FILOSOFI
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IL PREILLUMINISMO ITALIANO

L'anticurialismo di Pietro Giannone


L'illuminismo italiano trova la sua più significativa fase preparatoria soprattutto nel diffondersi della «ragione galileiana» e nella vita delle Accademie come quella romana dei Lincei, quella fiorentina del Cimento e quella napoletana degli Investiganti.

Proprio a Napoli, Tommaso Cornelio (1614-1684) aveva fatto conoscere gli scritti di Cartesio, ma anche le idee di Gassendi e quelle di Bacone, di Newton e di Boyle.

Seguace di Cartesio, sempre a Napoli, si professò Gregorio Caloprese (1650-1715); e la stessa cosa vale per i tre giuristi Francesco D'Andrea (1625-1698), Giuseppe Valletta (1636-1714) e Costantino Grimaldi (1667-1750), i quali furono contrari e avversarono le ingerenze del potere ecclesiastico negli affari dello Stato.

Questa tesi torna con maggior vigore nella Istoria civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone.



Pietro Giannone


Le idee nuove messe in circolazione da Magalotti, Fardella e Conti

Preilluministi vengono considerati —per esempio da Paolo Casini —, Lorenzo Magalotti, Michelangelo Fardella e Antonio Conti. Il segretario dell'Accademia del Cimento, Lorenzo Magalotti (1636 - 1712) ebbe il merito, dopo aver molto viaggiato, di render note in Italia le idee di Hobbes, Barrow, Collins e Hooke.

Michelangelo Fardella (1650-1718), prima francescano e poi prete secolare, insegnò a Messina e a Roma; interessato specialmente alla matematica e alla fisica, fu per tre anni a Parigi dove conobbe Malebranche e Arnauld; tornato in Italia, divenne professore di «astronomia e meteore» a Padova, e qui ebbe la visita di Leibniz. Tra le sue opere sono da ricordare: l'Universae philosophiae systema (1691); la Universae usualis mathematicae theoria (1691); l'Animae humanae natura ab Augustino detecta (1698). Di lui esiste anche un frammento di lettera a Leibniz, nella quale Fardella chiede chiarimenti a proposito del calcolo infinitesimale. Preoccupato dell'accordo tra fede religiosa e i nuovi lumi della ragione, Fardella ebbe come allievo Antonio Conti, che appunto da lui apprese la filosofia cartesiana.

Antonio Conti nacque a Padova nel 1677 da ricca famiglia. Anch'egli viaggiò molto, conobbe di persona Newton, Malebranche, Fontenelle e Leibniz. A Londra partecipò ad alcune sedute della Royal Society. Studioso della letteratura matematica allora più avanzata (Newton, Leibniz, Giacomo e Giovanni Bernoulli), a Padova si legò in amicizia con il grande medico e biologo Antonio Vallisnieri. In filosofia, Conti cercò di conciliare empirismo e razionalismo, come egli dichiara con tutta franchezza:

Il metodo di filosofare di Galileo era di cominciare dal senso, nel che conveniva con Bacone di Verulamio, col Lockio, laddove il metodo di filosofare di Cartesio, inculcatomi da Fardella, era di cominciare dall'idea e da Dio. Io pensai di conciliarle.

Non molto originale, «gli va comunque riconosciuto il merito di avere contribuito in misura notevolissima a porre in circolazione nel nostro paese nuovi importanti temi culturali, diffondendo la conoscenza di 'dottrine filosofiche di cui intuì la ricchezza e la fecondità, anche se non riuscì a penetrarne tutto il significato e tutte le conseguenze» (Ludovico Geymonat - Renato Tisato).
Antonio Conti è morto nel 1749.

Ludovico Antonio Muratori e la difesa del buon gusto

A ogni buon conto, la figura più rappresentativa del preilluminismo italiano è certamente Ludovico Antonio Muratori (1672-175o). La grande opera storica ed erudita di Muratori è consegnata agli Annali d'Italia (1744-1749) e, in lingua latina, alle Antichità italiane del Medioevo (1738-1742), che forniranno ai romantici la migliore documentazione per la loro rivalutazione del Medioevo.

