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Il platonismo di Cambridge
Corrente di pensiero razionalista che si afferma a Cambridge nel
periodo tra le due rivoluzioni, il platonismo di Cambridge è un movimento
autonomo che privilegia alle teorie materialiste e meccaniciste il recupero del
neoplatonismo rinascimentale. L'esistenza di idee e principi morali innati
costituisce la base teorica di una chiesa universale e tollerante che superi le
divisioni settarie. Questa idea avvicina i platonici di Cambridge alle tesi dei
latitudinari.
Caratteri generali del movimento
Per "platonismo di Cambridge" si intende un indirizzo filosofico di orientamento
neoplatonico che si sviluppa in reazione al meccanicismo di Hobbes e
all'atomismo di Gassendi attorno all'Università di Cambridge nell'Inghilterra
del Seicento.
Grazie alla loro attività di docenti, Benjamin Whichcote (1609-1683) e John
Smith (16161652) danno il via al movimento. Figure principali del gruppo sono
Henry More, Ralph Cudworth e Culverwel. Tra coloro che partecipano in modo
originale al dibattito si ricordano Joseph Glanvill, John Norris, Thomas Baker,
Richard Burthogge e George Rust.
Pur non potendo parlare di una vera e propria corrente filosofica (è infatti più
forte il legame di carattere accademico che quello speculativo), si possono
individuare alcuni caratteri comuni, vale a dire l'idea che esistano idee o
forme delle cose, verità matematiche e principi morali innati, e un sincretismo
religioso e filosofico che trova le basi nel recupero della tradizione religiosa
agostiniana e nella ripresa di temi neoplatonici e rinascimentali.
Uno dei maggiori temi dibattuti ruota attorno al concetto di "religione
razionale" che i platonici di Cambridge riprendono dal De ventate del filosofo
inglese Edward Herbert of Cherbury (1583-1648) per sostenere la necessità di
un'unica Chiesa universale in grado di superare le divisioni delle sette
religiose che dilaniano l'Inghilterra del Seicento.
Pur muovendo da diverse esperienze religiose, la ragione di ogni singolo
credente è in grado di individuare una serie di elementi comuni e universali in
cui i fedeli possano riconoscersi e trovare unità e accordo: l'esistenza di Dio,
il dovere di credere in lui, l'espiazione dei peccati e la ricompensa o castigo
dopo la morte.
Si tratta di verità eterne e principi etici fondamentali, che
Cherbury chiama "idee comuni" (notitiae communes) e "principi inviolabili"
(principia sacrosanta), dati da Dio a ogni uomo dalla nascita: sono dunque idee
innate che
si trovano in una facoltà universale della ragione a sua volta in contatto con
l'universalità divina.
La mente dell'uomo è simile a un libro chiuso che
contiene in sé tutte le nozioni fondamentali di un sapere eterno e universale
che precede l'esperienza e che si apre al contatto sensibile con il mondo
esterno. In modo speculare, la religione svolge un ruolo fondamentale nella
filosofia: essa è al contempo il punto di partenza e il fine ultimo di ogni
riflessione.
Ralph Cudworth, in un famoso discorso tenuto davanti alla Camera dei Comuni,
descrive i rapporti tra le due discipline: la filosofia senza religione è
sterile, ma è anche vero che la religione senza la filosofia è ridotta a
superstizione. Queste idee awicinano le posizioni dei platonici di Cambridge a
quelle dei "teologi della chiesa bassa" (l'arcivescovo di Cantérbury John
Tillotson e il teologo anglicano Edward Stillingfleet) e più in generale al
latitudinarismo, movimento di riforma religiosa che si sviluppa nella Chiesa
anglicana a partire dalla metà del Seicento e che vede tra i sui protagonisti
John Hales e William Chillingworth.
Il termine "latitudinario" rinvia all'apertura e universalità di una Chiesa
fondata su pochi culti e su un'idea di credenza molto "estesa" al cui interno
possano convivere differenti interpretazioni della fede. Per quanto
riguarda i precetti e le pratiche culturali, essi possono essere accolti senza
grande impegno ed eventualmente modificati qualora non concordino con la
sensibilità dei fedeli. La fede cristiana è rivelata dalla Bibbia ma, senza
arrivare agli estremi di quelle sette che sostenevano un'interpretazione
personale di tutti i suoi punti, viene lasciata la libertà di interpretare le
Scritture a seconda delle abitudini religiose e delle esigenze dei fedeli.
