alla ribalta verso la fine del
XVI secolo, di quel secolo che vide terribili manifestazioni di intolleranza
religiosa, e nel quale si cercò nell'ermetismo religioso un rifugio di
tolleranza, una via che portasse all'unione delle varie sette in lotta fra loro.
Abbiamo visto che c'erano diverse varietà di ermetismo cristiano, cattolico e
protestante, e che la maggior parte di esse rifuggiva dalla magia. A questo
punto sopraggiunge Giordano Bruno, il quale prende incondizionatamente come base
l'ermetismo magico egiziano, predica una specie di controriforma egiziana,
profetizza un ritorno alla tradizione egiziana grazie al quale le difficoltà
religiose si comporranno in una soluzione nuova; propugna, infine, anche una
riforma morale, accentuando l'importanza di buone opere sociali, di un'etica
rispondente a criteri di utilità sociale».
È dunque chiaro che Bruno non poteva andare d'accordo né coi cattolici né coi
protestanti (al limite non può dirsi neppure cristiano, perché finì col mettere
in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi fondamentali del Cristianesimo) e che
gli appoggi che cercò, ora da una parte ora dall'altra, erano appoggi tattici
per realizzare la propria riforma. E appunto per questo provocò in tutti gli
ambienti in cui insegnò violente reazioni.
Non poteva seguire nessuna setta, perché il suo scopo era di fondare lui stesso
una nuova religione.
Eppure fu ebbro di Dio (per usare un'espressione che Novalis usò per Spinoza), e
l'infinito fu il suo principio e la sua fine (potremmo dire con altra
espressione che Schleiermacher riferirà ancora a Spinoza). Ma si tratta di un
Divino e di un Infinito di carattere neopagano, che l'apparato concettuale del
Neoplatonismo, fatto rinascere da Cusano e da Ficino, si prestava a esprimere in
modo quasi perfetto.
Giordano Bruno (La vita)
De l'Infinito, Universo e Mondi
Lo Spaccio della bestia trionfante
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