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La rivoluzione
kantiana

Kant ha proposto (come egli stesso
afferma) una rivoluzione copernicana del pensiero: come Copernico aveva messo al
centro immobile del sistema planetario il Sole, che prima era concepito come
astro ruotante intorno al nostro globo assieme agli altri pianeti, Così Kant ha
proposto di stabilire il fondamento della conoscenza nel soggetto che conosce e
non nell'oggetto conosciuto.
Per Kant il problema di come il soggetto conoscente
possa cogliere forme e leggi che esistono indipendentemente da esso, diventa il
problema di come il soggetto conoscente pone queste forme e queste leggi.
Ma — e
qui sta la complessità della proposta kantiana — questa attività del soggetto
non vanifica la realtà esterna (come se essa fosse una creazione soggettiva); al
contrario vuole stabilire e garantire le sole possibilità di una conoscenza
oggettiva e certa, salvo che le stabilisce entro certi limiti. Il termine
"critica" che appare nel titolo delle tre opere maggiori di Kant significa che
si intende stabilire sino a qual punto noi possiamo dire di conoscere in modo
sicuro, e tracciare i confini oltre i quali il nostro intelletto non possa
affermare nulla. Ma, una volta stabiliti questi confini, Kant non dice affatto
che, di quello che sta al di là di essi, non si può parlare, o che in proposito
non si possano avere idee o sentimenti, e di tale forza da guidare la nostra
vita religiosa, morale o estetica.
Ragione, intelletto, esperienza
"In un genere delle sue conoscenze, la ragione umana ha particolare destino di
venire assediata da questioni, che essa non può respingere, perché le sono
assegnate dalla natura della ragione stessa, ma alle quali essa non può neppure
dare risposta, perché oltrepassano ogni potere della ragione umana" (Prefazione
alla prima edizione della Critica della ragion pura, IV, 7). Questa facoltà
umana, che Kant chiama Ragione, tende a fare affermazioni su questioni che
oltrepassano i limiti dell'esperienza sensibile e il suo "campo di battaglia" si
chiama metafisica.
A queste aspirazioni della Ragione si oppone il fatto che ogni
nostra conoscenza comincia con l'esperienza. Questo è un punto fondamentale per
comprendere Kant.
In una "confutazione dell'idealismo" che egli aggiungerà alla
seconda edizione (come pure in Prolegomeni, 13) Kant sottolinea che, se per
"idealismo" si intende che non vi siano altri esseri di quelli pensanti e che
gli altri oggetti non siano che immagini delle loro menti, immagini a cui non
corrisponde alcun oggetto esterno, allora la sua filosofia non è idealistica
perché si basa sull'ammissione di una realtà al di fuori della nostra mente,
realtà che ci viene presentata nell'esperienza sensibile; anzi sostiene che
persino la nostra esperienza interna (quella che permetteva a Cartesio di
trovare come unica verità inconfutabile l'atto del pensare) non potrebbe
esistere senza un'esperienza esterna. La semplice coscienza della nostra propria
esistenza dimostra l'esistenza degli oggetti nello spazio fuori di noi.
Individuare quali siano le aspirazioni della Ragione, e stabilire quale validità
abbiano, sarà appunto compito di una filosofia critica; ma, per quanto riguarda
la conoscenza che nasce dall'esperienza, la facoltà che vi presiede è chiamata
da Kant "intelletto": attraverso l'intelletto noi pronunciamo giudizi sui dati
dell'esperienza ("questa è una pietra", "la pietra è riscaldata dalla luce
solare", "tutte le pietre sono soggette alla forza di gravità").
L'intelletto si
esercita sui dati dell'esperienza sensibile.
Nel corso della tradizione
filosofica si è sostenuto, con l'aristotelismo, che l'oggetto percepito dai
sensi propone all'intelletto delle forme universali che in qualche modo
l'intelletto astrae dagli oggetti singoli;
oppure, platonicamente, che noi possediamo già un deposito di idee innate di cui
fa parte un'idea della "pietrità; e esiste indipendentemente dalla cosa
individuale e che ne fonda non solo la conoscibilità ma la stessa possibilità di
esistenza.
Parimenti si è sostenuto che, quando si individuano nel mondo delle leggi
generali, il nostro intelletto le conosce per induzione da una serie di casi
particolari, o perché queste leggi sono per così dire stampate nell'animo umano,
o ancora perché, come asseriva Baruch Spinoza, la forma e la connessione delle
idee adeguano per naturale parallelismo psicofisico la forma e la connessione
delle cose.