Dietro la posizione religiosa tollerante risiede il progetto politico di cercare
una pace religiosa che dopo la restaurazione di Giacomo II impedisca la continua
lotta tra le sette sotto l'egida e nel nome di una vasta Chiesa di Stato di orientamento anglicano in grado di
opporsi anche al ritorno del dogmatismo papista.
Nonostante molti punti comuni, la posizione "tollerante" dei platonici ha
origini teoriche e non politiche. Le radici delle idee dei cantabrigensi vanno
ricercate nella ripresa della teoria neoplatonica di Marsilio Ficino e
dell'Accademia Fiorentina secondo cui non esiste un'unica via per arrivare a Dio
e ogni sforzo va ugualmente premiato.
La tradizione filosofica e religiosa si snoda lungo un percorso che, senza
soluzione di continuità, collega e allinea le conquiste della scienza, il
pensiero del Rinascimento, la patristica, il neoplatonismo, Platone e le Sacre
Scritture. La storia è vista come un continuo rifiorire sotto diverse sembianze
degli stessi temi.
L'influenza dei temi rinascimentali è testimoniata anche dal grande interesse
che si nutre per l'esoterismo, la cabala e più in generale i fenomeni
magico-ermetici.
Interpretati come manifestazioni dell'elemento spirituale che
muove il mondo, questi fenomeni vengono posti sullo stesso piano della scienza
sperimentale e meccanicista.
Tornando agli interessi politico-religiosi, bisogna sottolineare tre cose: la
prima riguarda il fatto che l'Università di Cambridge nel periodo della
rivoluzione inglese è abbastanza isolata dal resto del Paese e si presenta come
una grossa città degli studi pacificamente ripiegata su se stessa.
La seconda concerne la struttura del neoplatonismo che costituisce l'ossatura
del movimento: fondato sulla credenza in una scala o gerarchia degli esseri, il
neoplatonismo può fornire all'episcopato anglicano e alla monarchia la base
teorica per arginare il proliferare delle spinte dei vari culti e sette.
Tuttavia è anche vero, e qui sta il terzo punto, che dalle posizioni dei
platonici di Cambridge emerge una posizione di fatto aperta al dialogo, moderata
e aliena dal dogmatismo, che, come la tradizione scolastico-aristotelica,
impedisce all'uomo di svolgere le sue ricerche in piena autonomia.
Whichcote,
per esempio, sostiene che solo dopo aver riflettuto ed esaminato con attenzione
e in piena libertà le ipotesi che gli si pongono di fronte l'uomo può credere e,
dopo aver deliberato razionalmente, impegnarsi in una cosa piuttosto che in
un'altra. Per chiarire queste idee Whichcote ricorre a un'immagine biblica che
vale anche come critica alla svalutazione della ragione che calvinisti e
puritani vedono originarsi dal peccato originale. La ragione dell'uomo è
paragonata alla "candela del Signore" che con la sua luce costituisce l'unico
rimedio contro i danni che derivano dall'abbandonarsi all'entusiasmo disordinato
delle passioni. Nel 1660 escono i Discorsi di John Smith, in cui si sostiene la
necessità di affidare all'intuizione la possibilità di conoscere le principali
verità sull'uomo, cioè l'immortalità e l'immaterialità dell'anima, la
spiritualità della materia e la libertà dell'uomo.
L'organo attraverso il quale si conosce è, agostinianamente, la ragione e non
l'intelletto. In particolare, l'intuizione razionale dell'immaterialità
dell'anima permette l'avvicinamento alla
teoria cartesiana del dualismo sostanza pensante/sostanza estesa.
II fatto di
aver radicalmente separato anima e corpo porta i platonici di Cambridge a
dedicarsi con passione allo studio sperimentale dei corpi. L'indagine
scientifica, integrata nella più generale prospettiva teologica dei rapporti tra
Dio e la natura, gode della più grande dignità: grande attenzione
viene ad esempio dedicata agli studi di Boyle sul concetto di forza per le
interpretazioni spiritualistiche a cui si presta questa idea.
Il metodo scientifico meccanicistico non deve però pretendere di offrire una
spiegazione onnicomprensiva della realtà bensì limitarsi all'analisi della
materia. Se questo non si verifica, ecco che la scienza pecca immediatamente di
dogmatismo e intolleranza: sono questi forse gli unici due punti su cui non si
cerca di trovare un accordo.
Henry More
L'introduzione di Cartesio in Inghilterra si deve a Henry More (1616-1687). More
utilizza la prova ontologica di Cartesio per avallare l'ipotesi di un Dio
creatore e conservatore dell'ordine dell'universo.
