La filosofia della fisica: Berkeley precursore di
Mach
I due cardini gnoseologici su cui si regge e si sviluppa il progetto della nuova
apologetica di Berkeley sono:
a) il nominalismo, cioè
la concezione che le idee astratte sono miraggi, che le idee generali sono puri
nomi, e che la nostra conoscenza è intessuta di idee o sensazioni concrete e
individuali; e
b) il fenomenismo, vale
a dire la concezione stando alla quale gli oggetti fisici sono unicamente fasci
di qualità fenomeniche, cioè di particolari colori, sapori, rumori ecc. esperiti.
Tuttavia, benché in Berkeley nominalismo e fenomenismo assolvano una chiara
funzione apologetica, essi conducono a conseguenze di grande rilievo sul piano
della filosofia della fisica. Tali conseguenze «hanno un carattere
sorprendentemente moderno. Si tratta, principalmente, di concezioni riscoperte e
reintrodotte nella discussione della fisica moderna da Ernst Mach e Heinrich
Hertz, e da alcuni filosofi e fisici, talvolta influenzati da Mach, come
Bertrand Russell, Philipp Frank, Richard von Mises, Moritz Schlick, Werner
Heisenberg e altri».
Questo ha scritto di Berkeley, nel 1953, l'epistemologo Karl R. Popper, in un
saggio dal titolo Nota su Berkeley quale precursore di Mach e Einstein,
dove l'autore specifica di ammirare Berkeley senza essere d'accordo con lui.
Mentre infatti Berkeley è uno strumentalista (un filosofo che considera le
teorie scientifiche come ipotesi matematiche da vedersi solo quali strumenti per
fare previsioni nel dominio delle apparenze), Popper è invece un realista (un
filosofo che vede nelle teorie scientifiche non solo strumenti utili a fare
previsioni, ma pure descrizioni esplicative vere «anche se non certe» della
realtà).
Ebbene, Berkeley criticò la matematica di Newton in L'analista; o discorso
indirizzato a un matematico incredulo; ma già nei Commentari filosofici
egli aveva steso Appunti come questi:
"Le flussioni di Newton sono inutili [...]. Non si discute
su cose di cui non abbiamo nessun'idea. Quindi non si discute sugli
Infinitesimali."
E note sempre sulla matematica appaiono qua e là sparse negli scritti di
Berkeley. Ciò accade pure per la filosofia della fisica, alla quale, tuttavia,
Berkeley dedicò in maniera esclusiva il De Motu, e scrisse, ribadendo un
concetto di fondo della sua teoria della conoscenza:
"È indegno di un filosofo pronunciare una parola e con
essa non significare nulla."
Ora, siccome il significato di una parola è l'idea, cioè la qualità sensibile di
cui l'idea è il nome, la prima conseguenza che salta evidente agli occhi è che
lo «spazio assoluto» e il «tempo assoluto» di Newton non hanno alcun significato
e quindi sono concetti da respingere da ogni seria teoria fisica:
"Per quel che concerne lo spazio assoluto, questo fantasma
dei filosofi meccanici e geometri, è sufficiente osservare che non è nè
percepito dai sensi nè dimostrato dalla ragione."
E per gli scopi perseguiti dalla filosofia meccanica basta sostituire lo spazio
assoluto «con uno spazio relativo determinato dai cieli delle stelle fisse»:
"Il moto e la quiete definiti da questo spazio relativo
possono essere convenientemente usati al posto dei rispettivi assoluti."
Altrettanto priva di senso è l'espressione «moto assoluto», la quale non
possiede nessun significato operativo. In realtà, fa presente Berkeley, per dire
che un corpo è in movimento,
"si richiede che esso cambi la sua distanza o posizione
rispetto a qualche altro corpo, [giacché] non è affatto possibile distinguere o
misurare alcun movimento se non con l'aiuto di oggetti sensibili."
Quanto finora detto per lo «spazio assoluto» e il «moto assoluto», vale pure per
i concetti di «gravità» e di «forza». Se diciamo che la «gravità» è una «qualità
essenziale» inerente alla natura dei corpi, allora non facciamo altro che
proferire una parola priva di senso: quel che noi vediamo non è la gravità come
ingrediente dell'essenza dei corpi, ma corpi che si muovono rispetto ad altri.
Né possiamo parlare della forza come causa reale del movimento: chi vede mai
questa causa reale?, e perché reintrodurre nella teoria fisica le «qualità
occulte»? Berkeley risponde:
"Le cause reali efficienti del movimento [...] dei corpi
non appartengono in nessun modo al campo della meccanica o della scienza
sperimentale. E non possono nemmeno gettare nessuna luce su di queste."
Non lo possono, perché parlare di «natura vera e reale», di «qualità interne» o
di «essenza reale» dei corpi è un parlare a vuoto. Popper così commenta la
concezione di Berkeley: «Non vi è nulla di fisico che sia posto dietro i corpi
fisici, nessuna realtà fisica occulta. Tutto è superficie, per così dire; i
corpi fisici si riducono alle loro qualità. Il modo in cui essi appaiono è la
loro realtà».
