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IDEE E TENDENZE DEL PENSIERO
UMANISTICO E RINASCIMENTALE
Francesco Petrarca
Francesco Petrarca (1304-1374) è considerato, per unanime ammissione, il primo
degli Umanisti. Già nei primi decenni del XV secolo questo era a tutti
chiarissimo e Leonardo Bruni scriveva solennemente: «Francesco Petrarca fu il
primo il quale ebbe tanta grazia d'ingegno, che riconobbe e rivocò in luce
l'antica leggiadria dello stile perduto e spento».
E come giunse Petrarca all'Umanesimo? Egli partì dalla considerazione e
dall'attenta analisi della «corruzione» e dell'«empietà» dei suoi tempi e cercò
di individuarne le cause, per tentare di porvi rimedio. E le cause, a suo
avviso, erano sostanzialmente due, fra loro strettamente connesse: i)
l'imperversare del «naturalismo» diffuso dal pensiero arabo, specialmente da
Averroè; e 2) il predominio indiscriminato della dialettica e della logica, con
la connessa mentalità razionalistica. Contro questi due mali egli giudicò facile
indicare gli antidoti: i) invece di disperdersi nella conoscenza tutta esteriore
della natura, occorre ritornare in se stessi e perseguire la conoscenza della
propria anima; 2) invece di disperdersi nei vacui esercizi dialettici, bisogna
riscoprire l'eloquenza, le humanae litterae ciceroniane.
Con ciò rimangono perfettamente delineati il programma e il metodo del
«filosofare» propri di Petrarca: la vera sapienza sta nel conoscere se stessi, e
la via (il metodo) per realizzare questa sapienza consiste nelle arti liberali.
Petrarca batte insistentemente sul fatto che la «dialettica» porta all'empietà e
non alla sapienza. Il senso della vita non è disvelato da cumuli di sillogismi,
ma dalle arti liberali, coltivate opportunamente, ossia non come fini a se
stesse, ma come strumenti di formazione spirituale.
Aristotele è, di per sé, rispettabile, ma è colui che ha fornito le armi agli
Averroisti ed è stato utilizzato per costruire quel «naturalismo» e quella
«mentalità dialettica» avversatissimi dal Petrarca; Platone (quel Platone che,
pure, egli non poté leggere, perché non conosceva il greco) diventa il simbolo
del pensiero umanistico, «il principe di ogni filosofia».
Francesco Petrarca
Coluccio Salutati
La via aperta dal Petrarca fu seguita con successo da Coluccio Salutati, nato
nel 1331 e divenuto cancelliere della Repubblica di Firenze dal 1374 al 1406.
Egli è importante soprattutto per i seguenti motivi:
a) proseguì con grande vigore la polemica contro la medicina e le scienze
naturali e ribadì la tesi della supremazia delle arti liberali;
b) sostenne, contro l'impostazione dialettico-razionalistica
contemporanea, una visione della filosofia intesa come messaggio testimoniato e
comunicato con la vita stessa (come fece il pagano Socrate, e come fecero Cristo
e i santi come Francesco) e imperniato sull'atto di volontà come esercizio di
libertà;
c) sostenne con molto vigore il primato della vita attiva sulla
contemplativa;
d) come operatore culturale ebbe il grande merito di aver promosso
l'istituzione della prima cattedra di greco in Firenze, per ricoprire la quale
venne chiamato in Italia il dotto bizantino Emanuele Crisolora.
IL DIBATTITO ETICO–POLITICO DA
BRUNI A VALLA
Leonardo Bruni
Discepolo, amico e prosecutore dell'opera di Salutati fu Leonardo Bruni (137o
ca.-1444), dapprima impiegato presso la Curia romana e poi Cancelliere in
Firenze. Gli effetti dell'insegnamento del greco da parte del Crisolora si
manifestano straordinariamente in Bruni ormai come frutti maturi. Tradusse,
infatti, Platone (Fedone, Gorgia, Fedro,Apologia, Critone, Lettere e
parzialmente il Simposio), Aristotele (Etica Nicomachea, Economici, Politica),
nonché Plutarco e Senofonte, Demostene ed Eschine. Di interesse filosofico sono
i suoi Dialoghi (dedicati a Pier Paolo Vergerio) e l'Introduzione alla
promozione morale, oltre alle Epistole.