Quello che Kant pone in questione è invece proprio sia la natura speculare e
passiva dell'intelletto sia quella sua attività per cui, come voleva David Hume,
da una serie di impressioni che abitualmente si presentano associate, si trae
per abitudine la tendenza a considerare quelle impressioni connesse, senza che
nulla (tranne il successo che questa abitudine ci garantisce nel corso della
nostra esperienza conoscitiva) ci garantisca che gli oggetti del mondo e le
leggi che ne regolano i rapporti siano dawero così come li conosciamo. Se
conoscessimo solo in base all'esperienza sensibile, conosceremmo le cose a
posteriori. Tuttavia esistono delle conoscenze a priori, indipendenti
dall'esperienza, ma queste conoscenze sembrano assumere la forma di giudizi
analitici, in cui cioè si dice di qualcosa quello che è già compreso nella sua
definizione: come ad esempio quando si dice di un cono che esso si genera dalla
rotazione di un triangolo rettangolo sul proprio cateto, oppure quando si dice
che tutti i corpi sono estesi.
L'esempio del corpo è interessante perché per Kant (e per la cultura del suo
tempo) l'estensione fa parte della definizione stessa di corpo; che un corpo sia
pesante dipende invece da un dato di esperienza, ed è considerato un fatto
contingente, dovuto all'attrazione della forza di gravità. Dire pertanto che un
tale corpo è pesante è per Kant un esempio di giudizio sintetico a posteriori,
dipendente dall'esperienza.
Ma che cosa garantisce che i nostri giudizi sintetici a posteriori siano validi?
Questa garanzia è data dalla possibilità di giudizi sintetici a priori.
Esempi di tale giudizio sono le proposizioni "tutto ciò che accade ha la sua
causa" oppure "7+5=12". "7+5=12" è un chiaro esempio di giudizio non analitico,
perché il fatto che dalla somma di 7 e 5 possa derivare il 12 non è affatto
contenuto nella definizione di 7 o di 5; e tuttavia tale giudizio non è a
posteriori, perché si tratta di una verità universale, che conosco
indipendentemente dal fatto che io abbia mai sommato questi due numeri nel corso
della mia esperienza.
La "filosofia trascendentale" ha il compito di stabilire le condizioni di
validità oggettiva e universale di questi giudizi, e in tal senso si occupa non
tanto degli oggetti conosciuti quanto del nostro modo di conoscerli.
La sensibilità ci porge delle rappresentazioni, che noi riceviamo sotto forma di
sensazioni, owero di intuizioni empiriche.
Ma il molteplice delle intuizioni empiriche—che ci forniscono apparenze—viene
unificato dalle due intuizioni pure dello spazio e del tempo.
Spazio e tempo non
sono oggetti di conoscenza: sono le forme a priori mediante le quali noi
possiamo unificare le nostre sensazioni. In tal senso Kant si oppone alla
visione della fisica del suo tempo, per cui si parlava di uno spazio (e di un
tempo) assoluto, come contenitore generale di tutti gli altri fenomeni. Lo
spazio e il tempo per Kant non sono già dati, precedentemente alla sensazione,
non fanno parte dell'esperienza, non sono proprietà delle cose.
Lo spazio è "condizione della possibilità delle apparenze" e il tempo è "la
forma del senso interno", dell'intuizione di noi stessi e del nostro stato
interno, e in quanto tale "condizione formale di tutte le apparenze in
generale".
Tuttavia l'esperienza percettiva non ci permette ancora di pensare' l'oggetto di
cui abbiamo l'intuizione empirica. Tra il momento in cui colgo una successione
di eventi (la luce del sole batte sulla pietra, la pietra emana calore) e quello
in cui sono in grado di affermare che è la luce solare che ha fatto riscaldare
la pietra, entra in gioco, accanto alla sensibilità, l'intelletto, che è la
facoltà di pensare l'oggetto dell'intuizione sensibile.
L'intelletto agisce sui dati dell'intuizione (i quali, ricordiamolo, ci
garantiscono della realtà della nostra esperienza): senza i dati dell'intuizione
sensibile i pensieri dell'intelletto sono vuoti; ma senza l'azione
dell'intelletto, senza concetto, le intuizioni sono cieche. L'attività
dell'intelletto ordina diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione
comune.
Per capire questa attività occorre rifarsi all'articolazione kantiana
dei giudizi, delle categorie, degli schemi e dei principi (o delle proposizioni
fondamentali) dell'intelletto puro. Di fronte ai dati dell'esperienza noi
giudichiamo in termini di quantità, qualità, relazione e modalità. Così possiamo
dire, per esempio, che di fronte a noi c'è davvero una pietra, che essa è una
sostanza che ci appare al tatto — accidentalmente — come calda e che il calore è
causato dai raggi solari — oppure che se questa pietra fosse battuta dalla luce
solare si riscalderebbe. Ma per enunciare (o attuare come atto mentale) questi
giudizi noi dobbiamo, per così dire, "fasciare" le intuizioni con categorie.
