FILOSOFI
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L'ILLUMINISMO TEDESCO:
CARATTERISTICHE, PRECEDENTI, AMBIENTE SOCIO—CULTURALE

La nuova forma logica delle problematiche filosofiche e l'originalità dell'illuminismo tedesco


«L'Illuminismo tedesco deve la sua originalità, rispetto a quello inglese e francese, più che a nuovi problemi o temi speculativi, alla forma logica in cui temi e problemi sono presentati e fatti valere. L'ideale di una ragione che abbia il diritto di investire con i suoi dubbi e i suoi problemi l'intero mondo della realtà, si trasforma nell'Illuminismo tedesco in un metodo di analisi razionale, cauto insieme e deciso, che avanza dimostrando la legittimità di ogni passo, cioè la possibilità intrinseca dei concetti di cui si avvale e il loro fondamento [...]. È questo il metodo della fondazione che doveva rimanere caratteristico della filosofia tedesca posteriore e che celebrò il suo grande trionfo nell'opera di Kant. Il fondatore di questo metodo è Wolff che, sotto questo aspetto, è il massimo rappresentante dell'Illuminismo tedesco» (Nicola Abbagnano).

E, in realtà, lo stesso Kant indicherà il procedimento wolffiano come il metodo che fissa «il sicuro cammino di una scienza, attraverso una regolare determinazione dei principi, una chiara precisazione dei concetti, una ricercata rigorosità delle prove, un rifiuto di salti arditi nelle conseguenze».

Stando così le cose, l'esigenza di una ragione, che se anche non è tutto, tutto vuole indagare e che pretende di autogiustificarsi, assume nell'illuminismo tedesco un'andatura pedante e un volto sistematico «che fanno uno strano contrasto col carattere estroso, geniale e divertente degli scritti dei maggiori Illuministi inglesi e francesi» (N. Abbagnano).

Precedenti filosofici

I filoni di pensiero che, in vario modo, confluiscono nel e preparano l'illuminismo tedesco sono:
1 la filosofia di Leibniz;
2 le teorie scientifiche di Newton, la cui meccanica con la connessa immagine del mondo avrà, tra l'altro, un influsso decisivo su Kant;
3 la filosofia di Spinoza;
4 le idee degli illuministi inglesi e specialmente francesi: «di particolare efficacia fu la circolazione, in traduzioni tedesche, delle opere di Helvétius, Condillac e Holbach, il cui materialismo venne da alcuni autori utilizzato per rinvigorire la corrente genericamente materialistica che, a torto o a ragione, si faceva risalire a Spinoza» (Ludovico Geymonat).

Tra coloro che possono venir considerati precursori dell'illuminismo in Germania, sono da menzionare Tschirnhaus, Pufendorf e Thomasius.

Ehrenfield Walter von Tschirnhaus:
l'ars inveniendi come fiducia nella ragione


Ehrenfield Walter von Tschirnhaus (1651-1708), discendente da una nobile famiglia morava, studiò matematica, fisica e filosofia. Dal 1675 al 1678 viaggiò molto in Olanda, Inghilterra, Francia e Italia; e durante questi viaggi ebbe modo di conoscere Huygens, Newton, Collins, Spinoza e Leibniz.

La sua opera maggiore è la Medicina mentis sive artis inveniendi praecepta generalia (1687), dove l'autore propone, sul modello della matematica, un ars inveniendi che sia in grado di condurre alla vera conoscenza.

E questa conoscenza deve fondarsi sull'esperienza, intesa cartesianamente come coscienza interiore. Le verità evidenti e fondamentali sulle quali si erge il sapere sono, secondo Tschirnhaus, le seguenti:

1 siamo coscienti di parecchie cose;
2 siamo colpiti da cose che ci piacciono e da cose che non ci piacciono (e da qui vengono i concetti di bene e di male, e i fondamenti dell'etica);
3 siamo coscienti del fatto che alcune cose sono per noi concepibili e altre no;
4 attraverso i sensi interni ed esterni, ci facciamo immagini degli oggetti esterni.

«Tschirnhaus è convinto che questi fatti dell'esperienza interna, se sono assunti come principi generali di deduzione e sviluppati sistematicamente, possono portare all'acquisizione di un metodo utile alla verità in tutte le scienze. In altre parole, egli condivide l'ideale della scienza universale, qual era prospettata da Leibniz, col quale egli ebbe relazioni personali» (N. Abbagnano).

E l'importante è, in ogni caso, la sua fiducia nella ragione umana.

Samuel Pufendorf: il diritto naturale è questione di ragione

Samuel Pufendorf (1632-1694), luterano ortodosso, insegnò a Heidelberg, dove aveva assunto la cattedra di «diritto naturale e delle genti»; passò poi a Lund, e qui scrisse la sua opera più importante che è il De jure naturae et gentium (1672).

