FILOSOFI
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LA SCUOLA SCOZZESE DEL SENSO COMUNE


Thomas Reid: l'uomo come animale culturale



A Hutcheson successe sulla cattedra di Glasgow Adam Smith. E allorché Adam Smith nel 1763 lasciò la cattedra, venne chiamato come suo successore Thomas Reid.

Reid, che fu l'iniziatore e l'ispiratore della «scuola scozzese», si oppose agli sconcertanti risultati della filosofia di Hume e di Berkeley; combatté infatti lo scetticismo di Hume e l'immaterialismo di Berkeley, puntando su una teoria della conoscenza di tipo realistico che fa appello al senso comune.

Reid nacque a Stracham, vicino ad Aberdeen, nel 1710. Studiò ad Aberdeen, dove, successivamente, diventò professore; all'Università di Aberdeen restò fino al 1763, anno in cui passò appunto a Glasgow.
Del 1748 è il suo primo scritto, dal titolo Saggio sulla quantità. Tuttavia, la sua opera di maggior rilievo, risalente al periodo di Aberdeen, è la Ricerca sullo spirito umano secondo i principi del senso comune (1764). Durante il periodo trascorso a Glasgow, Reid scrisse solo una Analisi della logica di Aristotele (1773).
Dopo aver lasciato l'Università nel 1780, egli ricominciò a pubblicare: nel 1785 apparvero i Saggi sulle forze intellettuali dell'uomo; e nel 1788 i Saggi sulle forze attive dell'uomo. Reid morì nel 1796.

Ecco che cosa Reid — nella Ricerca sullo spirito umano — scrive sul metodo della filosofia:

Gli uomini saggi convengono, o devono convenire, che non vi è se non una via per conoscere le opere della natura: la via dell'osservazione e dell'esperimento. Per la nostra costituzione, noi siamo fortemente portati a ricondurre fatti e osservazioni particolari a regole generali, e ad applicare tali regole generali per render conto di altri effetti, o per orientarci nella produzione di essi. Questo procedimento dell'intelletto è familiare a ogni creatura umana nei comuni affari della vita, ed è l'unico attraverso cui possa compiersi ogni reale scoperta in filosofia.

Si tratta, in breve, del procedimento induttivo newtoniano che è stato paradigmatico per empiristi e illuministi:

L'uomo che per primo scoprì che il freddo congela l'acqua e che il caldo la trasforma in, vapore procedette sulla base degli stessi principi generali, e con lo stesso metodo con cui Newton scoprì la legge di gravitazione e le proprietà della luce. Le sue regulae philosophandi sono massime del senso comune, e vengono praticate ogni giorno nella vita comune; e colui che filosofa con altre regole, sia rispetto al mondo materiale sia rispetto alla mente, fallisce il suo scopo.

Le nostre congetture e teorie, afferma Reid, «noi le troviamo sempre molto differenti» dalle creazioni di Dio, per cui,

se vogliamo conoscere le opere di Dio, dobbiamo osservarle con attenzione e umiltà, senza pretendere di aggiungere alcunché di nostro a quello che ci mostra l'osservazione. Una giusta interpretazione della natura è l'unica filosofia sana e ortodossa: qualsiasi cosa vi aggiungiamo di nostro è apocrifa e priva di autorità.

Così, tutte le nostre strane teorie sulla formazione della terra, sulla generazione degli animali, sulla origine del male naturale e morale, quando «oltrepassano i limiti di una giusta induzione dai fatti, sono vanità e follia, non meno dei "vortici" di Cartesio e dell'"arché" di Paracelso».

E anche sulla mente, precisa Reid, si sono formulate congetture sbagliate. Egli vede la sua epoca come quella che «ha prodotto un sistema di scetticismo che sembra trionfare su ogni scienza e persino sui dettami del senso comune». Per questo, bisogna tornare ad analizzare la nostra mente. Ora, tra i vari poteri e facoltà che possediamo, alcuni ne abbiamo in comune con i bruti, e sono quelli che si impongono come necessari al fine della conservazione dell'individuo e della continuazione della specie. Tuttavia,

vi sono [...] altri poteri, di cui la natura ha soltanto posto i semi nella nostra mente, ma ha lasciato alla cultura il compito di svilupparli. È attraverso un'appropriata cultura di essi che noi diveniamo capaci di tutti quei perfezionamenti nell'intelletto, nel gusto e nella morale, che esaltano e onorano la natura umana.