Le categorie sono i concetti puri dell'intelletto che, indipendenti
dall'esperienza, la rendono pensabile.
"Quando il sole illumina la pietra, essa
si riscalda. Questo è un semplice giudizio percettivo ed è privo di necessità;
per quanto spesso io e altri abbiamo percepito ciò, le percezioni si trovano
collegate a quel modo solo abitualmente. Se dico invece: il sole riscalda la
pietra (è causa del riscaldamento) alla percezione si aggiunge il concetto
intellettivo di causa il quale pone una connessione necessaria fra il concetto
dei raggi solari e quello del calore; così il giudizio sintetico diventa
necessariamente universale e quindi oggettivo, e da una semplice percezione si
tramuta in esperienza" (Prolegomeni, 20).
L'intelletto applica le categorie
basandosi sui principi dell'intelletto puro. Non può pensare la pietra intuita
che come quantità estensiva, ne coglie lo stato termico secondo diversi gradi
d'intensità, riesce a pensare alla pietra solo come a sostanza che permane
al di sotto della variazione dei suoi stati termici, pensa la causalità
dell'azione solare in termini di successione temporale, ritiene il fenomeno
reale perché è collegato con le condizioni materiali dell'esperienza, e lo
ritiene possibile anche in futuro perché l'ipotesi si accorda con le condizioni
formali dell'esperienza.
Si è quindi passati da un giudizio percettivo
soggettivo (che richiedeva solo il collegamento logico delle percezioni in un
soggetto pensante) ai giudizi d'esperienza, che pretendono a un valore
universale.
La possibilità della conoscenza è garantita dal fatto che il molteplice di tutte
le rappresentazioni si armonizza nell'unità della appercezione pura dell'io, in
quell'io penso in cui il soggetto si coglie nell'identità della propria attività
di coscienza (unità che non è semplice coscienza psicologica di se stessi, senso
interno, ma condizione anch'essa trascendentale della possibilità
dell'esperienza).
Certamente i dati forniti dall'intuizione empirica sono reali e provengono da
qualcosa che in qualche modo c'è. Ma di questa cosa in sé o noumeno non possiamo
dire nulla perché esso ci appare nell'intuizione solo come fenomeno, come
apparenza.
Solo organizzando le apparenze nelle forme vuote dell'apparato categoriale,
posso conoscere l'oggetto.
La teoria kantiana della conoscenza è simile pertanto
a una costruzione architettonica, in cui le singole pietre (reali) di un arco o di una volta
si sostengono l'una con l'altra, ma non potrebbero sostenersi reciprocamente se
non fossero coordinate da quelle forme pure dell'arco o della volta che in sé
sono soltanto uno stampo vuoto. Si tratta di un equilibrio instabile, perché se
mancasse una delle sue due componenti la costruzione non esisterebbe; ma stabile
perché solo in tal modo la costruzione si sostiene e solo secondo questa regola
architettonica è possibile prevedere che mattoni diversi, coordinati secondo la
stessa forma, si sosterrebbero necessariamente anche in altri casi. Il che
garantisce per Kant una universale oggettività della conoscenza.
Naturalmente tutto questo presuppone, come avviene con Kant, che le forme
trascendentali siano una costante dell'intelletto umano, che non varia né col
tempo né con i luoghi, ed in tal senso la teoria si sottrae al sospetto di
relativismo.
Il costruttivismo kantiano
La teoria della conoscenza di Kant spiega come il pensiero possa porre
relazioni, pronunciare giudizi di esistenza o possibilità, di necessità o
contingenza, e persino stabilire come l'oggetto che subisce mutamenti
accidentali sia una sostanza permanente nel tempo.
Tale teoria rimane tuttavia
insoddisfacente quando si tratta di dirci perché, nel percepire la pietra
riscaldata dal sole, il soggetto la percepisca (e la pensi) come pietra e non
come frutto, la veda distinta dalla pietraia su cui giace, o distingua una
entità "sole" dai raggi che esso emana.
Kant fa una chiara distinzione tra concetti puri e concetti empirici. I primi
sono a priori, privi di contenuto, e sono assimilabili alle categorie; i secondi
si formano a posteriori, in
base ai dati dell'esperienza, perché comportano la presenza di una sensazione.
Quindi i concetti di pietra, di frutto, di sole, sono concetti empirici — e in
questo senso Kant riconferma ancora una volta la sua fiducia nella validità
dell'esperienza. Infatti la logica può essere intesa da due punti di vista:
1) come logica dell'uso generale dell'intelletto (che studia le regole
assolutamente necessarie del pensiero, senza le quali non ha luogo alcun uso
dell'intelletto: e queste regole prescindono dalla diversità degli oggetti a cui
l'intelletto s'indirizza);
2) come logica dell'uso particolare dell'intelletto, che contiene le regole per
pensare rettamente rispetto a una certa specie di oggetti, che è l'organon di
questa odi quella scienza, e che come tale si applica su concetti che nascono a
posteriori.