La fama di Bruni è legata soprattutto alle traduzioni della Politica e
dell'Etica di Aristotele, che fecero epoca non solo perché contribuirono a
mutare il tipo di approccio a questi testi, ma perché fornirono una linfa vitale
per la stessa speculazione.
All'Umanesimo spiritualistico e intimistico di Petrarca, Bruni oppone un
Umanesimo civilmente e politicamente più impegnato. A suo avviso, i classici
sono appunto maestri di virtù civili. Paradigmatico è pertanto, per Bruni, il
concetto aristotelico di uomo inteso come «animale politico», che diventa l'asse
portante del suo pensiero: l'uomo si realizza pienamente e veramente solo nella
dimensione sociale e civile, qual è indicata da Aristotele nella Politica.
Ma anche l'etica di Aristotele viene grandemente rivalutata. Bruni è convinto
che la sua dimensione contemplativa sia stata sostanzialmente esagerata e in
gran parte deformata. Ciò che vale maggiormente non è l'oggetto contemplato, ma
l'uomo che pensa e, in quanto pensa, agisce. Il sommo bene di cui parla l'Etica
Nicomachea non è un bene astratto o comunque trascendente rispetto all'uomo, ma
è il bene dell'uomo, è la concreta realizzazione della sua virtù, che, come
tale, dà la felicità.
E, come Aristotele, Bruni rivaluta il piacere (soprattutto inteso come
conseguenza dell'attività che l'uomo svolge secondo la sua natura, come aveva
detto lo Stagirita), e sostiene che il vero parametro dei giudizi morali è
l'uomo buono (non una astratta regola). Egli scrive — tra l'altro — in una
pagina memorabile, in cui alcuni concetti tipicamente aristotelici assumono le
tinte di un Umanesimo davvero squisito:
Innanzitutto, bisogna comprendere questo: se un uomo non è buono [=
virtuoso], non può esser prudente [= saggio] . La prudenza [= saggezza] ,
infatti, è una esatta valutazione dell'utilità; e una vera valutazione è
incorrotta. Poiché le cose non possono apparire quali sono se non all'uomo
buono. I giudizi dei malvagi sono come i gusti dei malati, che in niente
afferrano l'esatto sapore. Nulla, perciò, vi è cui i vizi nuocciano più che alla
prudenza; poiché lo scellerato e il malvagio possono afferrare esatte
dimostrazioni matematiche e conoscenze fisiche, ma sono completamente accecati
per le opere sagge e perdono in ciò il lume della verità [...] . All'uomo buono,
dunque, diritta e libera si apre la via della felicità. Egli solo non si
inganna, né sbaglia. Egli solo vive bene, e al contrario fa il malvagio. Se,
dunque, vogliamo essere felici, adoperiamoci per essere buoni e virtuosi.
Su questo punto, conclude Bruni, i filosofi pagani e i cristiani sono in
perfetta armonia, «ché gli uni e gli altri sostengono le stesse cose sulla
giustizia, la temperanza, la fortezza, la liberalità e le altre virtù e vizi a
esse contrari».