L'uomo, insomma, è — per usare un'espressione dell'etologia contemporanea — un animale culturale. Difatti, l'uomo come bipede che mangia i frutti gradevoli della natura, che soddisfa la sua sete con l'acqua cristallina delle fonti, che propaga la sua specie quando ne abbia l'occasione e la voglia, che respinge le offese, che lavora e che riposa, è, precisa Reid, «come un albero della foresta, puramente un prodotto della natura»:

Ma questo stesso selvaggio porta dentro di sé i germi del logico, dell'uomo di gusto e di educazione, dell'oratore, dell'uomo di stato, del virtuoso, del santo. Questi germi, benché posti nella sua mente dalla natura, tuttavia, per mancanza di cultura e di esercizio, restano sepolti per sempre e difficilmente percepibili da lui stesso o dagli altri.

E alcuni di questi germi o potenzialità, che restano nascosti nel selvaggio, si sviluppano invece attraverso «l'esercizio, la compagnia, la maniera di vita».


Reid e la teoria della mente

Né la mente umana deve venir concepita come passiva. Piuttosto,

[la mente] può [...] esser paragonata a un farmacista o a un chimico, i cui materiali sono appunto forniti dalla natura; ma, per gli scopi della sua arte, egli li mescola, compone, dissocia, svapora e sublima, finché li trasforma in un aspetto
del tutto differente.


In altre parole, la sensazione è diversa dal pensiero.

[Le sensazioni vengono] mescolate, composte e scomposte, attraverso abitudini, associazioni e astrazioni, così che è difficile riconoscere che cosa esse erano originariamente.

Ed è impossibile ricostruire la storia «chiara e completa» di una mente, per esempio, «di tutto quello che è passato per la mente di un bambino dall'inizio della sua vita e delle sue sensazioni sino a quando è cresciuto all'uso della ragione».

Non ci è possibile avere «questo tesoro di storia naturale» che getterebbe gran luce sulle facoltà umane. Tuttavia, qualcosa sulla mente si può venire a sapere. Secondo Reid, sono due gli strumenti per conoscere in qualche modo la mente: «la struttura del linguaggio» e «il corso delle azioni e della condotta dell'uomo».

Leggiamo nei Saggi sulle forze intellettuali dell'uomo:

Il linguaggio degli uomini è espressivo dei loro pensieri e delle varie operazioni delle loro menti. Le varie operazioni dell'intelletto, della volontà e delle passioni che sono comuni agli uomini hanno varie forme di linguaggio corrispondenti a essi in ogni lingua, che ne costituiscono i segni dai quali essi vengono espressi.

Una coscienziosa attenzione al linguaggio può dunque illuminare considerevolmente la nostra analisi della mente:

Vi sono in tutte le lingue dei modi di parlare attraverso cui gli uomini esprimono i loro giudizi o forniscono la loro testimonianza, attraverso cui accettano o rifiutano, chiedono informazione o consiglio, comandano, minacciano o supplicano, impegnano la loro parola in promesse o contratti. Se tali operazioni non fossero comuni all'umanità, non troveremmo in ogni lingua delle forme di linguaggio attraverso cui esse sono denotate.

La struttura del linguaggio, o meglio, le funzioni linguistiche fondamentali sono fonte d'informazione sulla mente, come pure lo sono il corso delle azioni e la condotta degli uomini:

Le azioni degli uomini sono effetti; i loro sentimenti, le loro passioni e le loro affezioni sono le cause di questi effetti; e noi possiamo, in parecchi casi, formarci un giudizio sulla causa partendo dagli effetti.

Così, il comportamento dei genitori verso i figli fornisce evidenza sufficiente per affermare che l'affetto dei genitori è comune agli uomini; la condotta degli uomini ci dice quali siano gli oggetti della loro stima, del loro amore, del loro risentimento, e così via:

l'uomo è per sua natura un animale socievole, [...] egli ama associarsi con la sua specie, conversare e scambiare prestazioni con i suoi simili.


Reid: realismo e senso comune

Veniamo ora alla famosa «questione delle idee». È il «genio», e non la mancanza di genio — dice Reid —, che corrompe la filosofia e la riempie di errori e di false teorie. E una di queste false teorie è la teoria delle idee difesa da Hume, Locke e Berkeley. Le idee vengono concepite, con Hume, come un'impressione nella nostra mente:

Questa idea si dice che sia l'immagine, la similitudine, la rappresentazione del sole, se pur vi è un sole. Ma dell'idea, essendo essa immediatamente percepita, non si dovrebbe metter in dubbio l'esistenza, secondo quanto ritengono i filosofi.