Ma come nascono i concetti empirici?
Alla radice del criticismo kantiano c'è il
processo di critica della conoscenza aperto dall'empirismo di Locke: come awiene
che da una serie di idee semplici (figura, peso, colore, calore) elaboriamo le
idee complesse di pietra, frutto, uomo o cavallo? Kant si sofferma molto sulla
natura dei concetti puri dell'intelletto (le categorie), la cui purezza implica
un'assoluta astrattezza, ma non approfondisce abbastanza la natura di quella
facoltà che ci deve permettere di unificare il molteplice dell'intuizione in
concetti empirici come appunto "pietra" o "uomo".
Certamente c'è qualcosa nell'intuizione di una data pietra odi un dato frutto
che giustifica il passaggio che l'intelletto deve fare al concetto generico di
pietra e di frutto, ma altrettanto certamente la teoria kantiana non potrebbe
ammettere né che la forma "pietra" e la forma "frutto" siano già presenti
nell'intuizione empirica (che è "cieca" senza le forme prowiste
dall'intelletto), né che facciano parte di quell'apparato trascendentale che è
costituito di forme ancora "vuote".
Benché in alcuni passi sembri che Kant riservi questa questione alla psicologia
empirica (la quale si occupa di come l'esperienza si svolge, non di cosa
contiene), una risposta a questo problema si può trovare nella teoria dello
schematismo trascendentale. ll problema di Kant è come il contenuto concreto
dell'intuizione, che è apparenza e immagine, possa essere sussunto sotto le
categorie (forme astratte). Entra qui in gioco la facoltà dell'immaginazione
pura, che provvede un termine medio "il quale occorre sia omogeneo, da un lato
rispetto alla categoria, e d'altro lato rispetto all'apparenza, in modo da
rendere possibile l'applicazione della categoria all'apparenza. Questa
rappresentazione mediatrice deve essere pura (priva di tutto ciò che è
empirico), e tuttavia dev'essere da un lato intellettuale, e d'altro lato
sensibile. Tale rappresentazione è lo schema trascendentale" (Critica della
ragion pura, Il ed., 134 sgg.). Seguiamo tre esempi kantiani.
1) Di fronte all'intuizione di un oggetto triangolare, per poterlo pensare come
triangolo debbo fare astrazione dal fatto che sia isoscele o scaleno; lo schema
prowede una regola per disegnare un triangolo in modo da fare astrazione dalle
sue proprietà particolari.
2) Per sussumere l'intuizione di un cane singolo sotto il concetto di cane,
l'immaginazione deve applicare una regola che consenta di tracciare una figura di animale
quadrupede e che tuttavia astragga dalle proprietà sensibili dei cani percepiti
nel corso dell'esperienza.
3) Se ho davanti agli occhi una successione di cinque punti ho un'immagine del
numero cinque; per renderla omogenea con il concetto astratto del cinque, debbo
procedere schematicamente ad applicare una regola per generare qualsiasi numero,
sia esso cento o mille.
Kant ritiene fondamentale questa attività dell'intelletto, ma la definisce come
"un'arte nascosta nelle profondità dell'anima umana".
D'altra parte gli schemi
analizzati da Kant sono pur sempre schemi trascendentali, che permettono
l'applicazione di concetti puri ai dati dell'esperienza. La "costruzione" della
figura di animale quadrupede (che richiama alla mente alcuni procedimenti
studiati oggi dalle scienze cognitive) rappresenta certamente un passaggio dai
concetti puri ai dati dell'intuizione, ma non è ancora la costruzione di quel
quadrupede specifico che è il cane (per non dire della costruzione di quel cane
che potrebbe essere un pastore tedesco o un pechinese).
Sino a qual punto si può parlare di uno schematismo attraverso il quale si
"costruiscono" concetti empirici? II capitolo dello schematismo costituisce
probabilmente la parte più affascinante e promettente della proposta kantiana, e
come tale è stato ripensato nel corso degli ultimi due secoli, ma paga la sua
forza propositiva con il vago rimando alle strategie di un'arte che rimane per
Kant in gran parte ancora "nascosta".
Se c'è una costruzione dei concetti empirici, lo schematismo entra in azione
dopo la percezione o interviene prima, a rendere possibile la percezione stessa?