Il pensiero di Cartesio viene quindi inserito in una apologetica che ripercorre
a ritroso le tappe della storia del pensiero occidentale, in accordo con il
sincretismo rinascimentale di Pico della Mirandola e Ficino, fino a trovare un
filo conduttore tra Cartesio, Democrito e il pensiero delle Scritture. La
filosofia cartesiana influenza comunque More sino a un certo punto. In un lungo
carteggio, il filosofo inglese delinea quali sono i suoi punti di dissidio. Il
centro del problema riguarda l'estensione degli spiriti; per Cartesio
l'estensione si identifica con la corporeità, e quello del rapporto con l'anima
inestesa rimane un problema da risolvere.
La soluzione al problema fornita da More verte sul fatto che la distinzione tra
corpo e anima è preceduta dal rapporto tra la sostanza e l'estensione:
quest'ultima in particolare è un attributo della prima. Quindi, dato che
l'estensione è antecedente alla suddivisione della sostanza, il problema di
Cartesio è risolto alla radice. Infatti si può tranquillamente concepire una
estensione spirituale che precederà quella corporea: in entrambi i casi si
tratta di attributi della stessa sostanza.
Nell'originale soluzione di More si può vedere il tentativo di risolvere il
problema dell'unità della sostanza muovendo da un punto di vista "spirituale",
o, come diremmo oggi, mentale. Dio è concepito come un'infinita estensione
spirituale. In questo modo, lo si può anche far equivalere al vuoto inesteso che
circonda il mondo corporeo esteso.
Le osservazioni di More a Cartesio con l'ammissione del vuoto e la negazione
dell'identificazione di materia ed estensione, poi riprese da Newton, portano ad
asserire quindi l'esistenza dello spazio vuoto e ad associarlo a Dio. Poiché lo
spazio è necessario, eterno e infinito, esso possiede alcuni attributi
fondamentali della divinità.
Se perciò Cartesio ipotizza una coincidenza di spazio e materia, le sue tesi
finiranno col divinizzare la materia, giustificando l'accusa di ateismo rivolta
alla sua dottrina. È infatti impossibile delimitare lo spazio senza che oltre i
suoi limiti non ci sia altro spazio e quindi materia, ma questo annulla la sua
creazione poiché prima della materia ci sarebbe ancora lo spazio che con quella
si identifica. La materia sarebbe allora necessaria proprio come Dio: si aprono
le porte così alla teoria di Spinoza.
A questa accusa Cartesio risponde che prima della creazione il nulla e non lo
spazio occupa il posto della materia, ma sia More sia Newton gli obiettano
l'impossibilità di pensare l'annientamento dello spazio. Se anche i corpi
cessano di esistere, al loro posto sussisterà sempre qualcosa: lo spazio per
l'appunto, le cui caratteristiche ricadranno ancora sulla materia implicando la
sua divinizzazione. In realtà sono i due pensatori inglesi a considerare lo
spazio come eterno e increato e ad accusare poi Cartesio di divinizzare la
materia identificandola con la loro concezione di spazio.
La costituzione gerarchica degli esseri propria del neoplatonismo costituisce un
valido impianto in cui inserire il sistema di More.
Tutta la realtà, scrive More nell'Enchiridion metaphysicum, è costituita da un
principio spirituale, "lo spirito plastico", che altro non è che una
rielaborazione della dottrina medievale dell'anima mundi.
Lo spirito plastico parte dall'assoluta spiritualità di Dio e per emanazione
degrada man mano che si discende verso gli esseri materiali. Anche la più infima
parte di materia, tuttavia, conserva un qualche residuo di spiritualità
permettendo, anche da un punto di vista epistemologico, di mantenere unita la
sostanza. L'idea del degradare dello spirito permette un intervento ordinatore
da parte di Dio nell'ordine dei fenomeni. Le leggi della meccanica non vengono
per questo abolite: esse, sempre create da Dio, regolano gli eventi generali
della natura. Il compito dello "spirito plastico" è quello di perfezionare i "meccanismi"
più raffinati. Una tale concezione porta More a criticare ogni forma di
materialismo e di meccanicismo.
L'obiettivo polemico prirícipale di More è Hobbes, le cui_tesi deterministiche
portano alla negazione dell'azione divina, della libertà umana e dell'attività e
immortalità dell'anima. Anche l'idea cartesiana di una fisiologia delle facoltà
dell'anima collegate nel senso comune viene criticata da More.