Certo, Berkeley non nega affatto che la meccanica di Newton conduca a risultati
corretti e che essa sia capace di previsioni esatte. Quel che egli nega è che la
teoria di Newton sia in grado di parlare della natura o delle essenze dei corpi.
In realtà, dice Berkeley, dobbiamo distinguere tra ipotesi matematiche concepite
quali strumenti di spiegazione e di previsione e teorie che presumono ridarci la
natura dei corpi. Ebbene, secondo Berkeley, la teoria di Newton è semplicemente
un insieme di ipotesi matematiche capaci di previsioni:
"Quanto viene affermato circa le forze insite nei corpi,
tanto attrattive che repulsive, deve considerarsi unicamente una ipotesi
matematica, e non già qualcosa realmente esistente in natura."
Quel che si esige dalla meccanica di Newton è che dalle sue premesse sia
possibile estrarre conseguenze che «salvino» o rendano conto dei fenomeni. E
questo è tutto, anche se tale sua capacità esplicativa e predittiva spingerà —
afferma Berkeley — alla sbagliata e funesta concezione per cui la teoria di
Newton descriverebbe la vera realtà del mondo, l'essenza del mondo reale posto
dietro le apparenze.
Proprio nella Prefazione alla seconda edizione (1713) dei Principia di Newton,
Roger Cotes interpreterà in maniera essenzialistica la teoria newtoniana: ogni
particella di materia è dotata di gravità e questa sarebbe una capacità o forza
intrinseca di attrarre le altre particelle di materia; e analogamente l'inerzia
consisterebbe in una intrinseca, naturale ed essenziale disposizione dei corpi a
persistere nel loro proprio stato di moto. E siccome — commenta ancora Popper
—sia la gravità sia l'inerzia ineriscono a ogni particella di materia, da ciò
segue che l'una e l'altra saranno proporzionali alla quantità di materia del
corpo e, pertanto, proporzionali fra loro. Da ciò, la legge della
proporzionalità della massa inerziale e della massa gravitazionale. Dato che la
gravità emana da ciascuna particella, otteniamo la legge quadratica della
attrazione. In altre parole, le leggi newtoniane del moto descrivono
semplicemente in linguaggio matematico lo stato di cose dovuto alle proprietà
intrinseche della materia: esse descrivono la natura essenziale della materia.
È esattamente contro tali interpretazioni essenzialistiche della teoria di
Newton (per cui questa sarebbe una teoria ultima e definitiva, non bisognosa di
ulteriori spiegazioni, non correggibile né eliminabile) che Berkeley sfodera le
sue argomentazioni migliori e più efficaci. «La grande importanza storica di
Berkeley sta [...] nella sua condanna dell'uso di spiegazioni essenzialistiche
nella scienza» (K. R. Popper). E soprattutto le critiche di Berkeley a Newton
«assomigliano sorprendentemente [...] alla filosofia della fisica che Ernst Mach
insegnò per diversi anni, convinto che fosse nuova e rivoluzionaria [...]. Quel
che più sorprende è che Berkeley e Mach, entrambi grandi ammiratori di Newton,
criticano le concezioni di tempo assoluto, spazio assoluto e moto assoluto,
secondo dei criteri molto simili. La critica di Mach, proprio come quella di
Berkeley, culmina con la proposta che tutti gli argomenti a sostegno dello
spazio assoluto di Newton (come il pendolo di Foucault, il secchio d'acqua in
rotazione, l'effetto delle forze centrifughe sulla forma della terra) vengano
meno, poiché questi movimenti sono tutti relativi al sistema delle stelle fisse»
(K. R. Popper).
E di questa' affinità teorica tra Berkeley e Mach si accorse anche Lenin, come
risulta dal suo libro Materialismo ed empiriocriticismo (1908). Ecco in sintesi
il pensiero di Berkeley, come Lenin lo vede: «Consideriamo il mondo esterno, la
natura, come "una combinazione di sensazioni" suscitate nel nostro intelletto
dalla divinità. Ammettete questo, rinunciate a cercare fuori della coscienza,
fuori dell'uomo, le "basi" di queste sensazioni, e io, nei limiti della mia
teoria idealistica della conoscenza, riconoscerò tutta la scienza naturale,
tutta l'importanza, tutta la certezza delle sue deduzioni. Ho bisogno
precisamente di questi limiti e soltanto di essi per giustificare le mie
illusioni in favore "della pace e della religione"».
Questo — scrive Lenin — è il pensiero di Berkeley. E, analizzando
l'atteggiamento dei machisti verso le scienze naturali, egli ritroverà «questo
pensiero che esprime bene l'essenza della filosofia idealistica e il suo
significato sociale». Tutto sommato, per Lenin, «i "moderni" machisti non hanno
portato contro i materialisti nessun argomento — letteralmente nessuno — che non
si trovi anche nelle opere del vescovo Berkeley».