E se per i concetti puri dell'intelletto (insieme agli schemi che concorrono
alla loro applicazione) si può pensare a una loro immutabilità e ideale
oggettività, si potrebbe dire lo stesso di una attività costruttiva di concetti
empirici che, per esempio, deve far fronte anche alla possibilità di pensare
oggetti sconosciuti (come per esempio una nuova specie animale o un nuovo
elemento chimico)?
Gli schemi dei concetti empirici dovrebbero essere
perfezionabili, capaci di adeguare nuovi dati dell'esperienza, altrimenti non ci
sarebbe crescita del sapere. Lo schematismo dovrebbe dunque essere un'arte
segreta che si sviluppa e si arrichisce nel corso della storia.
Le idee della Ragione
Malgrado le notevoli differenze tra le due edizioni della prima Critica, Kant ha
stabilito che il noumeno, il sostrato dei fenomeni che ci appaiono, è una pura
idea negativa, un concetto limite.
Quello che l'intelletto può pensare, e a cui può applicare l'insieme delle
categorie, è solo l'apparenza offertaci dall'esperienza, e ogni tentativo di
estendere l'azione dell'intelletto fuori dall'esperienza è privo di senso.
Quindi quei concetti che la ragione è portata a formulare prescindendo
dall'esperienza, e che Kant chiama idee, quali il mondo come unità, l'anima o
Dio stesso, non possono essere pensati dall'intelletto. La parte della Critica
della ragion pura intitolata "Dialettica trascendentale" è la parte distruttiva
in cui Kant dimostra l'impossibilità di parlare delle idee della Ragione.
L'idea
dell'anima nasce dal tentativo di applicare all'io penso, come pura forma
trascendentale, la categoria della sostanza, che invece è applicabile solo
nell'ambito dell'esperienza.
L'idea del mondo come totalità di fenomeni (oggetto
della cosmologia tradizionale) dà luogo a veri e propri conflitti della Ragione
con se stessa (antinomie della ragion pura): siccome l'idea stessa del mondo
eccede i limiti della nostra esperienza, e quindi il nostro intelletto non può
averne conoscenza, è impossibile dimostrare:
1) sia la finitezza che l'infinità del mondo (nel tempo come nello spazio);
2) la sua divisiblità o indivisibilità;
3) se ci sia una causalità libera o solo una causalità della natura;
4) se il mondo dipenda da un essere necessario.
Gli stessi argomenti valgono per la dimostrazione dell'esistenza o
dell'inesistenza di Dio.
Kant riprende le tre prove fondamentali: la prova
ontologica (per cui il fatto stesso di poter pensare un essere a cui competono
tutte le perfezioni, compresa dunque anche l'esistenza è prova della sua
esistenza); la prova cosmologica, che dalla contingenza del mondo deduce
l'esistenza di un essere necessario; la prova fisico-teologica per cui si risale
dall'ordine del mondo al suo ordinatore. Tutte e tre richiederebbero, per essere
dimostrate, che si applicasse l'apparato categoriale a idee che non appartengono
all'esperienza, e dunque in tutti i tre i casi l'intelletto legifererebbe, per
così dire, a vuoto. Per esempio, si può predicare l'esistenza solo attraverso un
giudizio sintetico;applicando una categoria della modalità a un fenomeno di cui ho intuizione; ma di un oggetto di cui
non ho intuizione non posso dire né che esista né che non esista.
Dimostrare che le idee della ragion pura sono indimostrabili non significa
negare che esse costituiscono per noi dei problemi. Se esse non servono per
conoscere alcunché, non per questo cessano di avere un uso regolativo: dobbiamo
pensare ai fenomeni del nostro senso interno come se fossero manifestazioni di
un'unica sostanza, bisogna passare da un fenomeno naturale all'altro come se
esistesse una unità del mondo, bisogna pensare all'esperienza come a una
perfetta unità sistematica come se tutto dipendesse da un unico creatore. Le
idee della Ragione non hanno valore conoscitivo, ma ci aiutano a muoverci verso
un orizzonte di ricerca continua, nel tentativo di arricchire sempre più la
nostra esperienza.
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I. Kant, Critica della ragion pratica,
Bari, Laterza, 1947
La regola del giudizio sotto le leggi della ragion pura pratica è questa: –
Domanda a te stesso se l'azione, che tu hai in mente, la potresti riguardare
come possibile mediante la tua volontà, quando essa dovesse accadere secondo una
legge della natura, della quale tu stesso fossi una parte. – Secondo questa
regola, infatti, ciascuno giudica le azioni, se sono moralmente buone o cattive.