Uomo profondamente religioso e sinceramente cattolico, Muratori può venir a buon diritto considerato illuminista per tutta una serie di ragioni: per la difesa del «buon gusto», vale a dire del senso critico; per le sue critiche ad Aristotele e alla filosofia scolastica; per la fiducia nel miglioramento materiale e morale, miglioramento ottenibile attraverso il sapere; per il richiamo all'esperienza nella ricerca e nelle dispute scientifiche; per la consapevolezza dei limiti della ragione. Scrive Muratori nelle Riflessioni sopra il buon gusto nelle lettere e nelle arti (1708):

Noi per buon gusto intendiamo il conoscere ed il poter giudicare ciò che sia difettoso o imperfetto o mediocre nelle scienze o nelle arti, per guardarsene, e ciò che sia il meglio o il perfetto perseguirlo a tutto potere.

Muratori apprezza perciò Cartesio: per il coraggio avuto nel demolire il cattivo gusto di quanti seguivano Aristotele a occhi chiusi. Sempre sulla base del buon gusto Muratori critica la logica e la metafisica scolastiche, verbose e inutili, e acriticamente ossequiose dell'autorità:

Perché vogliamo noi adottare ancor gli errori altrui; e con poco saggio ossequio difendere più l'autorità particolare, che la ragione universale?

Fiducioso, quindi, nella «ragione universale», Muratori, da buono storico, era un realista riguardo la debolezza e la malvagità umana: c'è pertanto in lui un certo qual pessimismo sulle vicende mondane, riscattabili solo dalla misericordiosa Provvidenza divina. Da ciò appunto la necessità, per l'uomo, della fede religiosa, oltre che dell'uso corretto della ragione feconda di verità e di opere utili. Ben si guarda Muratori dall'identificare la religione con gli studi teologici o di filosofia scolastica:

Per religione intendo il credere, adorare, amare ed ubbidir Dio nella forma che a noi fu prescritta da Cristo salvator nostro.

E, pur non disprezzando la vita contemplativa, Muratori apprezzò maggiormente l'impegno razionale degli uomini nel mondo. Dio ha dato all'uomo la ragione, e di conseguenza

(l'uomo] a tutto potere avrebbe da applicarsi per perfezionare questo gran regalo, accrescendo cognizioni alla sua mente, migliorando i sui costumi e procurando a se stesso una soda e durevole felicità in questa e nell'altra vita.

Ecco i consigli di Muratori per la realizzazione di questi scopi:

Dare il suo tempo a Dio, dare il suo al governo di sua casa, a' proprj interessi; se si ha abilità e vocazione, coltivare scienza ed arti, o almeno occuparsi colla lettura di libri utili e sani, ovvero faticare in qualche impiego proporzionato alle sue forze, od esercitarsi in qualche onesta applicazione come l'agricoltura, la mercatura; servire, ancora, e giovare, se si può, al pubblico suo; tenere il corpo in moto e prendere a suo tempo i divertimenti convenevoli a saggie persone.

Con questo, Muratori non esclude affatto la solitudine:

[Il ritiro dal mondo] può essere anch'esso lodevole, purché così convegna al proprio istituto o a proprj affari, o serva allo studio delle lettere, la meditazione della virtù, e de' proprj doveri, e a fuggir le occasioni de' vizj. Ma non già per darsi alla dappocaggine e schivare ogni applicazione e fatica, né per far diventare scuola d'ozio la fuga dal secolo. Quell'ingegnoso sorcio ancora, che s'era fabbricata una casa in un grosso formaggio lodigiano, allorché i compagni vennero ad invitarlo ad un concilio che per gran bisogno della repubblica sorcina si doveva tenere, affacciatosi al buco freddamente rispose loro ch'egli s'era ritirato dal mondo, e però provvedessero eglino a' propij casi: e con tale risposta li mandò in pace. Per altro, se merita encomj chi si ritira dal mondo per contemplar Dio e vivere a Dio, più ancora è commendabile chi nello stesso tempo sa vivere a Dio e, senza uscire dal commercio degli uomini, sa giovare agli altri uomini. Chi non vede che il solitario cerca solo il bene di se stesso, laddove chi si esercita per giovare anche al bene pubblico cerca il proprio e l'altrui bene, diffondendo sopra il suo prossimo que' tesori ch'egli possiede o raduna anche per sé?