Poggio Bracciolini
Molto legato a Salutati fu anche Poggio Bracciolini (1380-1459), segretario a
Roma presso la Curia, e, infine, Cancelliere a Firenze. Fu uno dei più impegnati
e fervidi scopritori di antichi codici. Nelle sue opere vengono dibattute
tematiche rese ormai canoniche nelle discussioni degli Umanisti, e in
particolare:
a l'elogio della vita attiva di contro all'ascesi della vita contemplativa
consumata in solitudine;
b il valore formativo umano e civile delle litterae;
c la gloria e la nobiltà come frutto della virtù individuale;
d la questione della fortuna che rende problematica e instabile la vita degli
uomini, ma contro cui la virtù può avere sopravvento;
e la rivalutazione delle ricchezze (già iniziata da Bruni nell'introduzione agli
Economici di Aristotele), considerate come il nerbo dello Stato e come ciò che
rende possibile nella città templi, monumenti, arti, ornamenti e ogni bellezza.
Poggio Bracciolini
Leon Battista Alberti
Una figura di Umanista dagli interessi poliedrici fu Leon Battista Alberti
(14o4-1472), il quale si occupò, oltre che di cose filosofiche, anche di
matematica e di architettura. Noti sono soprattutto i suoi scritti
Sull'architettura, Della pittura, Della famiglia, Del governo della casa, Momo,
Intercenali.
Ecco alcune tematiche — fra le numerose —che fanno spicco in Alberti:
a In primo luogo è la critica delle investigazioni teologico-metafisiche,
considerate vane, e la contrapposizione a esse delle investigazioni morali. È
vano — secondo Alberti — cercare di scoprire le cause supreme delle cose, perché
agli uomini questo non è stato concesso, ed essi possono conoscere solo quello
che cade sotto i loro occhi, ossia sotto l'esperienza.
b Connessa a questa critica è l'esaltazione dell'homo faber e della sua attività
fattiva e costruttrice, ossia di quell'attività che è finalizzata non solo
all'utilità del singolo, ma all'utilità di tutti gli altri uomini e della città.
Perciò Alberti biasima la sentenza di Epicuro «el quale reputa in Dio somma
felicità el far nulla», e sostiene esser vero esattamente il contrario e che il
supremo vizio è «starsi indarno». La contemplazione senza l'azione non ha senso.
Egli loda invece gli Stoici, che dicevano «l'uomo essere dalla natura costituito
nel mondo speculatore et operatore delle cose» e «ogni cosa esser nata per
servire all'uomo, et l'uomo per conservare compagnia et amistà fra gli uomini».
E loda inoltre Platone per aver scritto «gli uomini essere nati per cagione
degli uomini».
e Nelle arti Alberti ha rilevato la grande importanza del concetto di ordine e
di proporzione fra le parti: l'arte riproduce e ricrea quell'ordine fra le parti
che sussiste nella realtà delle cose.
d Qualcuno ha addirittura individuato in Alberti la presenza di una sorta di
filosofia urbanistica ante litteram. Scrive Luciano Malusa: «L'architettura, tra
le arti, è [...] per Alberti la più alta e la più vicina all'opera della natura.
Edificare è naturale nell'uomo in quanto è eminentemente rivolto a creare un
ordine nella città che è esplicazione di virtù ed è richiesto dalla natura.
L'attuazione di una città che sia umana e naturale insieme occupa ampia parte
del De re aedificatoria, che si può considerare una originale trattazione di
"filosofia urbanistica": il ruolo dell'edificio della città in Alberti diviene
fondamentale per l'instaurazione dell'ordine morale e della felicità».
e Ma uno dei temi più caratteristici dibattuti da Leon Battista Alberti è quello
del rapporto fra virtù e fortuna. Per lui, virtù non è tanto la cristiana
virtus, quanto la greca areté, ossia quell'attività peculiare dell'uomo che lo
perfeziona e ne garantisce la supremazia sulle cose. In particolare, malgrado
alcune notazioni pessimistiche, l'Alberti è fermamente convinto che la virtù,
quando sia considerata ed esercitata in modo realistico e non velleitario, la
vince sulla fortuna.
