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Gottfried Wilhelm Leibniz

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Lo spazio è l'ordine che rende i corpi situabili, e mediante il quale essi,
esistendo insieme, hanno una posizione relativa tra loro; allo stesso modo
che il tempo è un ordine analogo, in rapporto alla loro posizione
successiva. Ma se non esistessero creature, lo spazio e il tempo non
sarebbero che nelle idee di Dio.
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Gottfried Wilhelm Leibniz (Lipsia 1646
- Hannover 1716) può essere considerato uno dei maggiori pensatori della sua
epoca per il tentativo di edificare una nuova metafisica sulle fondamenta
logiche e metodologiche della rivoluzione scientifica. Dopo gli studi di
filosofia e diritto, inizia un'intensa attività diplomatica, a cui unisce quella
di storiografo ufficiale e di teologo, impegnato nel tentativo ecumenico di
riconciliazione fra cattolici e protestanti.
Le opere più significative sono: Discorso di metafisica (1686); Nuovo sistema
della natura, della comunicazione tra le sostanze e dell'unione tra l'anima e il
corpo (1695); Saggi di teodicea (1710); Principi della natura e della grazia
fondati sulla ragione (1714); Monadologia (1714); Nuovi saggi sull'intelletto
umano (pubblicati postumi nel 1765).
Una nuova concezione della sostanza
Leibniz critica la concezione cartesiana della materia come semplice estensione,
partendo dalla confutazione della legge (anch'essa cartesiana) della
conservazione nell'universo della quantità di moto. A conservarsi, secondo
Leibniz, non è il movimento, bensì la quantità complessiva della forza viva (prodotto
della massa per il quadrato della velocità). Ciò consente di affermare il
primato, metafisico e non solo fisico, della forza rispetto al moto e al corpo.
In luogo della materia inerte dei cartesiani, riducibile a mera estensione
geometrica, Leibniz afferma una concezione della realtà come penetrata di centri
di forza, di tipo energetico-vitalista, in cui tutto è vita, movimento e
trasformazione.
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L'errore memorabile di
Cartesio
La complessa operazione di mediazione di Leibniz non si limita a
distinguere il piano del meccanicismo scientifico e quello del finalismo
filosofico e a sovrapporre questo a quello, ma procede ben oltre,
scalzando la base stessa su cui il meccanicismo si fondava. Estensione e
movimento, figura e numero risultano infatti, secondo Leibniz, solamente
determinazioni estrinseche della realtà, che non vanno oltre il piano
dell'apparire, del fenomeno.
L'estensione (la cartesiana res extensa) non può essere l'essenza dei
corpi, perché non basta da sola a spiegare tutte le proprietà corporee.
Per esempio — dice Leibniz — non rende conto dell'inerzia, di quella certa
resistenza che il corpo oppone al movimento, al punto che occorre una
«forza» per avviare il movimento stesso. Ciò significa che c'è qualcosa
che è al di là dell'estensione e del movimento, che non è di natura
puramente geometrico-meccanica e quindi fisica e che pertanto è di natura
metafisica: questa è appunto la forza. Da tale forza derivano sia il
movimento sia l'estensione.
A questo proposito, Leibniz credette di aver partita vinta su Cartesio,
per via della scoperta di un «errore memorabile» commesso da quest'ultimo
in materia di fisica. Cartesio sosteneva infatti che ciò che permane
costante nei fenomeni meccanici è la quantità di movimento (mv = massa x
velocità); Leibniz dimostra, per contro, che questo è scientificamente
insostenibile, e che ciò che permane costante è invece l'energia cinetica,
la «forza viva», come la chiama lui, espressa dal prodotto della massa per
l'accelerazione (rnv2 = massa x velocità al quadrato).
La correzione di un errore di fisica di Cartesio porta pertanto Leibniz a
una conclusione filosofica molto importante, e cioè che i costitutivi
della realtà (i suoi fondamenti) sono qualcosa che sta al di sopra dello
spazio, del tempo e del movimento, ossia in quelle «sostanze» tanto
deprecate dai «moderni». Leibniz reintroduce così le sostanze intese come
principi di forza, come una sorta di punti metafisici, forze originarie. |
Le monadi
Questi principi dinamici e attivi sono propriamente le "monadi" (termine,
derivato dal greco, che significa unità), inestese e immateriali, le quali
assicurano l'unità sostanziale al di sotto dell'apparenza fenomenica di
molteplicità indotta dall'estensione. Le monadi vengono create e distrutte
direttamente da Dio, hanno caratteri di pienezza e di semplicità: sono veri e
propri "atomi di natura"; non comunicano fra di loro (le monadi "non hanno
finestre attraverso le quali qualche cosa possa entrare o uscire") e
differiscono unicamente per il diverso grado di chiarezza e distinzione delle
rappresentazioni, con cui "esprimono" da un punto di vista particolare l'intero
universo. In tutte le monadi create è sempre presente un grado di oscurità e
passività; solo Dio è perfetta chiarezza e attività. In questa limitazione della
facoltà di rappresentare consiste la "materia".
Ogni monade è in rapporto con tutte le altre e "percepisce" tutto il creato, sia
pure in modo imperfetto e oscuro (donde il nome di "piccole percezioni", quasi
un rumore di fondo che accompagna le percezioni più chiare). Reca in sé memoria
di tutto il passato ed è gravida dell'intero suo avvenire. Ne deriva una
correzione fondamentale dell'occasionalismo nella direzione dell'"armonia
prestabilita": Dio è il supremo architetto, il quale crea "automi" tanto
perfetti da non aver bisogno di influire reciprocamente gli uni sugli altri per
condurre le loro operazioni in modo regolato e del tutto sincrono. L'armonia
prestabilita rimanda, quindi, a quell'accordo di necessità e contingenza, voluto
da Dio all'atto della creazione, che regola razionalmente la struttura del
mondo, anche nei suoi fenomeni infinitesimali. Dio crea senz'altro il migliore
dei mondi possibili, sceglie cioè la combinazione di possibilità che sono in
grado di coesistere ("compossibili") e nella quale tuttavia si realizzi il grado
maggiore di perfezione. La sua decisione non dipende da un arbitrio (Dio non
crea le verità eterne come dice Cartesio ma si conforma al principio di non
contraddizione), né da una necessità metafisica incontrovertibile come dice
Spinoza , giacché una scelta diversa da quella praticata resta pur sempre
logicamente possibile, anche se non è conforme a quel criterio del "meglio" che
informa la creazione divina.
Conoscenza ed esperienza
Fra razionalismo ed empirismo Leibniz tenta di indicare una via mediana,
sostituendo all'innatismo attuale (cioè fatto di idee sempre universalmente in
atto nell'uomo) elaborato da Cartesio una sorta di innatismo "virtuale", in
quanto le verità universali e necessarie (che non sono riducibili
all'esperienza) sono possedute in forma originaria dall'intelletto, ma devono
essere attivate con l'esercizio della ragione e lo stimolo dell'esperienza.
Leibniz distingue fra verità di ragione, che dipendono unicamente dal principio
di non contraddizione e valgono in tutti i mondi possibili, prescindendo da
esperienze determinate, e verità di fatto, che invece hanno un carattere
contingente e come tali sono sottoposte ad accertamento empirico.

Gottfried Wilhelm Leibniz
Monadologia
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