Egli prende le mosse dal principio — che poi sarà a fondamento del giusnaturalismo a lui contemporaneo e di quello successivo —secondo il quale il diritto naturale è una questione di ragione, dato che, essendo per sua essenza universale, non può fondarsi sulla religione, la quale è diversa da popolo a popolo:

[Il diritto] è regola delle azioni e dei rapporti tra tutti gli uomini non in quanto cristiani ma in quanto uomini.

Su questa base, Pufendorf è persuaso che si possa costruire una scienza del diritto avente il medesimo rigore della scienza fisica. La dottrina del diritto naturale di Pufendorf, «essenzialmente eclettica [...] riunì insieme motivi groziani, come quello della razionalità e socialità della natura umana, e hobbesiani, come quello del movente utilitario di tutte le azioni: mirando soprattutto a dare alla dottrina del diritto naturale una sistemazione scientifica, e compiendo di esso una trattazione effettivamente amplissima e metodica, anche se viziata, proprio nelle sue basi filosofiche, da incertezze e da vere e proprie contraddizioni» (Guido Fassò).

Christian Thomasius: la distinzione tra diritto e morale

Presso i giusnaturalisti, o difensori della dottrina del diritto naturale, di questa epoca, «naturale» sta per «razionale» e, meglio ancora, per «non-soprannaturale», nel senso che l'intento dei giusnaturalisti fu di fare della ragione umana e non della Rivelazione il criterio di giudizio della verità in tutte le attività umane, e quindi anche nel dominio delle norme giuridiche.

Una tale profonda convinzione è rinvenibile in modo chiaro in Christian Thomas (Thomasius) (1655-1728).

Originario di Lipsia, decisamente anticonservatore (scandalizzò il mondo colto di Lipsia, facendo lezione in tedesco anziché in latino), fu costretto, per questi suoi atteggiamenti, a lasciare Lipsia per Berlino, da dove successivamente si trasferì a Halle: qui scrisse le Institutiones jurisprudentiae divinae (1688) .

A Halle, in un primo momento fu attratto dal movimento pietista, ma verso gli inizi del Settecento Thomasius, sotto l'influsso delle idee di Locke e di quelle dei sensisti, si orientò per una forma di pensiero decisamente illuministica, di cui fanno fede i suoi Fundamenta juris naturae et gentium (1709). Nelle Institutiones Thomasius dà questa definizione:

[ll diritto naturale è la] legge divina scritta nel cuore di tutti gli uomini, che li obbliga a fare quello che è necessariamente conforme alla natura dell'uomo razionale e ad astenersi invece da ciò che a tale ragione ripugna.

Nei Fundamenta egli dirà, molto limpidamente, che noi conosciamo il diritto naturale «attraverso il ragionamento dell'animo sereno», e che tale diritto comprende omnia praecepta moralia ex ratiocinatione profluentia, «tutti i precetti morali che sgorgano dal ragionamento».

Ma la cosa di maggior rilievo nel pensiero di Thomasius è la distinzione e la determinazione della categoria autonoma della giuridicità. Egli si prefigge di distinguere il giuridicamente justum dal moralmente honestum e dal socialmente (o convenzionalmente) decorum.

E ciò che è giuridicamente giusto si differenzia da quel che è moralmente onesto per il fatto che il comportamento giuridico giusto è, prima di tutto, intersoggettivo, nel senso che riguarda l'azione almeno di due persone. Tuttavia, l'intersoggettività e l'esteriorità non sono sufficienti per la determinazione del giuridicamente giusto, per la ragione che, se esse servono a distinguere il giusto dall'onesto, non riescono però a distinguere il giusto dal decorum, da ciò che è socialmente opportuno e conveniente, giacché anche il decorum possiede i caratteri dell'intersoggettività. Ecco allora emergere l'altra caratteristica qualificante della categoria della giuridicità:

Al decorum nessuno può essere costretto, e, se vi viene costretto, non si tratta più di decorum; mentre, d'altra parte, la obbligazione giuridica è sempre esterna e teme la coazione di altri uomini.

Intersoggettività e coercitività: ecco, quindi, i caratteri specifici e qualificanti del diritto. Ed è ovvio che, se sono coercitivi solo i doveri giuridici, quelli cioè che servono alla pace sociale, allora l'ambito delle convinzioni intime e personali, quelle morali e religiose, non è coercitivo: di conseguenza, Thomasius ammette e difende la libertà di pensiero e di religione. La Chiesa o, meglio, le Chiese non possono configurarsi quali istituzioni giuridiche arrogantisi poteri di coazione.

Da quanto detto, «è comprensibile come a Tomasio, filosofo di non grande statura, si assegni tradizionalmente un posto notevole nella particolare storia della filosofia del diritto; egli anticipa motivi che, con ben altra fondazione filosofica, ritroveremo presso Kant, come quello della distinzione del diritto dalla morale, e porta avanti coraggiosamente le idee di libertà che il Giusnaturalismo del Seicento era venuto maturando, contribuendo con efficacia alla trasfusione di esse dalla teoria nell'azione riformatrice» (G. Fassò).

