|
IL LIBERTINISMO
In che cosa
consiste l'atteggiamento libertino
«Nel corso dei primi decenni del secolo XVII si costituisce in Francia, in seno
alla società dotta, una corrente detta libertina, la quale non tarda a gettare
l'allarme nella schiera dei predicatori, apologisti, uomini di Chiesa, che
procedono faticosamente alla restaurazione morale e religiosa del paese,
lacerato dalle divisioni confessionali e dalle guerre civili [...]. Filtrato
dall'Italia in Francia nei primi decenni del secolo, lo spirito "libertino" si
adatta alle condizioni ambientali, sociali, intellettuali portate dalla storia
di quel paese. Per l'aspetto intellettuale, esso sviluppa l'eredità di Montaigne,
dell'ultimo Montaigne soprattutto, più incline allo scetticismo, e di Charron,
la cui Sagesse, rigida nelle suddivisioni formali, appare sufficientemente
duttile e sfumata nel contenuto, sì da suggerire diverse letture ed alimentare
una vasta gamma di atteggiamenti, secondo le inclinazioni intellettuali: dal
franco scetticismo al così detto fideismo, dalla negazione aperta e sincera alla
doppia verità, dall'ipocrisia al compromesso. Sotto l'aspetto sociale,
l'instabilità che perdura per tutto il primo quarto di secolo, favorisce, nelle
alte classi, la dissolutezza assieme all'irreligione» (Alberto Moscato).
Il termine «libertino» ancor oggi sta a significare un «miscredente dissoluto».
E questo significato deriva dagli avversari del libertinismo, per i quali la
critica scettica e irriverente alla religione avrebbe portato necessariamente
alla dissolutezza dei costumi morali. In verità, «libertino», nel XVII secolo,
stava per libero pensatore.
E i liberi pensatori francesi, immergendosi nell'antichità classica tramite la
ripresa di tematiche tratte dal patrimonio rinascimentale, cercano con ciò di
contrastare la morale e le credenze religiose proclamate e difese ai loro tempi.
Ed è così che, per esempio, comprendiamo il continuo appello dei liberi
pensatori all'epicureismo, allo scetticismo o anche al naturalismo
immanentistico degli antichi.
In questo modo, per il loro distacco dalla tradizione scolastica, la loro
fiducia nel valore della scienza, la difesa dell'autonomia della ragione e del
potere critico di questa, i libertini da una parte si inquadrano bene nell'età
cartesiana e dall'altra precorrono per più di un aspetto temi e atteggiamenti
dell'illuminismo.
Tuttavia, paragonato col cartesianesimo, il distacco dei libertini dalla
tradizione è molto più ampio, giacché si estende non solo alla tradizione
filosofica ma anche e soprattutto alla morale, alle credenze religiose e alle
istituzioni.
E nei confronti degli illuministi, una delle differenze sta nel fatto che la
critica libertina fu una critica clandestina e non pubblica, una critica spesso
affidata alle conversazioni e alle discussioni private. Inoltre, mentre gli
illuministi, con franchezza e coraggio, tentarono di portare le loro idee a
larghi strati di persone, il libertinismo fu un fenomeno elitario, cioè di pochi,
e spesso ipocrita.
La critica libertina alla morale e alla religione resta possesso di una
ristretta aristocrazia intellettuale, che riconosce però le funzioni sociali di
quelle «superstizioni» che sono le credenze della religione positiva, e che
consiglia il Principe a servirsene in funzione della «ragion di Stato».
Il libertinismo non ha prodotto una filosofia che possa venire ricostruita in un
sistema. Tuttavia, un tratto quasi costante che troviamo negli scritti dei
libertini, è la critica — storica e teorica — della religione rivelata. Le
credenze del Cristianesimo sono, per i liberi pensatori, non più che
superstizioni.
E al teismo, cioè alla fede in un Dio personale e provvidente, i libertini —
quando non fanno professione di ateismo — sostituiscono il deismo, la dottrina
razionale asserente l'esistenza di un Essere supremo che può essere raggiunto,
attraverso i suoi effetti naturali, dalla ragione dell'uomo, ma è disinteressato
delle vicende umane.
Contro il deismo, Pascal lancerà i suoi strali polemici, e non lo riterrà
migliore dell'ateismo.
In breve, possiamo dire, ancora con Alberto Moscato, che il periodo del
libertinismo «è l'epoca in cui parecchi giovani nobili e i loro amici
manifestano nel loro ambiente aperto disprezzo per i dogmi e i riti del
cristianesimo, inclinando verso il deismo, opponendosi alle concezioni imperanti
in materia di demoni, incantesimi ed altri interventi soprannaturali, ma
ostentando al tempo stesso un sentimento di aristocratica superiorità che li
induce a celare le loro idee e i loro sentimenti agli uomini comuni e ai
semplici. Essi sono convinti che occorra lasciare il popolo, per convenienza di
Stato e opportunità propria, nell'ignoranza e nella superstizione».
E così, la spregiudicatezza, l'irriverenza (e talvolta anche l'intuizione seria
e la critica severa) nei confronti della religione si accompagnano alla
accettazione sorniona e opportunistica della situazione politica. La bigotteria
ipocrita, con i libertini, passa dal campo della religione a quello della
politica. E «la licenza dei costumi si unisce all'audacia degli scritti, spinta
al limite della prudenza in un pericoloso giuoco di equilibrio fra il rischio e
l'impunità, che sembra assicurata ai ceti privilegiati.