Osserva Reid:

[Questa opinione filosofica] è direttamente contraria al senso universale degli uomini che non sono stati istruiti in filosofia. Se vediamo il sole o la luna, non dubitiamo che gli oggetti reali che noi vediamo immediatamente sono molto distanti da noi e molto distanti l'uno dall'altro. Noi non abbiamo il minimo dubbio che vi siano un sole e una luna, che Dio creò qualche migliaio d'anni fa, e che hanno continuato da allora a compiere le loro orbite in cielo.

L'uomo comune che ascolta il filosofo, rimane sconcertato, e chiede al suo istruttore filosofico:

Non v'è dunque nessun essere sostanziale e permanente chiamato il sole e la luna, che continui a esistere sia che io pensi a esso, sia che io non vi pensi?

A tale interrogativo, Locke, secondo Reid, risponderebbe che vi sono degli esseri sostanziali e permanenti come il sole e la luna, ma che

[il sole e la luna] non appaiono mai a noi di persona, ma sempre attraverso le loro rappresentazioni, cioè le idee nella nostra mente, e noi non sappiamo nulla di essi all'infuori di quello che possiamo apprendere da tali idee.

Berkeley e Hume darebbero invece una risposta differente alla questione:

[Berkeley e Hume] assicurerebbero l'interrogante che è un errore volgare, un mero pregiudizio dell'uomo ignorante e privo di istruzione il pensare che vi siano degli esseri permanenti e sostanziali chiamati il sole e la luna [...]. Non esiste nulla in natura all'infuori delle menti e delle idee, dice il vescovo Berkeley. Anzi, dice Hume, non esiste nulla in natura all'infuori delle sole idee.

Dinanzi a tali sconcertanti esiti della teoria della mente, Reid, molto semplicemente, asserisce che

certamente non è necessario per nulla dimostrare ulteriormente che a un uomo non istruito in filosofia essa [questa teoria della mente] deve apparire stravagante e visionaria, ed estremamente contraria ai dettami dell'intendimento comune.

È dunque il richiamo all'esperienza del senso comune a qualificare la concezione filosofica di Reid.


La questione della verità del senso comune dopo Reid

Nel XX secolo è stato George E. Moore a tornare — contro il neoidealismo inglese, per esempio, di F. Bradley — alla verità del senso comune, come attesta il suo saggio Difesa del senso comune, che è del 1925.

Moore, a cavallo tra i due secoli, guidò l'offensiva contro l'idealismo e, in quest'impresa, trascinò anche Bertrand Russell, il quale ricorda che Moore «assunse la guida della ribellione, e io lo seguii con un senso di liberazione [...]. Con il senso di fuggire da una prigione, ci permettemmo di pensare che l'erba è verde, che il sole e le stelle esisterebbero anche se nessuno fosse consapevole di essi [...]. Il mondo che era stato fino ad allora sottile e logico d'improvviso diventò ricco, vario e solido». Moore, quindi, contro Bradley e i neoidealisti a lui contemporanei, ripeté in un contesto diverso, ma sempre in nome delle verità del senso comune («esiste attualmente un corpo umano vivente, che è il mio corpo»; «esiste un mondo esterno»; «esistono altri io» ecc.), l'operazione condotta da Reid contro Hume, Berkeley e Locke.

Più vicino a noi, Karl Popper, in un saggio scritto a difesa del realismo (cioè della dottrina secondo cui le nostre teorie scientifiche, benché smentibili, ci fanno conoscere la realtà), ha detto: «E Reid, di cui condivido l'adesione al realismo e al senso comune, pensava che noi avessimo una diretta, immediata e sicura percezione della realtà "esterna, oggettiva"». E su quest'ultimo punto Popper non è d'accordo, giacché «nulla vi è di diretto o immediato nella nostra esperienza».

Ancora un'ultima considerazione. Come il senso comune ci attesta inequivocabilmente la realtà del mondo esterno e la verità della teoria che ciò sostiene, sempre il senso comune ci attesta, scrive Reid nei Saggi sulle forze attive dell'uomo, la validità di principi morali come i seguenti:

1) Vi sono alcune cose nella condotta umana che meritano approvazione e premio, e altre che meritano biasimo [...];
2) Ciò che non è in nessun grado volontario non può meritare approvazione o biasimo morale;
3) Ciò che è compiuto per necessità ineluttabile può essere piacevole o spiacevole, utile o dannoso, ma non può essere oggetto di biasimo o di approvazione morale;
4) Gli uomini sono altamente colpevoli nel non fare ciò che dovrebbero fare tanto quanto nel fare ciò che non dovrebbero;
5) Dobbiamo usare i migliori mezzi di cui disponiamo per essere bene informati sui nostri doveri [...];
6) Il nostro compito più importante dev'essere il compiere il nostro dovere per quanto lo conosciamo, e il rafforzare le nostre menti contro ogni tentazione di deviare da esso.