L'attività dell'anima viene spiegata dal filosofo di Cambridge con il ricorso al
principio dell'estensione spirituale: l'anima è concepita come un punto
spirituale esteso che si differenzia nelle varie funzioni per emanazione. Dal
suo carattere puntuale deriva la sua unitarietà; il suo collegamento con il
corpo lo deve al fatto che ne condivide l'estensione. La teoria monadologica di
Leibniz risentirà di quest'idea.
Per dimostrare le sue tesi More non fa uso solo di temi filosofici, ma attinge
largamente dalla tradizione magico-ermetica e cabalistica, producendo così una
difficile letteratura del tutto priva di ordine, piena di rimandi occulti e da
decifrare all'interno delle tradizioni più disparate.
Questo stile si può ritrovare anche nell'Enthusiasmus triumphatus (la più
politica delle opere del filosofo inglese) in cui si cerca di dimostrare
l'equivalenza tra fanatismo, entusiasmo religioso e ateismo egualmente nemici di
tolleranza e razionalismo religiosi.
Sviluppi del platonismo: Ralph Cudworth e John Norris
L'opposizione al materialismo è un tratto che contraddistingue anche il pensiero
di Ralph Cudworth (1617-1688). Anche per Cudworth la realtà si fonda su un
principio spirituale. Fare ricorso all'estensione materiale, e quindi al
meccanicismo, per spiegarla, equivale a negare ogni attività nella natura. Non
si nega validità al meccanicismo nell'analisi della natura inorganica, ma non lo
si può neppure assumere come ipotesi esaustiva di spiegazione dei fenomeni. Se
la materia è infatti passiva, cosa dire dell'attività della mente, del pensiero,
della volontà, delle azioni e, in filosofia naturale, delle forze e dei
movimenti? Non resta che ammettere l'esistenza di un principio attivo che muove
la materia e che le è estraneo: la "mente". La materia è messa in forma dal
principio della "natura plastica", che è l'equivalente dello "spirito plastico"
di More e che costituisce il tramite tra il mondo e Dio.
Come in More, anche in Cudworth la gerarchia neoplatonica degli esseri
costituisce la cornice entro cui inserire il percorso che collega la materia più
infima a Dio.
L'analisi della conoscenza prova l'esistenza di una serie di forme che
permettono di comprendere le cose. Queste forme sono principi universali che si
trovano nella mente anche se non alla maniera delle idee platoniche. Se trovano
il loro fondamento nella mente divina (dato che Dio costituisce e garantisce
l'essenza e l'esistenza delle cose) non per questo sono reminiscenze di un
archetipo divino. Le idee sono generate dalla mente nella sua attività e trovano
la loro conferma negli oggetti dell'esperienza che vengono da queste "anticipati".
Ciò distingue Cudworth da un altro platonico, formatosi però a Oxford, come
Norris. Anche secondo John Norris (1657-1711) le cose hanno delle forme eterne e
ideali; non si tratta tuttavia di principi o idee innate, quanto piuttosto di
forme che si trovano nella mente divina e che l'uomo può cogliere sia
nell'ordine del creato sia grazie a una illuminazione che permette di vedere
come realmente le cose si trovino in Dio. Meno originale di More, Cudworth è più
inserito nella vita politica. Molto vicino alle idee dei latitudinari, si
adopera per adattare le sue idee sull'anima e sul mondo all'elaborazione di
un'etica. I principi morali sono da annoverare tra le idee universali: sono
quindi immutabili e non dipendono dalla volontà.
Il fatto che non si rispetti una norma è un errore dell'intelletto e non della
volontà. Questa posizione permette una grande libertà. Ognuno può scegliere di
agire secondo la coscienza della propria decisione razionale. Dio garantisce
l'universalità dei principi etici, che sono però pur sempre generati dalle
singole menti. La volontà è sì subordinata al giudizio della ragione, ma è anche
vero che in questo modo è libera di prendere posizione.
Leggi della natura ed etica: Nathaniel Culverwel
Il nucleo della riflessione di Nathaniel Culverwel (1618-1651), che si trova nel
Discorso sul lume naturale, ruota attorno alla capacità della ragione di
illuminare la via dell'uomo. Per illustrare quest'idea viene ripresa l'immagine
biblica, già usata da Whichcote, della "candela del Signore". Dio ha creato e
ordinato il mondo secondo le leggi della natura e ha fornito all'uomo la ragione
perché sia in grado di veder chiaro su quelle leggi.