Due sue affermazioni sul senso dell'attività umana e sulla superiorità della
virtù sulla fortuna sono diventate particolarmente celebri:
Pertanto così mi pare da credere sia l'uomo nato, certo non per marcire
giacendo, ma per stare facendo [...]; l'uomo nacque non per attristarsi in ozio,
ma per adoprarsi in cose magnifiche et ampie, colle quali e' possa piacere e
onorare Iddio in prima, et per avere in se stesso come uso di perfetta virtù,
così fructo di felicità.
Come confesseremo noi non essere più nostro che della, fortuna quel che noi
con sollecitudine e diligentia delibereremo mantenere o conservare? Non è potere
della fortuna, non è, come alcuni sciocchi credono, così facile vincere chi non
voglia essere vinto. Tiene giogo la fortuna solo a chi gli si sottomette.
Sono come due splendide epigrafi che valgono per l'intero movimento umanistico.
Leon Battista Alberti
Altri Umanisti del Quattrocento
Ricordiamo, per concludere, alcuni nomi di celebri Umanisti di questo secolo.
Giannozzo Manetti (1396-1459) tradusse Aristotele e i Salmi, ma è
soprattutto noto per il suo scritto De dignitate et excellentia hominis, con il
quale aprì la grande disputa «sulla dignità dell'uomo» e la sua superiorità
rispetto a tutte le altre creature.
Matteo Palmieri (1406-1475) contemperò vita contemplativa e vita attiva
e, pur ribadendo la fecondità dell'opera umana e la centralità della città,
rivela inflessioni platoniche che preludono a un mutamento di clima spirituale.
Ermolao Barbaro (1453-1493) si qualificò come traduttore di Aristotele
(ci è pervenuta la versione della Retorica), impegnato a restituire l'antico
spirito al testo dello Stagirita, liberandolo dalle incrostazioni medievali.
Famosissima la sua affermazione:
Riconosco due Signori: Cristo e le lettere.
Questa divinizzazione delle lettere portava Ermolao Barbaro a una posizione
quasi di rottura; e infatti egli proponeva addirittura il celibato per i dotti e
il disimpegno civile, perché potessero dedicarsi interamente all'ufficio delle
lettere.
Lorenzo Valla e il Neoeplcureismo
Una delle figure più ricche e più cospicue del Quattrocento fu certamente
Lorenzo Valla (1407-1457). La sua posizione filosofica, quale è espressa
soprattutto nell'opera Del vero e del falso bene, è contrassegnata da una
serrata polemica contro l'ascetismo stoico e gli eccessi dell'ascetismo
monastico, in opposizione ai quali egli fa valere le istanze del piacere,
inteso, però, nel senso più vasto, e non solamente come piacere della carne.
Quello di Valla rappresenta, quindi, un curioso tentativo di ripresa
dell'Epicureismo, rifondato e riscattato su basi cristiane.
Il ragionamento di fondo di Valla è il seguente: tutto ciò che la natura ha
fatto «non può essere che santo e lodevole» e il piacere va visto in questa
ottica, cioè va considerato esso stesso santo e lodevole; ma, poiché l'uomo è
fatto di corpo e di anima, il piacere-si esplica a differenti livelli. V'è
quindi un piacere sensibile, che è il più basso; ma poi vi sono i piaceri dello
spirito, delle leggi, delle istituzioni, delle arti e della cultura, e, al di
sopra di tutti, l'amore cristiano di Dio.
Il senso della dottrina del piacere di Valla è stato interpretato molto
finemente da Garin: «La proclamata santità della voluptas, del resto sentita
molto lucrezianamente, è una difesa della divinità della natura, manifestazione
mirabile dell'ordinata e provvidenziale bontà di Dio. Come ogni troppo viva
posizione antimanichea, anche quella esposta in certe pagine di Valla sembra
scivolare verso il pelagianismo, rischiando di deificare la natura, e attraverso
la natura, il piacere, hominumque divumque Voluptas . Tuttavia nulla vien perso
della sua validità, né della giustezza di quel richiamo all'esperienza
cristiana, intesa come redenzione non dell'anima, ma dell'uomo, di tutto l'uomo,
carne e anima, contro ogni pessimistico ascetismo e ogni evidente o larvato
manicheismo».