L'elenco prosegue. E Reid alla fine sostiene:

Io chiamo questi principi primi, perché mi sembrano avere in se stessi un'intuitiva, irresistibile evidenza.


Dugald Stewart e le condizioni dell'argomentazione filosofica



Dopo Reid, la scuola scozzese annovera tra i suoi esponenti James Oswald (morto nel 1793), il quale, nel suo Appello al senso comune al servizio della religione (1766-1772), elabora soprattutto l'aspetto teologico del pensiero di Reid.

Di maggior rilievo di quella di Oswald è stata, nel campo etico, l'opera di Adam Ferguson (1724-1816), autore, tra l'altro, dei Principi di scienza morale e politica, in due volumi, del 1792. Ferguson insegnò all'Università di Edimburgo filosofia naturale e successivamente filosofia morale. Nel 1778, nominato segretario di una commissione per le colonie, andò in America, e sulla sua cattedra passò, prima come supplente e poi come successore a tutti gli effetti, Dugald Stewart, il quale, insieme a Thomas Brown, fu il più prestigioso rappresentante della «scuola scozzese».

Dugald Stewart, figlio di un professore di matematica dell'Università di Edimburgo, nacque in questa città nel 1753.
Allievo di Reid a Glasgow, studiò matematica, filosofia ed economia politica. Professore dapprima di matematica a Edimburgo, successe poi, come sopra si è detto, a Ferguson sulla cattedra di filosofia morale, cattedra che egli tenne sino al 1810. Morì nel 1826.

Stewart fu un autore abbastanza fecondo. Tra i suoi scritti di maggior importanza sono da ricordare: Elementi di filosofia dello spirito umano (1792, 1814, 1827), Lineamenti di filosofia morale (1793), Saggi filosofici (181o), Visione generale del progresso della filosofia metafisica e politica a partire dalla rinascenza delle lettere in Europa.

Quest'ultima opera consiste in una interessante storia del pensiero filosofico moderno, e venne pubblicata nei supplementi della Encyclopedia Britannica (IV e V ed., 1815 e 1821).

Stewart espose e divulgò il pensiero di Reid; cercò di portare dentro alla cultura filosofica inglese le tematiche del pensiero degli ideologi francesi, dato che — come egli scrive nella Visione generale del progresso della filosofia metafisica e politica:

L'interruzione [dovuta a motivi politici] di ogni comunicazione tra l'Inghilterra e il continente per un periodo così lungo ci ha lasciato [...] in un'ignoranza pressoché completa del poco che era stato compiuto durante questo periodo per il progresso della vera filosofia nelle altre parti d'Europa.

Sviluppò una filosofia della mente, battendo l'interessante strada dell'analisi psicologica; propose una teoria estetica basata sull'ipotesi dell'esistenza di un senso comune della bellezza; mise il dito su una delle piaghe più dolorose della scuola scozzese, ossia sul fatto che non esiste un chiaro criterio per la delimitazione di quei «principi primi» che il senso comune sarebbe in grado di attestare e fondare. In ogni caso, negli Elementi di filosofia dello spirito umano, Stewart stabilisce che la credenza nell'esistenza dell'io, la credenza nella realtà del mondo esterno materiale, la credenza nell'uniformità delle leggi naturali, la credenza nella fiducia da attribuire alle testimonianze della memoria, come anche l'identità personale, sono verità fondamentali e condizioni di ogni ragionamento.

Ecco come, nei Lineamenti di filosofia morale, egli esplicita ancor meglio le condizioni e le regole delle argomentazioni filosofiche:

Tutte le ricerche filosofiche, qualunque sia la loro natura, e tutte quelle conoscenze pratiche che orientano la nostra condotta nella vita presuppongono un ordine stabilito nella successione degli eventi. Altrimenti l'osservazione del passato sarebbe sterile e noi non potremmo concludere nulla per il futuro.

Si tratta, come ognuno vede, del principio di induzione, che vale non solo per il mondo naturale, ma anche, secondo Stewart, per il mondo umano:

Le leggi che governano le vicende umane sono certamente meno facili a districarsi; ma tuttavia, in questa classe di fatti vi è un certo grado di ordine che è possibile cogliere, e che basta per fondare delle regole generali di grande utilità.

