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UGO GROZIO
E IL GIUSNATURALISMO


L'urgenza di un diritto internazionale

Tra il Trecento e il Cinquecento si assiste in Europa a un mutamento politico-sociale imponente: crolla l'universalismo medievale. Si affermano gli Stati nazionali; regni principati e città libere che riconoscono l'impero solo di nome. Abbiamo la scoperta dell'America e si avvertono i primi sintomi di quella crisi nella Chiesa che poi sfocerà nella Riforma.

Nel Cinquecento e agli inizi dei Seicento, inoltre, l'Europa è dilaniata dalle guerre di religione.

Lotte tra regni indipendenti; guerre di religione; rivalità per le terre da poco scoperte e per il possesso di mari: l'Europa è sconvolta da conflitti sanguinosi e feroci. In una simile situazione, scrive Guido Fassò, «si sente il bisogno di un diritto di guerra che, accettato da tutti i popoli belligeranti, ponga limiti precisi alle attività guerresche, regoli la sorte dei prigionieri, le condizioni delle popolazioni, le rappresaglie, le prede, le ambascerie, le trattative di armistizio e di pace, assicurando, anche in tempo di guerra, l'osservanza di qualche regola riconosciuta da tutti».

Ora, proprio in una siffatta situazione, a chi ci si poteva rivolgere per avere e fondare un simile diritto? All'Impero no, perché era solo un nome. E nemmeno alla religione ci si poteva più rivolgere, poiché appunto la religione era diventata uno dei più cruciali punti di disordine. Quel che occorreva era dunque un diritto che valesse a prescindere dalle nazionalità e dalla religione, un diritto intrinsecamente valido, che cioè poggiasse su basi puramente razionali.

Dopo il primo tentativo di teorizzazione giusnaturalistica dell'italiano Alberico Gentile (1552-1611), nello scritto De iure belli (1558), la risposta maggiormente articolata a questi pressanti problemi la offre un giurista e filosofo olandese, Ugo Grozio, con la sua classica opera, De jure belli ac pacis, del 1625.

Quello di Grozio può considerarsi come il tentativo razionale di una fondazione teorica della convivenza umana in uno dei più disgraziati momenti storici — tentativo di un uomo che in tale situazione soffre e la cui vita ha del romanzesco.

UGO GROZIO

Juig van Groot (latinizzato in Hugo Grotius) nasce a Delft, in Olanda, nel 1583. Si laurea all'Università di Leida, autentica roccaforte dei riformati. E qui, nello scontro tra gli arminiani e i gomaristi, egli si schiera dalla parte degli arminiani - si schiera cioè a favore dei difensori della tolleranza contro i sostenitori del dogma predeterministico che era la dottrina centrale dei fedeli calvinisti di Franz Gomar.

Avvocato, e per un certo periodo anche pubblico ufficiale, Grozio cade presto in disgrazia per via della sconfitta degli arminiani a seguito del Sinodo di Dordrecht: qui infatti, nel 1618, con l'appoggio di Maurizio di Orange-Nassau, il quale li sospettava di accordo con gli spagnoli, gli arminiani vennero condannati e perseguitati. Essi ottennero la libertà di culto nel 1530, e soltanto nel 1795 una completa tolleranza. La pena comminata a Grozio fu il carcere a vita. Egli riuscì però a evadere dopo due anni, rifugiandosi a Parigi.

E a Parigi pubblicò nel 1625 la sua grande opera De jure belli ac pacis, riedita con ampliamento nel 1646, l'anno successivo la sua morte. Il libro ebbe subito un successo di notevoli proporzioni e gli argomenti in esso sviluppati circa il diritto di fare la guerra e la pace «erano di tale vigoria intellettuale da produrre effetti e impressioni inobliabili nella mente degli esperti in materia, fossero essi dei giuristi o fossero dei politici» (Jean-Jacques Chevallier).

Il diritto naturale come frutto della retta ragione

Le radici umanistiche di Grozio si sentono ancora, ma egli è già incamminato sulla via che porterà al moderno razionalismo, anche se la percorre solo in parte.

I fondamenti della convivenza degli uomini sono la ragione e la natura, che coincidono fra loro.
Il diritto naturale, che regola l'umana convivenza, ha questo fondamento razionale-naturale:

[Il diritto naturale è] un dettame della retta ragione, tale che, a seconda che sia conforme o difforme rispetto alla stessa natura razionale, comporta necessariamente approvazione o riprovazione morale, e che, di conseguenza, viene imposto o vietato da Dio, autore della natura.

Ma si noti quale consistenza ontologica Grozio dia al diritto naturale: esso risulta talmente stabile e fondato che Dio stesso non lo potrebbe mutare. Ciò significa che il diritto naturale rispecchia la razionalità, che è il criterio stesso con cui Dio ha creato il mondo, e che, come tale, Dio non potrebbe alterare se non contraddicendosi: il che è impensabile.

Diverso dal diritto naturale è il diritto civile che dipende dalle decisioni degli uomini, e che è promulgato dal potere civile. Esso ha come scopo l'utilità ed è sorretto dal consenso dei cittadini.

Appartengono alla sfera dei diritti naturali, la vita, la dignità della persona e la proprietà.

Il diritto internazionale si fonda sulla identità di natura degli uomini, e quindi i trattati internazionali valgono anche se stipulati da uomini di confessioni diverse, giacché l'appartenere a fedi diverse non cambia la natura umana.

Lo scopo della punizione per le infrazioni ai diritti non dev'essere punitivo, ma correttivo: si punisce colui che ha sbagliato non per l'errore commesso, ma perché non sbagli più (in futuro). E la punizione dev'essere proporzionata, a un tempo, sia all'entità del reato, sia alla convenienza e utilità che si vuol trarre dalla punizione stessa.

Riprendendo un'idea dell'Umanesimo fiorentino, ma elaborandola in forma più razionalizzata, Grozio sostiene l'esistenza di una religione naturale comune a tutte le epoche, e quindi a fondamento di tutte le religioni positive. Questa religione naturale si fonda su quattro capisaldi:

1 Dio esiste ed è unico;
2 Dio è superiore rispetto a tutte le cose visibili e percepibili;
3 Dio è provvidenza;
4 Dio è creatore di tutte le cose.

Alcuni interpreti di Grozio hanno visto nella sua opera il trionfo di un nuovo tipo di mentalità di carattere razionalistico- scientifico. Ma giustamente Luciano Malusa ha rilevato che «Grozio è molto più legato alla concezione classico-medievale e scolastica del diritto naturale che a quella moderna».

 Infatti la naturalizzazione della legge divina che egli ha operato nel De jure belli acpacis «non è altro che l'accentuazione del momento giuridico (per le preoccupazioni circa i problemi della guerra) rispetto a quello teologico della legge naturale, che resta sempre, comunque, come era per S. Tommaso, legge divina, criterio oggettivo ed eterno».

Pertanto il razionalismo di Grozio è tale «come intellettualismo in contrapposizione al volontarismo (di tipo occamista, o protestante) e non come affermazione dell'estraneità [= autonomia] della ragione umana rispetto al governo divino del mondo».