IL LIBERO ARBITRIO
Gregorio di Nissa, Grande discorso catechetico, 5, 4-12.
Dunque, se queste sono state le condizioni per cui l'uomo è venuto alla nascita,
cioè per partecipare ai beni di Dio, di necessità sarà stato formato in modo da
essere atto per natura a partecipare a siffatti beni.
Come, infatti, l'occhio entra in comunicazione con la luce grazie alla
luminosità che per natura sta riposta in esso e riesce, grazie a questa potenza
che in lui è innata, a trarre a sé quello che gli è connaturale, così era
necessario che entro la natura umana venisse mescolato qualcosa che fosse
connaturale con Dio affinché l'uomo, grazie a un rapporto di corrispondenza,
potesse avere il desiderio di quello che gli è affine. E infatti anche nella
natura degli esseri irrazionali, ciascuno di quelli che hanno avuto in sorte una
vita nell'acqua o nell'aria, fu creato in modo adatto a condurre quel genere di
vita, sì che, grazie a una particolare conformazione del proprio corpo, a una
razza fosse conveniente ed omogenea l'aria, a un'altra l'acqua. Così anche
l'uomo fu creato al fine di poter godere dei beni di Dio; bisognava, quindi, che
avesse nella sua natura qualcosa di connaturale all'Essere a cui partecipava.
Per questo motivo fu ornato con la vita, con il logos, con la sapienza, con
tutte le prerogative che si convengono a Dio, perché grazie a ciascuna di queste
proprietà sentisse il desiderio di giungere a quello che è a lui affine. Poiché,
dunque, tra le prerogative della natura divina si trova anche la eternità,
bisognava assolutamente che nemmeno questa mancasse alla costituzione della
nostra natura, ma che essa possedesse in sé l'immortalità, sì che, grazie alla
potenza in lei depositata, potesse conoscere quell'Essere che è a lei superiore
e fosse desiderosa della eternità divina. Queste cose sono state indicate con
una sola parola, con una voce che tutto comprendeva, dal racconto della
creazione del mondo, che dice che l'uomo fu fatto a immagine di Dio. In questa
somiglianza secondo l'immagine vengono comprese tutte le qualità che
caratterizzano Dio, e tutto quello che Mosè espone sull'argomento servendosi
soprattutto di una narrazione storica, allorquando pone davanti a noi i suoi
insegnamenti nella forma di un racconto, rientra nel medesimo insegnamento.
Ché il Paradiso di cui egli parla, e la peculiarità di quei frutti, cibandosi
dei quali non si aveva una sazietà del ventre, bensì la conoscenza e l'eternità
della vita — insomma, tutta questa narrazione concorda con quello che è stato
precedentemente considerato a proposito dell'uomo, vale a dire, che l'inizio
della nostra natura fu buono e in mezzo a cose buone.
Ma forse colui che considera la presente condizione muove obiezioni a quanto è
stato da noi detto, e crede che non sia vero questo discorso, ma pensa di
poterlo confutare osservando che l'uomo ora non si trova nelle condizioni che
stiamo dicendo, ma, si può dire, nelle condizioni opposte. Dov'è, infatti, il
carattere divino dell'anima? Dove l'impassibilità del corpo? Dove l'eternità
della vita? Un essere effimero, sottoposto al dolore e alla corruzione,
predisposto, nell'anima e nel corpo, ad ogni genere di passionalità. Con queste
e analoghe osservazioni ed esaminando in lungo e in largo la natura umana,
costui crederà di confutare la spiegazione che abbiamo dato a proposito
dell'uomo.
Ma affinché il discorso non devii dalla sua coerenza, noi ci soffermeremo un
poco anche su questi problemi. Se la vita umana ora è immersa in una assurda
condizione, questo non costituisce prova sufficiente del fatto che l'uomo non
abbia mai goduto cose buone. Poiché, infatti, opera di Dio è l'uomo, e Dio ha
portato alla nascita quest'essere vivente grazie alla sua bontà, non sarebbe
logico accusare colui che ebbe come motivo della nostra creazione solamente la
sua bontà, il nostro creatore, se ci si trova sommersi nei mali.
Ma se ora ci troviamo in queste condizioni e se siamo stati spogliati delle cose
più preziose, la causa è un'altra. Punto di partenza anche di questo nostro
ragionamento sarà il consenso di coloro che ci contraddicono.
Colui, infatti, che ha creato l'uomo perché partecipasse ai suoi beni e ha posto
entro la sua natura l'istinto verso tutte le cose buone, in modo che in ogni
occasione il suo impulso si volgesse verso quello che gli è simile, non avrebbe
privato l'uomo del più bello e del più prezioso dei beni, intendo dire della
grazia del non essere soggetto ad alcun signore e di avere un libero arbitrio.
Che se una necessità dominasse la vita umana, allora l'immagine di Dio sarebbe
falsa almeno sotto quell'aspetto, perché si sarebbe resa estranea e diversa
rispetto all'archetipo. Se l'immagine della natura sovrana fosse sottomessa e
fatta schiava di certe necessità, come potrebbe esserne definita immagine?
Dunque, quell'essere che in tutto è stato fatto simile a Dio doveva
assolutamente possedere nella sua natura l'autonomia delle sue forze e
l'indipendenza da ogni dominio, sì che la partecipazione ai beni di Dio sarebbe
stato il premio della sua virtù.
Ma allora, tu dirai, come è avvenuto che colui che era onorato in tutto con le
virtù più grandi ha potuto cambiare il bene con il peggio? Anche a questo
proposito la spiegazione è chiara. Nessun male ha avuto origine dalla volontà di
Dio: altrimenti la malvagità sarebbe immune da ogni biasimo, se potesse
iscrivere tra le sue prerogative Dio come suo creatore e suo padre.
Invece il male nasce, in certo qual modo, dal di dentro, e si forma mediante il
libero arbitrio, allorquando l'anima si stacca dal bello.
Allo stesso modo, la vista è un'attività della natura, mentre la cecità è la
privazione di quella attività naturale; analoga è l'opposizione della virtù al
vizio, perché non è possibile concepire altra origine del male che non sia
l'assenza della virtù. Infatti, come al cessar della luce subentrano le tenebre,
mentre quando c'è la luce le tenebre non ci sono, così finché c'è il bene nella
natura, la malvagità non sussiste di per sé ed il venir meno dell'elemento
migliore produce la nascita del suo contrario.
Dunque, siccome questa è la peculiarità del libero arbitrio, vale a dire lo
scegliere a proprio piacimento quello che gli aggrada, non è Dio il colpevole
dei mali presenti ( ché Dio ha creato la tua natura libera e indipendente),
bensì la nostra stoltezza, che sceglie il peggio invece del meglio.