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JEAN-PAUL SARTRE
(1905-1980)

Sartre è stato il maggiore rappresentante dell’esistenzialismo francese (insieme
ad Albert Camus e a Simone de Beauvoir). Poligrafo, si è trovato a suo agio nei
più diversi generi letterari: dal saggio al romanzo, dal teatro alle grandi
opere filosofiche all’articolo giornalistico. Nel 1964 gli fu assegnato il
premio Nobel per la letteratura che però Sartre rifiutò. E’ morto a Parigi, nel
quartiere latino, al numero 47 di rue Bonaparte, nel 1980.
Sartre iniziò la sua attività di scrittore con studi di psicologia
fenomenologica, in opposizione alle concezioni contemporanee che erano dominate
da una visione naturalistica dei fatti psichici e dal primato assegnato al
problema della conoscenza.
Sartre ritiene che la fenomenologia di Husserl
permetta di cogliere i significato autentico dei vari fenomeni psichici, grazie
al concetto di intenzionalità, che consente di evitare la riduzione sia del
soggetto all’oggetto e sia dell’oggetto al soggetto, ossia gli scogli opposti di
realismo-materialismo e idealismo. A differenza di Husserl poi, Sartre ritiene
che il rapporto tra la coscienza ed il mondo non sia di tipo soprattutto
conoscitivo. L’ego è soltanto una delle modalità della coscienza, la modalità
riflessa, che è secondaria rispetto alla modalità irriflessa, mentre le emozioni
sono delle modalità essenziali e non secondarie nelle quali la coscienza si
rapporta al mondo e gli conferisce un significato. Meglio ancora, l’ego non è "nella
coscienza, ma è fuori, nel mondo: è un ente del mondo come l’io di un altro". Il
che vuol dire che l’uomo è quell’essere la cui apparizione fa sì che esista un
mondo.
E’ l’uomo che dà senso al mondo, mentre il mondo, di per sè, non ha alcun
senso.
Quest’ultima tesi viene rielaborata in forma letteraria nel famoso romanzo La
nausea (1938), in cui si narrano le vicende di un certo Antoine Roquentin, il
quale, riflettendo sulle ragioni della propria esistenza e del mondo che lo
circonda, ha l’esperienza rivelatrice della nausea. La nausea è il sentimento
che ci invade quando si scopre l’essenziale assurdità e contingenza della realtà.
"Il mondo … questo grosso essere assurdo. Non ci si poteva nemmeno domandare da
dove uscisse fuori, tutto questo, nè come mai esisteva un mondo invece che
niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non
c’era stato niente prima di esso. Niente. Non c’era stato un momento in cui esso
avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m’irritava : senza dubbio
non c’era alcuna ragione perchè esistesse, questa larva strisciante. Ma non era
possibile che non esistesse. Era impensabile : per immaginare il nulla occorreva
trovarcisi già, in pieno mondo, da vivo, con gli occhi spalancati, il nulla era
solo un’idea nella mia testa, un’idea esistente, fluttuante in quella immensità
: quel nulla non era venuto prima dell’esistenza, era un’esistenza come un’altra
e apparsa dopo molte altre".
Scoprire che il mondo non ha senso, che è assurdo, provoca la nausea. Sartre
scrive ancora: "L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione,
l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente : gli
esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è
qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare
questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sè. orbene, non
c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza : la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si
può dissipare; è l’assoluto, e per
conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa
città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo
stomaco e tutto si mette a fluttuare … ecco la Nausea".
La vita di Roquentin si scopre dunque priva di senso; nessuno scopo riesce più
ad orientarla; egli esiste come una cosa, come tutte le cose che emergono,
nell’esperienza della nausea, nella loro gratuità ed assurdità. "Ogni esistenza
nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione".
Ne L’essere e il nulla (1943), Sartre giustifica le stesse idee in un saggio
filosofico di ampio respiro che esprime i concetti che diverranno famosi di un
clima esistenziastico del Dopoguerra: assurdità, non senso, nulla.
La coscienza – dice Sartre – è sempre coscienza di qualche cosa, e di qualche
cosa che non è la coscienza: questo essere è definito da Sartre come
l’essere-in-sè o, brevemente, l’in-sé. In altri termini, sono tutte le cose che
non sono la coscienza, gli oggetti che incontriamo e via dicendo. L’essere-in-sé
è ciò che è, non è possibile nè necessario, è semplicemente. La coscienza viene
invece definita da Sartre come l’essere-per-sèé o, brevemente, per-sè, che indica
che essa è presenza a sè stessa. In altri termini: io ho coscienza degli oggetti
del mondo, ma nessuno di questi oggetti è la mia coscienza. Se poi la coscienza
è presenza a se stessa, questa presenza a se stessa implica una sorta di
scissione, di separazione interiore nell’essere della coscienza perchè essa
fonda se stessa in quanto si determina perpetuamente a non essere l’in-sè. La
realtà umana è quindi, per Sartre, nullificazione, mancanza di essere.