Cosi si dice: se ognuno, quando crede di fare il proprio vantaggio, si
permettesse di truffare, o si credesse in diritto di abbreviarsi la vita appena
gliene venisse un disgusto assoluto, o riguardasse con indifferenza completa la
miseria altrui, e anche tu appartenessi a un tal
ordine di cose, vi ti troveresti bene col consenso della tua volontà? Ora
ciascuno sa bene, che se egli di nascosto si permette una truffa, non per questo
tutti faranno altrettanto, o se egli senz'accorgersene è freddo di cuore, tali
non saranno addirittura tutti verso di lui; quindi, questo paragone delle
massime delle sue azioni con una legge universale della natura non è neanche il
motivo determinante della sua volontà. Ma questa legge è però un tipo del
giudizio delle azioni secondo principi morali. Se la massima dell'azione non è
tale da reggere al confronto colla forma di una legge naturale in genere, essa è
moralmente impossibile.
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La legge morale
Kant viene educato nell'ambito del pietismo, una corrente del luteranesimo
tedesco in cui si pone l'accento non tanto su riflessioni dottrinali, quanto sul
fervore religioso, la pietà vissuta, e su una rigorosa pratica morale,
privilegiando le ragioni del cuore e del sentimento. Questo spiega come nella
Critica della ragion pratica Kant recuperi sul piano della disposizione
sentimentale quelle verità religiose che il suo pensiero critico aveva definito
come indimostrabili. L'universo del noumeno, estraneo alla prima Critica,
diventa qui la condizione dell'impegno morale.
Se l'uomo fosse solo pura sensibilità, le sue azioni sarebbero dominate dagli
impulsi del desiderio e obbedirebbero a massime puramente soggettive; e se fosse
solo pura Ragione agirebbe solo mosso da una volontà incapace di farlo agire
contro la legge morale. Essendo per natura finito, segnato da un disaccordo tra
volontà e Ragione, l'uomo è pertanto bisognoso di comandi, massime, imperativi,
richiami a un dover essere, che gli impongano come deve agire.
Queste massime non debbono assumere la forma di imperativi ipotetici ("fai
questo perché ne trarrai un dato vantaggio") bensì di imperativi categorici, che
impongano solo le azioni conformi alla Ragione. L'essenza dell'imperativo morale
è che l'uomo debba operare in modo che la massima della sua volontà possa valere
come principio di una legislazione universale (Critica della ragion pratica I,
1, 2, e Fondazione della metafisica dei costumi A, 82-83). Deve fare cioè solo le
cose che tendono al bene comune e che non arrechino danno ad altri (o che, fatte
da altri, non arrécherebbero danno a lui), e riconoscere pari dignità agli altri
soggetti morali diversi da lui. O, ancora, deve considerare gli altri come fini
e non come mezzi.
Questo sentimento del dovere non ci viene dall'esterno ma ne siamo consci a
priori. Non deve essere dedotto, ma è direttamente dimostrato dalla possibilità
della libertà della nostra volontà, che può fare ciò che deve. La volontà si
dimostra libera nella misura in cui si
lascia determinare dalla pura Ragione (Critica della ragion pratica I, 1, 6).
La
morale kantiana non prescrive dei contenuti ("fai questo" oppure "fa' quello")
ma ancora una volta delle forme pure dell'agire secondo dovere. A tal segno che
non è un concetto del bene o del male che determina la legge morale, ma al
contrario la legge morale che determina che cosa sia bene e che cosa sia male
(Critica della ragion pratica I, 1, 2).
La volontà buona non è quella che agisce
secondo la legge ma quella che agisce in vista della legge.
Questa severa
moralità si oppone alla santità, che è propria soltanto di Dio e che genera
nell'uomo il fanatismo, secondo il quale si presume di adempiere a una legge
morale come se fosse una inclinazione naturale, e si è convinti dell'assoluta
purezza delle proprie intenzioni. È nell'universo della moralità, in cui afferma
la propria libertà, che l'uomo ritrova quella idea di Dio a cui la Ragione lo
chiama ma di cui l'intelletto non poteva dare dimostrazione: la moralità ci
chiama a un progresso infinito che non sarebbe possibile senza ammettere
l'immortalità dell'anima, l'esistenza del mondo come dominio della libertà umana
e Dio come garanzia dell'unione finale di virtù e felicità.
Queste idee non
appaiono qui come il risultato di una dimostrazione razionale ma come un
postulato della ragion pratica. "L'uomo onesto può ben dire: io voglio che vi
sia un Dio" (Critica della ragion pratica I, 2, 2, 8).
Come le idee della ragion
pura erano condizioni del progresso conoscitivo, così i postulati della ragion
pratica sono le condizioni dell'impegno morale e del nostro infinito
perfezionamento. La morale kantiana porta a un atto di fede razionale, che non è
conoscenza intellettuale, ma è in ogni caso fondata a priori.
È naturale che questa severa morale del dovere ispiri anche le concezioni
politiche di Kant, che è un convinto assertore del cosmopolitismo (unificazione
politica del genere umano) e della pace perpetua.