Il pietismo nei suoi rapporti con l'illuminismo

Non è possibile comprendere l'ambiente culturale in cui l'illuminismo tedesco si sviluppò, se non si considera quel movimento religioso che è il pietismo, movimento che Ladislao Mittner (nella sua Storia della letteratura tedesca) vede quale tessuto connettivo della cultura tedesca nell'epoca dell'illuminismo e in quella di Goethe.

«Poiché l'ortodossia protestante, troppo rigidamente razionalistica, ignorava i bisogni mistico-sentimentali dei fedeli, l'intimità e la dolcezza della fede, verso la fine del Seicento sorsero dappertutto, per effetto dei "Collegia pietatis" fondati da Philipp Jacob Spener a Francoforte sul Meno nel 167o, conventicole più o meno clandestine di edificazione religiosa, le "chiese del cuore", che, apparentemente inserite nella "chiesa di pietra" dell'ortodossia (ecclesiola in ecclesia), in realtà le si sovrapponevano e si contrapponevano, praticando esercizi di edificazione che la chiesa ufficiale non approvava, anzi spesso condannava e perseguitava severamente [...]. I pietisti, più che dei santi, erano dei credenti che sentivano, vivevano e operavano santamente; erano in primo luogo anime emotive, bisognose di pace, ma bisognose soprattutto di sperimentare tutte le pene e le dolcezze della loro insopprimibile emotività» (L. Mittner).

Il rapporto tra pietismo e illuminismo è stato complesso: l'«emotività» dei pietisti non poteva non scontrarsi (e di fatto si scontrò) con la «razionalità» degli illuministi; e tuttavia, almeno il primo illuminismo troverà un forte alleato nel pietismo, il quale pietismo significava:

a polemica nei riguardi dell'ortodossia dogmatica luterana dominante;
b affermazione delle libertà della coscienza della singola persona dalle catene della teologia ufficiale;
c primato di una fede pratica, piuttosto che della teologia scolastica.

In sostanza, il primo illuminismo e il pietismo si trovarono alleati contro l'ortodossia luterana dominante. Thomasius ebbe relazioni strette con i filosofi e teologi pietisti del «Circolo di Halle» (Gundling — che di Thomasius fu allievo —, Budde, Lange, Rúdiger, Sperlette).

Combattutto dagli ortodossi, il pietismo (le cui ascendenze si ritrovano tra le sette mistiche già avversate da Lutero; che ha punti di contatto con i movimenti degli anabattisti, dei quaccheri, dei metodisti; e che subì influssi dal movimento del quietismo francese e dalla mistica dei gesuiti francesi e spagnoli), conobbe il suo trionfo a Halle nel 1706 con August Hermann Francke, «famoso per la sua predicazione di una durissima disciplina penitenziaria e per la fondazione di esemplari istituti di educazione (1702), che s'imposero all'ammirazione di tutta la Germania» (L. Mittner).

E fu proprio per l'azione di Francke che Wolff fu cacciato da Halle. Nel suo Discorso sulla filosofia pratica dei Cinesi, Wolff aveva avuto l'ardire, in un ambiente come quello di Halle, di porre, tra i profeti, Confucio accanto a Cristo. «Per effetto degli intrighi di Francke il filosofo Wolff, accusato di aver giustificato dalla cattedra i soldati disertori, fu bandito dall'università di Halle nel 1723; da allora il pietismo hallense, favorito ufficialmente dal governo prussiano, trionfò anche nelle corti minori, finché nel 1740 si ebbe un capovolgimento completo col re filosofo Federico II» (L. Mittner).

Federico II e la situazione politica tedesca

Questo richiamo a Federico II ci porta a dare alcuni rapidi cenni sulla situazione politica della Germania nel periodo dell'illuminismo.

Benché la Guerra dei Trent'anni avesse prostrato la Germania; benché la potente monarchia francese costituisse una minaccia continuamente presente per l'indipendenza dalla Germania; benché «le trecento patrie» in cui era diviso il potere in Germania bloccassero l'avanzamento unitario e maggiormente decisivo della borghesia, quest'ultima, tuttavia, progressi economici e mercantili ne aveva pur fatti.

E siffatti sviluppi portavano i ceti borghesi a esigere una diversa ridistribuzione del potere politico. Ma proprio la mancanza di unità politica, cioè la divisione territoriale e appunto politica del paese, favorendo antichi privilegi — e imponendo dazi alle merci sui confini dei singoli staterelli —, proibì la forte avanzata della borghesia, che poté limitarsi a rivendicazioni abbastanza parziali da poteri sostanzialmente paternalistici.

La borghesia credette pertanto di trovare il suo interprete in Federico II di Prussia — sovrano illuminato, «re filosofo», mecenate di philosophes e da questi consigliato. E ciò anche se già agli occhi di alcuni suoi contemporanei i mutamenti e le riforme di Federico di Prussia apparvero più formali che sostanziali.