Tutto ciò è esatto. Ma bisogna aggiungere che l'esito ultimo di questa
amplificazione della voluptas è un trascendimento della dottrina dello stesso
Epicuro. Infatti, l'impatto della dottrina epicurea col Cristianesimo ne cambia
il segno, come Valla stesso dice espressamente:
Così ho confutato o condannato la dottrina sia degli Epicurei che degli
Stoici, e ho mostrato che né presso gli uni né presso gli altri, né addirittura
presso alcuno dei filosofi, c'è il bene sommo o desiderabile, ma piuttosto nella
nostra religione, da raggiungersi non in terra ma nei cieli.
Se si tengono presenti queste affermazioni, non stupiranno le conclusioni alle
quali perviene Valla in un'altra sua celebre opera Sul libero arbitrio.
Contro la ragione sillogizzante e contro la conoscenza del divino
aristotelicamente inteso, Valla fa valere le istanze della fede intesa nel senso
di Paolo, alle virtù dell'intelletto contrappone le virtù teologali, e scrive
testualmente:
Fuggiamo dunque la cupidigia di conoscere le cose superne, e accostiamoci
piuttosto alle umili. Niente importa al cristiano più della umiltà: in questo
modo sentiamo di più la magnificenza di Dio, onde è scritto: «Dio resiste ai
superbi, ma fa grazia agli umili».
Analogamente, solo in questa ottica e in questo spirito si può intendere
correttamente il Discorso sulla falsa e menzognera donazione di Costantino in
cui Valla dimostra su rigorose basi filologiche la falsità del documento sul
quale la Chiesa fondava la legittimità del suo potere temporale, fonte di
corruzione.
La corretta interpretazione della parola restituisce la verità, e questa salva.
Il finale di questo mirabile scritto di Valla così suona:
Ma non voglio, in questa mia prima orazione, esortare i principi e i popoli a
fermare il Papa nella sua corsa sfrenata e a costringerlo a starsene entro i
suoi confini; voglio soltanto che lo ammoniscano, e forse, una volta istruito
della verità, spontaneamente dalla casa altrui tornerà alla sua, e dai flutti
furiosi e dalle tremende tempeste, al porto. Se ricuserà di farlo, allora ci
accingeremo a un altro discorso, molto più severo. O possa io, possa vedere un
giorno — e nulla desidero più fortemente del vedere ciò, specialmente se accada
per mio consiglio — che il Papa sia soltanto vicario di Cristo e non anche di
Cesare.
Il lavoro di ricerca filologica di Valla si è esteso anche ai testi sacri
nell'opera Confronti e annotazioni sul Nuovo Testamento tratte da diversi codici
di lingua greca e di lingua latina, con l'intento di restituire il testo genuino
del Nuovo Testamento e renderlo in tal modo più intelligibile. Gli studiosi
hanno rilevato che, con questa delicata operazione, Valla intendeva opporre il
metodo filologico al metodo filosofico medievale delle quaestiones nella lettura
dei testi sacri, ripulendoli di tutte le incrostazioni che si erano depositate
sopra. Valla apriva, in tal modo, una via destinata a un grande futuro. E la
forza dirompente del suo metodo è rivelata per intero dal termine con cui egli
indica la lingua latina, vale a dire sacramentum. La lingua per Valla (come ha
chiarito Garin) è incarnazione dello spirito degli uomini, la parola è
incarnazione del loro pensiero, Di qui la sacralità del linguaggio e la
necessità di rispettare la parola e di restituirla nella sua genuinità per
intendere lo spirito che esprime. Con Valla l'Umanesimo raggiunge alcune delle
sue conquiste più alte e più durature.
Lorenzo Valla
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