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I. Kant, Critica della ragion pratica,
Bari, Laterza, 1947, p. 13
Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente,
quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo
stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose non ho bisogno di
cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell'oscurità, o
fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte: io le vedo davanti a me, e le
connetto immediatamente colla coscienza della mia esistenza. Lagrima comincia
dal postò che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed allarga la connessione,
in
cui mi trovo, in una grandezza interminabile con mondi su mondi e sistemi di
sistemi; inoltre, ancora, nei tempi illimitati del loro movimento periodico del
loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io invisibile,
dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo, che ha la vera infinitezza,
ma che solo l'intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo
con tutti i mondi visibili) io mi conosco in una connessione non, come lì,
semplicemente accidentale, ma universale e necessaria.
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Il giudizio riflettente
Nella sua terza Critica Kant sembra affrontare una serie di problemi discussi
nella propria epoca, concernenti l'arte, il gusto e il sentimento del sublime.
In effetti attraverso questa discussione egli prowede un nuovo impulso alla sua
stessa teoria della conoscenza. Nella prima Critica si era mostrato come
l'intelletto potesse avere potere conoscitivo sui fenomeni ma non sui noumeni.
Nella seconda come si potessero pensare idee della Ragione in quanto postulati.
Termine medio tra intelletto e ragione è il giudizio. Se nella prima Critica si
era studiato il giudizio come determinante (e cioè capace di pensare il
particolare come contenuto nel generale), nella terza si studia il giudizio come
riflettente: una forma di giudizio in cui, dato il particolare, in assenza di
concetti adeguati, si pensa il generale come se esso fosse pensabile. Vengono
dunque esaminati anzitutto i giudizi di gusto che si pronunciano nei confronti
degli oggetti riconosciuti come beffi.
Mentre i giudizi circa il piacevole e il buono implicano un interesse, il
giudizio di gusto di
fronte alla visione di un fiore provvede un piacere senza interesse, vale a dire
un piacere da cui è escluso alcun desiderio di possesso o di consumo. Il
fiore ci piace, e presumiamo che piaccia universalmente e necessariamente a
tutti, e tuttavia siamo in presenza di una universalità senza concetto.
Il nostro apprezzamento ha un'origine soggettiva — non vi sono regole oggettive
del gusto, tuttavia è comune all'intera sfera degli altri giudicanti,
esige il consenso di tutti perché si basa sulle stesse condizioni del
conoscere su cui si basano l'apparato categoriale e la coscienza morale, e
presuppone una sorta di senso comune e una comune capacità di
apprezzare una regolarità priva di legge. Il piacere estetico nasce da un libero
gioco delle facoltà conoscitive che non si sentono legate a una particolare
regola di conoscenza: nel fiore avverto una sorta di finalità come se ogni
sua parte concorresse allo stesso fine, e tuttavia si tratta di una finalità
senza scopo.
Kant distingue tra una bellezza aderente, come quella di un edificio o dello
stesso corpo umano, che noi giudichiamo come adeguata a un fine, e una bellezza
libera, come appunto quella del fiore, che pare sussistere per il puro bene di
se stesso.
Mentre in altre teorie estetiche si riconosce una bellezza che nasce
proprio dall'adeguazione perfetta alla funzione (per cui un coltello è bello
anche e soprattutto se è adatto a tagliare bene), Kant pare apprezzare casi di
bellezza aderente solo nei casi in cui chi ammira ignori lo scopo o ne sappia
astrarre.
Non a caso Kant nomina come esempi di bellezza libera i colori del
pappagallo o dell'uccello del paradiso, ignorando (non si sa se per ignoranza o
per volontaria astrazione) le indubbie funzioni del piumaggio degli uccelli.
Diverso dal bello è il piacere del sublime. Il piacere del bello nasce dalla
forma dell'oggetto, mentre il piacere del sublime può nascere anche da un
oggetto informe, è prodotto da una momentanea sospensione delle forme vitali,
seguita da una loro più forte effusione, un piacere per qualcosa da cui ci
troviamo al tempo stesso attratti o respinti.
Il
sublime matematico nasce dalla visione di ciò che ci pare assolutamente grande
(e al confronto del quale ogni altra cosa appare piccola), come appare nella
natura allo stato selvaggio (per esempio una montagna), ma dove la grandezza non
sussiste nell'oggetto ma nella disposizione d'animo con cui lo consideriamo. In
tal caso il sublime ci dimostra che si può anche solo pensare una facoltà
dell'animo che supera ogni misura dei sensi (§25). Il sublime dinamico nasce
quando ci troviamo di fronte a una manifestazione della natura che ci potrebbe
suscitare timore (come il mare in tempesta) ma, trovandoci noi al sicuro,
consideriamo il fenomeno come "temibile" senza averne timore, e sentendo che
proveremmo timore se tentassimo invano di opporgli resistenza.