Sono il più delle volte espressioni di sfida o manifestazioni di insofferenza
morale, ín cui la tentazione del proibito e il gusto dello scandalo,
sopravanzano di gran lunga l'impegno critico e l'amore della verità» (A. Moscato).
Dal libertinismo erudito di Cyrano de Bergerac al
libertinismo mondano di Nicolas Faret
Noto ai suoi tempi come uomo di punta dei libertini fu il poeta Jacques Vallée
Des Barreaux (1599-1673). Ma il pensatore maggiore del libertinismo (se, per i
suoi interessi religiosi, si esclude Gassendi, il quale fu legato ai circoli
libertini) fu senz'altro Savinien de Cyrano, conosciuto come
Cyrano de Bergerac (1619-1655).
Cyrano scrisse una commedia (Le pédant joué, rappresentata nel 1645), una
tragedia (La mort d'Agrippine, rappresentata nel 1654), e inoltre due romanzi
filosofici: Gli stati e gli imperi della luna (1657), e Gli stati e gli imperi
del sole (1662).
Cyrano è dell'avviso che l'universo è un grande animale, le cui parti sono
animali sempre più piccoli, finché si arriva ai più piccoli degli animali che
sono gli atomi.
Il pensiero italiano di Cardano e Campanella si fonde in lui con l'atomismo
epicureo che, attraverso l'insegnamento di Lucrezio, proibisce l'emergere, nella
concezione di Cyrano, di quel gran tema rinascimentale che fu la magia.
Naturalista e razionalista, Cyrano sostenne che:
a gli atomi sono eterni;
b le loro conformazioni non sono strutturate dalla Provvidenza; e l'anima
è fatta di atomi ed è mortale.
Altro pensatore libertino di rilievo è stato Francis de
La Mothe le Vayer (1588-1672), autore dei Dialoghi fatti a imitazione
degli antichi da Orasius Tubero. Con questi Dialoghi carichi di erudizione,
La Mothe le Vayer, scettico che ostenta talvolta la serenità dell'epicureismo e
talvolta la forza dello stoico, si presenta quale erede di Montaigne.
Dopo esser passato al servizio di Richelieu, La Mothe le Vayer sarà meno critico
e appoggerà, conformisticamente, la 'politica di Richelieu. Solo in vecchiaia
rispunterà — nella licenziosità delle Passeggiate e nello scetticismo dei
Soliloqui scettici (il breviario tascabile della dottrina pirroniana) — lo
spirito del giovane «libero pensatore».
Solidi principi di metodologia storica furono formulati con molta chiarezza da
un altro libertino, Gabriel Naudé (1600 -1653),
il quale, medico a Parigi e a Padova, fu un uomo di grande cultura, che —
passato al servizio di Mazzarino — riuscì a mettergli insieme una biblioteca di
circa quarantamila volumi. Questa biblioteca, organizzata in maniera razionale,
costò viaggi e sacrifici a Naudé.
Il bersaglio polemico di Naudé sono state le credenze nei maghi, nelle streghe,
nei diavoli, negli incantatori, nei prodigi e nei miracoli, credenze che,
secondo lui, dominano non solo le menti degli incolti ma pure quelle dei dotti.
Incredulo e critico, ricco di acute considerazioni psicologiche ed
epistemologiche, Naudé sostenne la seguente tesi:
La prudenza nella critica degli autori [...] è troppo difficile perché possa
essere praticata da ogni sorta di persone. L'esperienza che si acquista solo
col tempo, la riflessione che bisogna esercitare su ciò che si è concepito,
l'esatto discernimento delle intenzioni celate e delle sagge azioni altrui, e
soprattutto l'imperturbabilità che deve sempre reggere la fiaccola nella ricerca
della verità, dispensano facilmente gli spiriti deboli, leggieri e ostinati,
come pure i giovani [...] dall'esercizio di quella censura, nella quale si
disimpegnano con più successo e meno difficoltà l'età matura e una tempra non
comune.
Il libertinismo di Cyrano, di La Mothe le Vayer, di Naudé e anche del ginevrino
Elia Diodati (di origini lucchesi) è detto libertinismo erudito, per
distinguerlo dal libertinismo mondano di Nicolas Faret
(1600-1646), che scrisse il celebre L'uomo di garbo o l'arte di
piacere alla corte (1630), e del Cavaliere di Meré (Antoine Gombaud, 1607-1684),
autore di Conversations, De la justesse, Des agréments , De l'esprit, De la
vraie honnété e De l'éloquence.
Con sullo sfondo opere italiane come il Cortegiano di Baldassarre Castiglione e
la Civil Conversazione di Stefano Guazzo, il libertinismo mondano si è
preoccupato del concetto di «honneté», di quell'onore e decoro che devono
informare le maniere e i comportamenti del perfetto gentiluomo. Sostiene Faret:
È preferibile studiare nel gran libro del mondo piuttosto che in Aristotele.
E quel che egli pretende di insegnare è «l'arte di piacere a Corte». Ma le
regole dell'arte di piacere, sostiene il Cavaliere di Meré, non si riesce a
ingabbiarle in precetti chiari: le finezze e le sfumature della vita vissuta
sfuggono alla precisione dell'analisi, e possono invece venir colte dal
sentimento globale che egli chiama «esprit». In questo concetto di «spirito» del
Cavaliere di Meré, Léon Brunschvicg ha visto un influsso sull'idea di esprit de
finesse che troveremo in Pascal.

Cyrano de Bergerac
|