Il nulla,
nel linguaggio sartriano, è la condizione necessaria del per-sè, cioè della
coscienza umana, che fa sempre l’esperienza del nulla in ogni atto dell’esistere
e dell’agire. Questo è dimostrato ad esempio dal desiderio: esso non è forse un
bisogno di completamento poichè desidero ciò che mi manca, ciò che non ho? Ma
non solo: si pensi alla figura di un cerchio incompiuto, ad un quarto di Luna:
essi non mancano forse qualcosa per la coscienza, la quale si aspetta o pretende
il loro completamento, e cioè quello che non è? Analogamente, tutti i tratti
della realtà umana sono visti da Sartre come rapporti di nullificazione: ad
esempio la conoscenza è tale perchè l’oggetto si presenta alla coscienza come
ciò che non è la coscienza; oppure gli altri, le altre persone: l’altra
esistenza è tale in quanto non è la mia, anzi qui la negazione è reciproca.
Il nulla è dunque intrinsecamente legato all’essere, ma non è generato
dall’essere, bensì dall’essere della coscienza che si
perpetua a non essere l’in-sé. Ma, per potere fare ciò, per poter decidere
continuamente di non essere l’in-sé, la coscienza vivere in una condizione
particolare, deve cioè essere libera. E in effetti, per Sartre, la coscienza è assolutamente libera. E per
libertà Sartre intende proprio quella possibilità di
nullificazione o rottura del mondo che è la struttura stessa dell’esistenza
umana. L’uomo è inoltre perpetuamente minacciato dalla nullificazione della sua
scelta attuale, è, in altri termini, perpetuamente minacciato di scegliersi,
quindi di diventare altro da quello che è. L’uomo, dice Sartre, è "condannato ad
essere libero" nel senso che è "condannato" perchè non si è creato da
sè, ma,
una volta nato, è però responsabile di tutto quello che fa, del suo progetto
fondamentale, della sua vita e di quella degli altri. Dunque tutto ciò che
accade all’uomo dipende dalla libertà e dalla responsabilità della scelta
originaria. Da questo punto di vista, nulla di ciò che accade all’uomo, per
quanto terribile sia, può essere detto inumano, poichè tutto è dipeso dall’uomo.
E nessuno ha scuse : se si fallisce, si fallisce perchè si è scelto di fare
fallimento. Cercare delle scuse significa essere in malafede: la malafede
presenta infatti il voluto come fosse una necessità inevitabile.
L’uomo quindi si sceglie. La sua libertà è incondizionata (perchè egli può
mutare in ogni istante, il suo progetto fondamentale). E
come la nausea costituiva l’esperienza metafisica che rivelava la gratuità e
l’assurdità dell’esistenza e delle cose, così l’angoscia è l’esperienza
metafisica del nulla, cioè della libertà incondizionata dell’uomo, che può ad
ogni momento cambiare ciò che è e diventare qualcos’altro.
Se le cose del mondo sono gratuite, prive di senso e di fondamento, allora è
solo l’uomo che può dare ad esse un valore e un senso. L’uomo è quindi l’essere
"per cui i valori esistono". Una volta stabilito questo, però, per Sartre
bisogna riconoscere che, in fondo, tutte le attività umane sono equivalenti e
che tutte sono votate per principio allo scacco (ecco il tanto contestato
pessimismo sartriano )! "E’ la stessa cosa – scrive Sartre – in fondo,
ubriacarsi in solitudine o condurre i popoli. L’uomo è una passione inutile".
L’uomo cerca indubbiamente di porre rimedio a questa situazione: l’uomo è infatti quell’essere che… progetta di essere Dio! Tuttavia, l’uomo non
può che
essere un Dio mancato. L’uomo si proietta sempre al di là di se stesso, ricerca
sempre un valore fondato e fondante, mentre, deve ammettere, prima o poi, lo
scacco finale: le attività umane sono tutte equivalenti perchè tendono a
sacrificare l’uomo per far nascere la causa di sè, Dio, ma poichè questo è impossibile, tutte sono votate allo scacco. Anche
perchè c’è sempre un altro a
contrastare questo progetto. L’altro, dice Sartre, è colui che mi fissa e mi
paralizza col suo sguardo; mentre, fino a quando l’altro non c’era, io ero
completamente libero, ero cioè soggetto e non oggetto. Quando appare l’altro,
nasce il conflitto. Ecco perchè "l’inferno sono gli altri" (A porte chiuse,
1945).