Di fronte al sublime riconosciamo la nostra debolezza ma anche la nostra umana
superiorità, che rimarrebbe integra anche se soggiacessimo all'imperio della
natura (§28). La bellezza naturale rappresenta per Kant anche il modello della
bellezza artistica, perché la vera arte assume l'aspetto della spontaneità
naturale. E a metà strada tra natura e cultura, tra immaginazione e intelletto,
si pone la figura del genio, che possiede la disposizione innata per mezzo della
quale la natura dà regole all'arte, ha il talento di produrre ciò di cui non si
può dare regola determinata (§45-46).
La seconda parte della terza Critica non si occupa del bello e dei giudizi
estetici ma del giudizio teleologico, in base al quale noi interpretiamo la
natura come se essa tendesse a un fine e perseguisse uno scopo.
Kant ritiene che
dell'intero universo si dovrebbe dare una spiegazione meccanica, mostrando come
in esso tutto avviene per un cospirare organico di elementi, di cause ed
effetti. Ma tale visione è riservata soltanto a un soggetto divino. Mentre noi
non dobbiamo evitare di perseguire una spiegazione meccanica della natura, non
possiamo parimenti evitare per intanto — di vederla come se essa procedesse
secondo fini.
Pertanto il giudizio riflettente, a differenza dei giudizi conoscitivi, deve
sussumere i fenomeni sotto una legge che non è ancora data (§69).
"Vi è una differenza tra il dire che la produzione di certe cose della natura, o
anche di tutta la natura, non è possibile se non mediante una causa che si
determina ad agire secondo fini, eil dire che, secondo la particolare natura
della mia facoltà conoscitiva, io non posso giudicare della possibilità di
quelle cose e della loro produzione se non concependo una causa che agisce
secondo fini (§75)."
Pertanto il giudizio riflettente sopperisce a un nostro difetto di conoscenza e
ci spinge (così come i postulati della ragion pratica) a estendere la nostra
esplorazione del mondo naturale, anche laddove non ne conosciamo ancora il
meccanismo.
Non a caso i capitoli sul giudizio riflettente ritornano ancora, come accadeva
nella seconda Critica, all'idea di Dio: se l'esistenza divina è inconoscibile
con i mezzi dell'intelletto, è giusto e utile che attraverso il giudizio
riflettente si veda il destino dell'universo come orientato verso il supremo
bene possibile, visto che dobbiamo ammettere una causa morale del mondo per proporci uno scopo finale conformemente alla legge morale.
Certamente la funzione della terza Critica è, come accade nella seconda,
quella di recuperare sul piano del sentimento quelle verità che sul piano
dell'intelletto ci sono precluse. Certamente rappresenta un momento di cerniera
tra le speculazioni settecentesche sul gusto, un'idea fondamentalmente
neoclassica della bellezza, e la visione romantica sia del genio come essere
eccezionale che del sublime come sentimento eroicamente aristocratico (di cui
l'uomo rozzo si dimostra incapace). Ma bisogna sottolinearne anche alcuni
elementi che ce la rendono forse più vicina delle due opere precedenti.
Il problema drammatico del criticismo kantiano è come definire universale e
oggettiva (e quindi sicura) una conoscenza in cui sono forme pure
dell'intelletto a provvedere legalità ai fenomeni intuiti.
Malgrado gli sforzi
che Kant compie nelle pagine dedicate alla deduzione (e cioè alla fondazione)
trascendentale delle nostre capacità di conoscenza, rimane difficile dire come
le forme della soggettività siano garanzia di conoscenza oggettiva.
A meno di
considerarle — ciò che Kant rifiuta — o l'adattamento quasi naturale della
nostra mente a leggi preesistenti in natura, o un insieme di "stampi" la cui
universalità è garantita dal fatto che sono stati posti nella nostra mente
dallo stesso legislatore della Natura.
La Critica del giudizio ci introduce
invece alla considerazione di un altro tipo di conoscenza, puramente ipotetica e
congetturale, il cui modello potrebbe coinvolgere gli accenni di costruttivismo
che abbiamo individuato nella prima Critica — nel senso che anche la
costruzione di nuovi modelli conoscitivi a opera dello schematismo trascendentale sarebbe un
come se.
Con il che l'intero universo della conoscenza si porrebbe sotto il segno di una
sequenza sempre perfettibile di giudizi riflettenti, che propongono leggi a una
natura che pare resistente a rivelarsi come cosa in sé.
Ma questa prospettiva, ben presente in molta filosofia contemporanea, è
certamente solo una delle suggestioni di cui siamo debitori a Kant.

Immanuel Kant
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