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MARTIN HEIDEGGER
(1889-1976)

Martin Heidegger nacque a Messkirch, nel Baden, il 26 Settembre 1889. Si laureò
in filosofia a Friburgo nel 1913. Fu assistente di Husserl per molti anni. Nel
1923 diventò professore a Marburgo. Nel 1927 pubblicò Essere e tempo.
L'anno successivo fu chiamato a succedere ad Husserl alla cattedra di Friburgo.
Nel 1929 pubblicò la prolusione ufficiale col titolo Che cos'è la metafisica?.
Nel 1933 fu nominato rettore dell'università di Friburgo e aderì al partito
nazista. Si dimise però dall'incarico l'anno successivo per dissensi col governo
e smise di occuparsi di politica. Continuò a pubblicare molte opere che segnano
la filosofia del Novecento: Kant e il problema della metafisica, L'essenza del
fondamento, Introduzione alla metafisica, Sentieri interrotti, Nietzsche, La
dottrina platonica sulla verità, Lettera sull'umanismo, In cammino verso il
linguaggio.
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Essere e tempo, l'opera che nel 1927 impose Heidegger all'attenzione del mondo
filosofico e non, porta come epigrafe un passo del Sofista di Platone (244 aC),
in cui si dice che, nonostante l'apparente ovvietà del concetto, il termine
essere è ben lungi dal significare qualcosa di chiaro, che non abbia bisogno di
un'indagine approfondita. Come ai tempi di Platone, anche per noi la nozione di
essere è solo apparentemente ovvia, per cui - conclude Heidegger - è necessario
riproporre il problema dell'essere. Il primo problema è ovviamente quello di
determinare quale possa essere l'ente che deve essere interrogato, cioè al quale
la domanda sull'essere sia specificamente rivolta. Questo ente non è altro che
l'uomo, che Heidegger indica con la parola Esserci (Dasein). Interrogando dunque
l'Esserci, possiamo cercare che cosa sia l'essere e sperare di trovarne il senso.
Ma il modo di essere tipico dell'Esserci è l'esistenza. Allora la filosofia
dovrà in primo luogo essere un'anali dell'esistenza, ovvero una analitica
esistenziale che sarà la strada preliminare da percorrere per poi fondare
l'ontologia, cioè la scoperta del senso dell'essere.
Con questo viene già data una caratteristica fondamentale dell'esistenza: la
comprensione dell'essere è una possibilità dell'esistenza (che, è l'essere tipico dell'Esserci,
cioè dell'uomo). La struttura invece
fondamentale dell'esistenza è di essere trascendenza. E il termine verso cui
l'Esserci trascende, è il mondo, per cui la trascendenza è definita più
esattamente come essere-nel-mondo. Trascendere verso il mondo significa fare del
mondo stesso il progetto dei possibili atteggiamenti e azioni dell'uomo. L'uomo
ha bisogno del mondo e delle cose che lo costituiscono, e che sono la
realtà-utènsile, cioè i mezzi della sua vita e della sua azione. Essere nel
mondo vorrà allora dire prendersi cura delle cose che gli occorrono: mutarle,
manipolarle ecc. L'essere di queste cose consiste nel servire come strumenti per
l'uomo, nell'essere utilizzabili. L'utilizzabilità è così per Heidegger la
caratteristica fondamentale delle cose del mondo.
L'esistenza non è solo apertura verso il mondo ma anche verso gli altri. Il
rapporto tra l'uomo e gli altri Esserci è un aver cura degli altri. Ma tale
rapporto può assumere due diverse forme: può sottrarre agli altri le loro cure
(forma inautentica di coesistenza), oppure può aiutarli ad essere liberi di
assumersi le proprie cure (forma autentica di coesistenza). Per comprendersi,
l'uomo può assumere come punto di partenza sè stesso oppure il mondo e gli altri.
Nel primo caso, si ha una comprensione autentica, nel secondo caso una
comprensione inautentica. Quest'ultima è il fondamento dell'esistenza anonima,
del si dice, si fa, dove tutto è livellato, convenzionale.