Ne L’esistenzialismo è un umanismo (1946), Sartre cerca di smorzare il
pessimismo delle sue tesi precedenti. Anzi si dichiara apertamente per
l’esistenzialismo e lo considera una dottrina dell’impegno e della
responsabilità. L’esistenzialismo viene da lui definito come quella dottrina per
la quale "l’esistenza precede l’essenza", nel senso che l’uomo, in primo luogo
esiste, cioè si trova nel mondo, e dopo si definisce per quello che è o vuole
essere. Se dunque l’esistenza precede l’essenza, non sarà mai possibile
spiegarla in riferimento ad una natura umana data e immodificabile. In altre
parole, non c’è determinismo, l’uomo è libero, l’uomo è libertà. E se l’uomo è libero,
è anche responsabile di quello che fa. Così, dice Sartre, il primo passo
dell’esistenzialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la
responsabilità totale della sua esistenza. E quando
l’uomo sceglie, sceglie anche per tutti gli uomini. Così la nostra
responsabilità è molto più grande di quello che potremmo supporre, poichè essa
obbliga l’umanità intera.
"Se Dio non esiste – scrive Sartre – non troviamo
davanti a noi dei valori o degli ordini in grado di legittimare la nostra
condotta. Così non abbiamo… delle giustificazioni o delle scuse. Siamo soli,
senza scuse. E’ ciò che esprimerò con le parole che l’uomo è condannato ad
essere libero. Condannato perchè non si è creato da se stesso, e pur tuttavia
libero, perchè, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa".
In conclusione, l’esistenzialismo è una dottrina ottimistica perchè afferma che
il destino dell’uomo è nelle mani dell’uomo stesso e che l’uomo non può nutrire
speranza se non nell’azione.
Nell’ultima sua grande opera di contenuto teoretico, la Critica della ragione
dialettica (1960), Sartre presenta la teoria dell’azione e della storia come una
reinterpretazione originale dei rapporti tra esistenzialismo e marxismo. In
primo luogo la libertà, che nelle opere precedenti era stata considerata da
Sartre come assoluta e incondizionata, viene adesso ridimensionata. L’uomo è sempre dichiarato libero ma la sua
libertà dipende anche dagli altri e dal
contesto sociale in cui si trova. "Dire di un uomo ciò che egli è, significa
dire ciò che egli può e reciprocamente : le condizioni materiali della sua
esistenza circoscrivono il campo delle sue possibilità… così il campo del
possibile è lo scopo verso il quale l’agente oltrepassa la sua situazione
obiettiva. E questo campo, a sua volta, dipende strettamente dalla realtà
sociale e storica".
Perciò Sartre dice di accettare la concezione materialistica
di Marx, per cui "il modo di produzione della vita materiale domina in generale
lo sviluppo della vita sociale, politica e intellettuale". Egli rifiuta
però
nettamente il materialismo dialettico di Engels. Sartre rifiuta in primo luogo
le leggi della dialettica della realtà proposte appunto da Engels dicendo che "questa
dialettica può effettivamente esistere, ma bisogna riconoscere che non ne
abbiamo la benchè minima prova". Egli insomma non accetta le leggi proposte da
Engels come regole che guiderebbero lo sviluppo della natura, della storia e del
pensiero. L’ammissione di quelle leggi, secondo Sartre, implicherebbe un "beato
ottimismo" che proclama un finalismo di tipo hegeliano e, cosa ancora più
inammissibile, ridurrebbe l’uomo ad un semplice strumento passivo della
dialettica, incapace di sottrarsi al più rigido determinismo. La dottrina della
dialettica – nota Sartre – è diventata oggi una sorta di dogma per cui il
marxismo odierno "non sa più di nulla : i suoi concetti sono Diktat; il suo
fine non è più di acquistare cognizioni, ma di costituirsi a priori come sapere
assoluto". E poichè il marxismo ha dissolto gli uomini "in un bagno di acido
solforico", l’esistenzialismo ha potuto invece "rinascere e mantenersi
perchè
affermava la realtà degli uomini".

Jean-Paul Sartre
La nausea
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