Ciò che soprattutto interessa Culverwel è capire quali sono le leggi che
regolano l'attività morale dell'uomo. Il richiamo al volontarismo è fondamentale
e va inteso in due modi: da un lato il volontarismo della legge divina che crea
il mondo e, dall'altro, la volontà umana di usare la Cagione per chiarire quelle
leggi del suo agire. Il punto di awio di tutta la riflessione viene individuato
in un'analisi della conoscenza in cui viene sottolineato con decisione il ruolo
dell'esperienza sensibile. In questo campo nessuna certezza ci può venire dalla
reminiscenza di idee innate (nonostante Culverwel ammetta l'esistenza di alcuni
principi "stampati nella mente"). Neppure l'evidenza del cogito cartesiano può
esserci d'aiuto. L'unica via che resta su cui fondare, e quindi generalizzare,
ogni conoscenza particolare è, in anticipo su Locke, la sensazione.
L'evidenza
della sensazione elimina i pericoli dello scetticismo e mette fuori gioco le
tesi preconcette dei dogmatici aristotelici. Inizia a partire dalla sensazione
quel processo che grazie alla luce della ragione porta a riconoscere le leggi
naturali e morali che Dio ha stabilito per reggere il mondo e gli uomini.
Esiti e sviluppi del movimento
Dopo le sintesi dei suoi maggiori interpreti, l'indirizzo della filosofia di
Cambridge si parcellizza nell'analisi di alcuni studiosi che valorizzano un
singolo aspetto dei tanti temi considerati, dimenticando che la caratteristica
principale della corrente era l'accogliere e cercare un
accordo tra diverse posizioni.
In particolare, a partire dalla metà del secolo
assistiamo all'accentuarsi di temi fideistici e scettici.
Questo indirizzo è
sicuramente stato influenzato da Joseph Glanvill (1636-1680).
Studioso e uomo
politico di estrazione oxoniense, Glanvill è legato agli studiosi di Cambridge
dai rapporti di amicizia intrattenuti con More sulla base del comune interesse
per i fenomeni di magia, uno dei modi in cui si manifesta la spiritualità che
anima l'universo, e per l'avversione al meccanicismo materialista equiparato a
un moderno sadduceismo. L'intento di Glanvill è quello di evitare ogni posizione
dogmatica. Nella sua opera maggiore, Vanità del dogmatismo, si trova espressa
una posizione tollerante con una decisa interpretazione in chiave erastiana dei
rapporti tra Chiesa e Stato.
Per quanto riguarda l'analisi della conoscenza, Glanvill esamina in modo
approfondito tutte le grandi indagini sui suoi fondamenti, come il rapporto
mente-corpo o il nesso di causa ed effetto, ritenendole insoddisfacenti.
L'analisi meccanicistica e l'induzione sperimentale si rivelano strumenti
limitati solo ai fenomeni più generali della natura. Lo stato migliore per il
progresso della conoscenza e della scienza è quello di una continua incertezza:
"La sicurezza nelle incertezze è il maggior nemico di ciò che è certo".
La salvaguardia di alcuni punti della matematica e dei precetti teologici
impediscono di vedere in Glanvill il sostenitore di uno scetticismo totale.
La stessa cosa non può essere affermata invece per quanto riguarda il pensiero di
Thomas Baker che sostiene la tesi dell'incertezza di tutte le scienze: esse
infatti dipendono da ipotesi i cui assunti di fondo non potranno mai essere
dimostrati, né provati. L'unica soluzione è quella di affidarsi in tutto e per
tutto alla rivelazione.
Vicino alle idee di Baker è anche Richard Burthogge che
si caratterizza per una posizione che relativizza ogni conoscenza al soggetto.
Principi come quello della connessione tra causa ed effetto o del rapporto tra
sostanza e accidente (o ancora il rapporto tra l'intero e la parte) hanno
esclusivamente un'esistenza nella mente del soggetto che li pensa: Berkeley e
Hume risentiranno di questa idea. Anche l'interpretazione della verità segue
questa posizione: essa infatti non è concepita come un accordo tra l'intelletto
e una cosa (o uno stato di cose) esterna, quanto come un'armonia tra contenuti
mentali.
Proprio per evitare ogni forma di filosofia che, ponendo l'accento sulla volontà
individuale porti a esiti scettici e a posizioni individualiste, studiosi come
George Rust pongono tutto l'interesse delle loro ricerche su una rigorosa difesa
dell'eternità e necessità di quelle idee e principi morali che sono innati nella
ragione di ogni uomo.
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