C'è dunque un ordine negli eventi naturali e nei fatti umani:

La nostra conoscenza delle leggi della natura non ha alcuna altra fonte se non l'osservazione e l'esperienza. Tra due avvenimenti noi non percepiamo
mai una connessione necessaria; e, di conseguenza, noi non possiamo mai logicamente dedurre a priori l'uno dall'altro. L'esperienza c'insegna che certi avvenimenti sono invariabilmente associati; e da ciò deriva che se l'uno appare, ci attendiamo pure l'altro; ma noi non ne sappiamo nulla di più, e la nostra conoscenza in tali casi non si estende al di là del fatto.


Noi non conosciamo le cause essenziali dei fatti, ma solo i fatti e le leggi che li collegano:

Riconoscere con diligenza, constatare con esattezza queste associazioni di eventi, che non sono altro se non l'ordine stesso dell'universo, radunare i fenomeni sparsi che questo  universo ci presenta e collegarli alle loro leggi generali: questo è il compito supremo della filosofia.

Ed è stato Bacone, annota Stewart, il primo che abbia messo in tutta evidenza questa fondamentale verità.

[Il vero scopo di ogni ricerca filosofica] è quello che si propone un uomo di buon senso quando osserva gli eventi che passano sotto i suoi occhi: la sua intenzione è di mettere a profittto quello ch'egli vede per la sua futura condotta. [...] Tra la scienza della filosofia e questo buon senso che dirige la maggior parte degli uomini negli affari della vita, non vi è una differenza di natura: si tratta esclusivamente di una gradazione.

Ed è proprio perché si sono seguite queste regole del filosofare, che impongono l'esperienza per guida, che si è avuta, tra l'altro, la grande svolta nella metafisica. Nella Visione generale del progresso della filosofia metafisica e politica, Stewart dice che

[con Locke e i suoi successori la metafisica ha abbandonato] le sottigliezze e le astrazioni del Medioevo per occuparsi di studi sottomessi alla cultura dell'intelligenza, all'esercizio delle sue facoltà e alla conoscenza del grande scopo della destinazione del nostro essere. Si può quindi considerare un simile cambiamento come una prova palpabile e inconfutabile dei progressi corrispondenti della ragione in Inghilterra.


Thomas Brown: la filosofia dello spirito e l'arte del dubitare



Thomas Brown, anch'egli scozzese, nacque a Kirkmabreck nel 1778. Allievo di Stewart, insegnò all'Università di Edimburgo, sino all'anno della sua morte, avvenuta nel 1820.

Il suo primo lavoro furono le Osservazioni sulla Zoonomia del dr. Erasmus Darwin (1798). Nel 1804 apparvero le Osservazioni sulla natura e la tendenza della dottrina del signor Hume sulla relazione di causa ed effetto; osservazioni su cui Brown lavorò ancora, e che fece poi confluire nella Ricerca sulla relazione tra causa ed effetto, pubblicata nel 1818. Nel 182o apparvero le Lezioni di filosofia dello spirito umano.

Thomas Brown intende la filosofia precisamente come analisi della mente. E, in effetti, la sua prospettiva filosofica comprende:

in primo luogo la filosofia della mente, considerata [la mente] come una sostanza
capace di varie modificazioni, o stati, che costituiscono, come si succedono l'uno all'altro, i fenomeni del pensiero e del sentire.
In secondo luogo le dottrine dell'etica generale, come l'obbligo, sotto cui l'uomo si trova, di aumentare ed estendere il più, largamente possibile la felicità di ogni essere vivente. In terzo luogo le dottrine politiche, come il mezzo che lo pone in grado, in società coi suoi simili, di perseguire, col maggior successo possibile e col minore rischio possibile di mali futuri, quella felicità di tutti, che è dovere di ogni individuo desiderare e promuovere. In quarto luogo le dottrine della teologia naturale, come quelle dell'esistenza e degli attributi del più grande degli esseri, sotto il cui governo morale noi viviamo, e la fondazione della nostra fede che la morte sia soltanto un cambiamento di scena, che, rispetto alla nostra mortalità, può quindi esser detta la sua conclusione, ma che, rispetto all'anima in se stessa, è soltanto uno degli eventi della sua vita, che è eterna.


