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LA RAGIONE SECONDO WOLFF

Lo scopo della filosofia è, per Wolff,
la felicità umana: e la felicità umana e il progresso umano non possono essere
separati dalla conoscenza. Ora, la conoscenza non è raggiungibile senza la
libertà filosofica, senza la libertà di pensiero, la quale non consiste se non
nell'esercizio della ragione intesa come comprensione del nesso delle verità.
Leggiamo ciò che Wolff dice della ragione nella sua Metafisica tedesca.
Com'è fatta l'arte di scoprire
Dunque per lo scoprire si richiedono due specie di regole. Alcune sono ricavate
dall'intelletto; altre dall'ingegno. Nelle prime rientrano le regole dei
sillogismi; delle altre è un esempio il principio di riduzione. Possono annotare
numerose regole di entrambe le specie coloro che intendono, oltre all'algebra,
gli artifici di cui al giorno d'oggi si servono i matematici nella soluzione dei
loro problemi. Le regole particolari sono fondate nella natura della cosa, di
cui danno esempi l'algebra e l'arte universale di governare razionalmente le
proprie azioni, che ho trattato all'inizio dei miei Pensieri intorno alla
condotta degli uomini.
Le regole particolari non possono perciò essere comprese prima che si scoprano
molte verità; e mediante le verità scoperte sono trovate altre regole mediante
il cui aiuto è possibile proseguire. E proprio questa è la ragione per cui non
si può andare lontano nell'arte di scoprire se non si possiedono già verità
scoperte
da altri.
Che cos'è la ragione
L'arte di argomentare mostra che le verità sono connesse l'una con l'altra; cosa
che dev'essere anche dimostrata a suo luogo. L'intellezione che abbiamo nel
nesso delle verità o la facoltà
di comprendere il nesso delle verità si chiama ragione. Che questa definizione
della ragione sia conforme al linguaggio comune lo mostro così. P. es. diciamo
che Sempronio ha avviato in modo razionale i suoi affari se ha riflettuto bene
su tutto ciò che di dannoso e di utile può ricavare dalle sue azioni, e se lo ha
disposto ín modo che nella sua condotta non lo contraddice, ma piuttosto una
cosa sollecita l'altra. In che, ora, consiste qui la ragione che egli mostra?
Certamente soltanto nella
comprensione che egli ha del nesso di esse con altre cose.
Se, infatti, uno non presta attenzione a ciò, indirizza le sue azioni a suo
proprio e altrui danno, e le medesime si contraddicono reciprocamente. Ma allora
più nessuno dirà che Sempronio avvia i suoi affari in modo razionale. Piuttosto
ognuno ammetterà che egli agisca in modo irrazionale. Da ciò si può anche
comprendere che il concetto comune di ragione altro non è che l'intellezione nel
nesso delle verità. Se si dice che uno ha agito razionalmente e se ne domanda la
ragione, si risponde sempre: perché egli ha procurato così questo vantaggio o
anche ha evitato questo danno ecc., ossia perché egli ha veduto e meditato su
che cosa è potuto derivare dalla sua condotta e poi ha dato una prova della sua
intellezione nel nesso delle cose. Se, invece, si vuole provare che egli ha
agito in modo irrazionale, ci si sforza di mostrare che egli ha intrapreso
qualcosa in modo molto sconsiderato senza riflettere su ciò che può derivare
dalla sua condotta e su come esso si accorda con la sua persona e la sua
condizione o anche con altre circostanze.
Che cos'è conforme alla ragione
Pertanto ciò che è connesso con verità conosciute è conforme alla ragione;
invece ciò che contrasta con esse è contrario
alla ragione. Poiché, ora, mediante il dimostrare si ricava ciò che è connesso
con verità note, quanto è stato dimostrato è conforme alla ragione. Invece,
poiché senza la dimostrazione non è da comprendere se qualcosa è connesso o no
con le verità conosciute, in tal caso è incerto se esso sia o no conforme alla
ragione. Se, infine, mediante una dimostrazione posso ricavare da una
proposizione data quella che contraddice a una verità nota, ho mostrato che essa
è contraria alla ragione. In tal modo in geometria tutte le verità sono conformi
alla ragione; invece quelle che sono opposte a loro le sono contrarie. Se,
infatti, là si vuole dimostrare che una proposizione è esatta, si mostra
mediante sillogismi che essa è connessa con altre verità che sono state trovate
nel sillogismo precedente. Se, invece, si vuole esporre la falsità di una
proposizione opposta, si mostra, mediante sillogismi corretti, che essa
contrasta con altre verità che sono state trovate nel sillogismo precedente, o
che contraddice loro. Proprio in questo modo risulta chiaro che le dottrine che
espongo in filosofia sono razionali, poiché mostro sempre che quelle successive
sono connesse con quelle precedenti.
