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La metafisica
L'eclettica metafisica rinascimentale
Il Cinquecento è il secolo della metafisica neoplatonica. Molti fattori
concorrono a formarla: l'esaurimento della metafisica aristotelica, a cui
contribuisce la crescente inadeguatezza della scienza aristotelica; l'influenza
della scuola di Marsilio Ficino e dei pensatori ebraici (Cordovero, Luria), la
cui metafisica è per molti versi analoga a quella dei neoplatonici, alla quale
frequentemente si mescola, lungo una tradizione che giunge sino ai platonici di
Cambridge; il crescente interesse per gli studi matematici che trovano una
provvisoria collocazione—in attesa di una compiuta autonomia — all'interno di
schemi platonici, per cui i numeri sarebbero intermedi tra le idee e gli enti
mondani; l'influenza, sotterranea ma importante, della filosofia araba, che già
leggeva Aristotele con occhi platonici.
A lungo gli studiosi della metafisica cinquecentesca hanno contrapposto
l'aristotelismo padovano al platonismo fiorentino. Oggi si preferisce
abbandonare questa contrapposizione e cercare di individuare tutti gli elementi
che costituiscono l'eclettismo della metafisica rinascimentale.
La metafisica aristotelica è infatti soggetta a un duplice movimento, che
possiamo definire come di sinistra e di destra: di rinnovamento, con il
passaggio di interessi dalla metafisica alla psicologia sperimentale (Pomponazzi),
e di dogmatico irrigidimento. L'angelo nero di tale dogmatismo è Bellarmino, il
grande inquisitore che manda a morte Giordano Bruno e costringe all'abiura
Galileo Galilei; quando anche pensatori meno radicali, come Pomponazzi e
Cremonini, non sfuggono all'occhio del Santo Uffizio.
Mentre la scolastica, ormai irrigiditasi nelle sue strutture, si lascia
cristallizzare nelle dotte Disputationes di Suarez, che comprendono l'intera
metafisica scolastica, senza aggiungere alcunché, emerge il sotterraneo lavoro
degli interpreti arabi (Avicenna, Averroè e Avicebron). Rovesciando il rapporto
di passività della materia rispetto alle forme, essi hanno preparato la strada
alla "resurrezione" della materia, che viene ora pensata non come luogo oscuro
privo di forma, ma come dotata di molteplici forme potenziali, dunque vivente:
tema presente in tutto il neoplatonismo, ma anche — in modi più sottili —nel
rapporto corpo-anima di Pomponazzi.
I temi latenti nella sinistra aristotelica sono pienamente sviluppati nella
Teologia di Ficino, testo-chiave di tutto il neoplatonismo. La potenzialità
della materia dotata di forma - potenza si coniuga in Ficino con una genuina
lettura di Plotino: l'universo è concepito come espressione dell'Uno, secondo il
duplice e simultaneo movimento di "emanazione" (dall'Uno) e "tensione" (verso
l'Uno). L'irradiazione dell'Uno, concepita secondo una scala gerarchica, si
riassume nella plotiniana metafora della luce che (per dirla con Dante) "per
l'Universo penetra e risplende", diffondendosi ovunque. Questa luce è "amore",
attributo divino che guida l'anima verso il ricongiungimento con l'Uno. Con
Diacceto la metafisica d'amore si diffonde nell'Accademia fiorentina,
raggiungendo il suo culmine in Leone Ebreo: la contemplazione amorosa è per lui
esperienza "ex statica" e fusione dell'amante nell'oggetto d'amore, così come
l'anima individuale, tesa al divino, esce dai suoi limiti e si fonde con l'anima
universale.
Un ulteriore, decisivo sviluppo in chiave antropologica del rapporto
potenza-materia viene da Pico della Mirandola, autore in cui platonismo
ficiniano e cabala ebraica si fondono mirabilmente. La dignità dell'uomo sul
creato, infatti, deriva non dall'essere l'uomo dotato di una forma determinata,
ma proprio dall'essere privo di forma in atto: l'uomo è dotato "in potenza" di
ogni forma possibile, dunque è potenzialmente bestia o Dio. Sta all'uomo,
padrone del proprio destino, scegliere quale delle molteplici e non predestinate
vie a lui aperte percorrere.
All'apice della metafisica del Cinquecento è Bruno, che fonde e rimescola
positivamente Ficino e filosofia araba all'interno dell'orizzonte aperto
dall'astronomia di Copernico, che apertamente esalta. In realtà Bruno va ben
oltre Copernico: l'universo è infinito, privo di centro e dunque dotato di
infiniti centri, e al suo interno la materia assume sempre nuove forme,
traendole da se stessa. Per adeguarsi a questa realtà, la filosofia stessa deve
passare dalle categorie aristoteliche — distributive e classificatorie — a nuove
categorie, in grado di cogliere l'unità del tutto come massima complicazione:
una riforma filosofica che necessita dell'apporto eclettico di molteplici
tradizioni filosofiche, e che dunque può produrre nuova unità nella molteplicità
delle conoscenze.
Qui emerge però anche il limite estremo del neoplatonismo, al quale Bruno non sa
sfuggire: Bruno pensa il panteismo, ma senza giungere a una filosofia
dell'immanenza, vincolato dal doppio statuto dell'Uno (sia esso Dio o,
platonicamente, Bene) che contemporaneamente è al di là dell'essere, ma
all'essere immanente.
Così il dio bruniano è inintelligibile, ma al tempo stesso sprofonda nel mondo
sino ad autoesaurirsi, poiché l'infinità spazio-temporale dell'universo nega di
fatto la possibilità di un piano alternativo a quello mondano in cui Dio
opererebbe: una contraddizione che troverà soluzione solo nella sostanza
infinita di Spinoza, entro una metafisica alternativa tanto a quella
aristotelica quanto a quella platonica.
GIORDANO BRUNO: LA RELIGIONE COME METAFISICA DELL'INFINITO
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