Questo brano di Brown si trova nelle Lezioni di filosofia dello spirito umano, in cui leggiamo pure:

La filosofia della materia e la filosofia della mente s'accordano completamente sotto questo rispetto: che in entrambe egualmente la nostra conoscenza è confinata ai fenomeni che essa presenta.

Per questo, nella loro essenza noi non conosciamo, e non possiamo conoscere, né la materia né la mente:

Se la nostra conoscenza della materia è soltanto una conoscenza relativa, la nostra conoscenza della mente è parimenti relativa.

Inoltre, siccome nei nostri ragionamenti ci debbono pur essere dei principi da cui partire, noi vediamo che esistono verità, verità del senso comune, che non si possono mettere in dubbio:

Di queste verità prime, come esse sono state denominate, il soggetto costituisce uno degli esempi più evidenti. La credenza della nostra identità non è il risultato di una serie di proposizioni, bensì sorge immediatamente, in certe circostanze, da un principio di pensiero, che è essenziale alla vera natura della mente così come lo sono le sue facoltà della percezione o della memoria, o come lo è il potere del ragionamento stesso, sulla cui essenziale validità, e conseguentemente sull'intuitiva credenza di qualche verità prima su cui esso è fondato, ogni obiezione contro la forza di queste effettive verità deve alla fine arrestarsi.

Altra verità, sulla quale non si può dubitare, è quella concernente la realtà del mondo esterno:

È la mente, dotata delle facoltà della percezione e del giudizio, che osserva, compara e combina; ma i fenomeni sono quelli di un mondo che, benché connesso con la mente attraverso molte meravigliose relazioni di azione reciproca, esiste ancora indipendentemente da essa.

D'altro canto, Brown è contrario a moltiplicare i principi della credenza intuitiva. A suo avviso, Reid e alcuni altri filosofi scozzesi che li hanno appunto moltiplicati, hanno fatto cosa inopportuna e ridicola. Scrive Brown:

Non si può negare che la moltiplicazione non necessaria di essi [i principi della credenza intuitiva] sarebbe in sommo grado nociva a una sana filosofia: sia in quanto ci conduce a formarci delle visioni errate della natura della mente, con l'attribuirle dei principi che non fanno parte della sua costituzione, sia, ancor più, in quanto arresta il generale vigore della nostra ricerca filosofica, allettandoci all'abitudine di accontentarci troppo presto della fiducia facile e indolente che non sia necessario per noi procedere oltre, come se fossimo già proceduti tanto quanto lo permettono le nostre facoltà.

Non bisogna quindi soffocare la nostra curiosità. Bisogna stare ai fatti, e cercare che le parole stiano per i fatti. E soprattutto bisogna imparare a dubitare, ma a dubitare bene:

Noi erriamo egualmente se il nostro dubbio cessa troppo presto se esso non abbia mai posto in dubbio un solo pregiudizio.

Sbaglia dunque sia lo scettico che dubita sempre e di tutto, sia chi assume un atteggiamento di «stupidità fiduciosa». Occorre sapere in quali circostanze il dubbio sia legittimo e in quali esso non lo sia e deve quindi cessare:

Si può dire che non sa come dubitare colui che è completamente soddisfatto del risultato di una ricerca, ch'egli sarebbe in grado di proseguire ancora ulteriormente, anche se si trattasse soltanto di aggiungere ancora un passo al migliaio di passi ch'egli può già aver compiuto. La verità è l'ultimo anello di una lunga catena, il cui primo anello la natura lo ha posto nelle nostre mani. Se noi siamo felicemente giunti all'ultimo, e avvertiamo completamente che non vi è più alcun anello ulteriore, sarebbe evidentemente assurdo supporre che possiamo ancora procedere oltre. Ma se invece noi ci fermiamo prima di essere giunti all'ultimo, sostenendo, senza allungare la nostra mano a compierne l'esperimento, che non esiste più alcun altro anello dopo quello che abbiamo raggiunto, non conta più quanto avanti siamo potuti giungere: la verità resta ancora di là di noi: per essere afferrata da un braccio più vigoroso e potente.

Non bisogna asserire con temerarietà che abbiamo raggiunto l'ultimo anello della catena, quando non ne siamo sicuri. E se ci accontentiamo di dire che abbiamo raggiunto l'ultimo anello che lo sforzo umano può raggiungere,

dobbiamo badare che non possiamo misurare l'incapacità dell'intera razza degli uomini dalla nostra individuale incapacità, o, cosa che è tutt'altro che improbabile, che noi possiamo scambiare per incapacità, anche in noi stessi, quello che è soltanto il tedio di un esercizio continuato a lungo.