Gradi della ragione
Quanto più si comprende il nesso delle verità, tanto più si ha ragione. Perciò
tanto meno si ha ragione, quanto meno
si comprende il nesso delle verità. E dove non si comprende affatto come le cose
siano connesse, là non c'è alcuna ragione.
L'esperienza è opposta alla ragione
Poiché, ora, da quello che mediante la semplice esperienza
si conosce che esiste non si comprende come esso sia connesso con altre verità,
in questa conoscenza non c'è alcuna ragione, e perciò l'esperienza è opposta
alla ragione, mentre la scienza proviene dalla ragione, come sarà dimostrato più
avanti.
Vie per conoscere la verità
Di conseguenza abbiamo due vie mediante cui giungiamo alla conoscenza della
verità: l'esperienza e la ragione. Quella si fonda sui sensi; questa, invece,
sull'intelletto. P.es. che il sole sorga nuovamente presto, la maggior parte
degli uomini conoscono per esperienza, ed essi non possono dire perché ciò
accade; invece un astronomo, che comprende
la causa dei moti celesti e la connessione della Terra con il cielo, lo
riconosce mediante la ragione, e può dimostrare che, perché e in che tempo tale
fenomeno deve verificarsi. Vi rientrano
anche gli esempi dell'eclissi solare e delle piante che sono prodotte da foglie
[...].
Utilità della ragione
Giacché la ragione è una comprensione del nesso delle verità, con essa giungiamo
alla conoscenza distinta delle verità
e da alcune verità note siamo in grado di dedurne altre ignote, cioè di scoprire
nuove verità.
Perché alcuni oltraggiano la ragione
Quindi non oltraggiamo la ragione se comprendiamo
ciò che essa è. Ma coloro che la oltraggiano, o prendono la parola in un
significato scorretto, e in tal modo intendono
ora alcuni errori che si commettono nella conoscenza naturale, ora la non
ragione nell'agire umano, ora anche qualcosa d'altro, o si immaginano che la
ragione sia contraria alla fede e la ostacoli.
Quanto al loro concetto di ragione e alla loro opinione, essi sono nel giusto,
ma non bisogna additare la ragione come l'ho definita io e come l'uso
linguistico quotidiano comporta.
In che senso la parola compare nella Scrittura
Quando però si domanda se il significato della parola ragione, come l'ho
definita, sia o no conforme alla Scrittura, come forse alcuni potrebbero credere,
potrei invero affidare totalmente questa indagine a coloro che ricorrono alla
spiegazione della Scrittura; tuttavia, affinché non si dia occasione a un
malinteso, trovo necessario ricordare quanto segue. In primo luogo, è certo che,
poiché io, come filosofo, tratto qui soltanto delle verità che sono state
conosciute senza la rivelazione divina, devo conservare il significato delle
parole che esse hanno secondo l'uso linguistico consueto tra noi. Poiché, ora,
ho esposto sopra la conformità all'uso linguistico del significato, da me
accolto, e poiché inoltre anche la definizione data di ragione la distingue
chiaramente dal rimanente che nella conoscenza delle cose è da trovare
nell'anima ed evita ogni confusione, nessuno potrebbe condannare il mio
procedimento, quantunque fosse dimostra bile che la Scrittura prenda la parola
ragione in un altro senso. Quantunque, infatti, le proposizioni della Scrittura
non sempre concordassero letteralmente con le proposizioni della filosofia, pure
non sarebbe da temere nulla di pericoloso, perché non vi sarebbe alcuna vera
contraddizione, ma soltanto una parvenza di essa, che si potrebbe eliminare
subito mediante la spiegazione del significato nella Scrittura. In secondo luogo,
è da notare che occorre distinguere tra i luoghi della Scrittura in cui è
impiegata la parola ragione e quelli in cui essa non c'è,
ma nell'interpretazione è messa al posto di altre parole che vi
si trovano. Qui, infatti, l'interprete deve dimostrare che il senso delle
medesime parole è proprio questo che o lui o la Scrittura attribuisce in un
altro luogo alla ragione. In terzo luogo, trovo che nella sua traduzione Lutero
rende con la parola ragione almeno dieci parole ebraiche e ben trenta parole
greche, le quali avranno difficilmente tutte lo stesso significato, e tuttavia è
difficile che vi siano due luoghi in cui essa sia presa in un senso deteriore,
cioè Efesini 2,3 e Colossesi , i -21, dove il volere della carne e quello della
ragione sono connessi l'uno con l'altro, e il volere
della ragione è pensato nel male. Ma in entrambi i luoghi c'è
la parola greca danoia, che qui ha lo stesso significato che presso di noi
tedeschi ha parere, come anche il celebre inglese Heinrich Hammond ha avuto cura
di segnalarlo nella sua Periphrasis, in cui premette prout nobis videbatur. A
mio avviso, è
propriamente la parola greca logikós che si accorda con la nostra parola tedesca
vernimftig ed è tradotta da Lutero tanto con verniinftig quanto, nella Bibbia
latina, con rationabile. Nei due luoghi in cui questa parola compare essa viene
presa in un significato buono. Infatti nella Lettera ai Romani 14,2
ci viene raccomandato un culto razionale; nella Seconda Lettera di Pietro 2,2 la
dottrina cristiana come un latte razionale. Se gli interpreti saranno d'accordo
sul riferimento della parola razionale all'uomo che deve sacrificare se stesso a
Dio e gustare un latte a lui conveniente, come Hammond ha spiegato i due luoghi
e Clericus ha trovato molto giusto nelle annotazioni aggiunte oppure saranno
d'accordo sul suo significato di culto e di dottrina cristiana che è intesa per
latte, allora mi sarà molto facile mostrare, tanto in un caso quanto nell'altro,
che la Scrittura impiega la parola razionale proprio nel senso in cui l'ho presa
io. Intanto luscio a ognuno la libertà di parlare come vuole, e desidero
unicamente che mi si lasci godere altrettanto della libertà che accordo a un
altro, poiché un altro ha così poco diritto
di prescrivermi leggi nel parlare come ne ho io di prescriverle a lui; ma molto
meno posso desiderare che io gli produca confusione nella conoscenza mediante la
variabilità nel parlare.
Quale conoscenza deriva dalla ragione
Poiché la ragione è un'intellezione nel nesso della verità,
ma la verità è conosciuta quando si comprende il motivo per cui questa o quella
cosa può essere, la ragione ci mostra perché questa o quella cosa può essere. E
perciò da essa proviene la conoscenza dei filosofi, a cui ho fatto riferimento
nella Prefazione ai Pensieri intorno alle forze dell'intelletto, così come la
conoscenza
comune, di cui proprio in quel luogo si fa menzione, proviene dall'esperienza.
Quando la ragione è pura
Se si comprende il nesso delle cose in modo tale che è possibile connettere le
verità l'una con l'altra senza prendere alcune proposizioni dall'esperienza,
allora la ragione è pura. Se, invece, si ricorre a proposizioni derivanti
dall'esperienza, allora la ragione e l'esperienza sono mescolate l'una con
l'altra e non comprendiamo pienamente il nesso della verità. Se, infatti,
giungiamo alla proposizione muovendo dall'esperienza, ci fermiamo a essa, e la
nostra ragione non può proseguire. Nelle scienze, specialmente nella conoscenza
della natura e di noi stessi, troviamo a sufficienza che la nostra ragione non
sempre è pura. E considero anche, come la via più sicura, che nella conoscenza
della natura non ammettiamo nient'altro che quanto è fondato in esperienze
sicure. Infatti coloro che vogliono concedere alla ragione più di quanto essa ha
avuto giustamente, sono caduti in cose immaginarie, e così si sono allontanati
dalla verità per incorrere in errori. In aritmetica, in geometria e ugualmente
in algebra abbiamo prove di ragione pura; qui, infatti, i sillogismi provengono
tutti da concetti distinti e da alcuni principi che sono separati dai sensi.
La scienza proviene dalla ragione
Poiché la scienza è un abito di provare da princìpi incontestabili ogni cosa che
si sostiene, o, in una parola, di dimostrare, ma nel dimostrare le verità sono
connesse l'una con l'altra, mediante le scienze si conosce il nesso delle verità,
e quindi la scienza proviene dalla ragione.
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