Nell'esistenza
anonima il linguaggio diventa chiacchiera inconsistente; inoltre un'esistenza
così vuota cerca naturalmente di riempirsi, ed è perciò morbosamente protesa
verso il nuovo: la curiosità per le apparenze è l'altro suo carattere dominante.
Tutto ciò però - si badi - non implica una condanna moralistica dell'esistenza
anonima perchè l'analitica esistenziale di Heidegger non vuole dare giudizi di
valore. Essa si limita a riconoscere che l'esistenza anonima è uno dei possibili
poter essere dell'uomo.
Alla sua base c'è la deiezione (Verfallen), per cui
l'essere umano cade a livello delle cose nel mondo; l'uomo è gettato nel mondo
in mezzo agli altri, è un Esserci tra tanti altri. L'esistenza è un essere
possibile cioè un progettarsi in avanti; ma questo progettarsi non fa che
ricadere all'indietro, su ciò che l'esistenza è già, di fatto. Tale è la struttura circolare e conclusa dell'essere dell'uomo, che possiamo adesso
chiamare anche Cura: essa è appunto l'essere dell'Esserci, nella sua unità di
esistenza, deiezione e fatticità (o effettività: l'uomo è quello che è, diverso
dalle cose).
Vi è però anche la possibilità dell'esistenza autentica, a cui l'uomo è richiamato dalla voce della coscienza. A che cosa lo richiama la voce della
coscienza? Essa lo richiama a riconoscere l'annullamento ultimo di tutte le sue
possibilità, e cioè lo richiama a riconoscere la morte. La morte, dice
Heidegger, è per l'uomo la possibilità "più propria, incondizionata, certa e
come tale indeterminata e insuperabile". Solo se l'uomo riconosce la
possibilità
della morte e la assume su di sè con una decisione anticipatrice, l'uomo può
trovare il suo essere autentico. Mentre l'esistenza banale è una fuga di fronte
alla morte, la voce della coscienza chiama l'uomo all'essere-per-la-morte, cioè
alla decisione anticipatrice che consiste nel vivere-per-la-morte. Questo vuol
dire comprendere l'impossibilità dell'esistenza in quanto tale. Ad essa si
accompagna una tonalità emotiva che Heidegger chiama angoscia. Con l'angoscia,
l'uomo "si sente in presenza del nulla, dell'impossibilità possibile della sua
esistenza". Essa pone l'uomo di fronte al nulla, e il nulla si presenta nella
sua potenza di annientamento. L'angoscia fa vedere all'uomo l'insignificanza e
la nullità dei fini che gli vengono proposti nella sua esistenza quotidiana, e
gli offre la possibilità di rimanere fedele a quelli inerenti alla situazione in
cui viene a trovarsi. Poichè questa situazione è un coesistere con gli altri,
fra le cose del mondo, l'esistenza autentica dà all'uomo la possibilità di
rimanere fedele al destino della comunità cui appartiene. In altri termini, la
libertà per l'uomo consiste nello scegliere e nell'accettare la sua situazione e
nel rimanerle fedele. Per l'uomo vi è anche un tempo autentico ed un tempo
inautentico: il primo è dato dalla paura, dall'ora; mentre il secondo è dato
dalla decisione anticipatrice di vivere per la morte (per cui il futuro è per
Heidegger la dimensione temporale fondamentale), dall'angoscia e dalla
ripetizione (nel senso della ri-scelta delle possibilità che sono state). Il
tempo così non si aggiunge all'essere dell'uomo ma l'essere è il tempo. L'essere
dell'uomo ha trovato il suo senso nel tempo. Il tempo è il senso dell'essere:
questo è quanto il titolo dell'opera di Heidegger può suggerire.
Arrivato a questo punto, però, Heidegger deve riconoscere che non ha ancora
trovato l'essere e tanto meno il suo senso. Il senso dell'essere non può essere
trovato interrogando un ente, sia pure l'uomo, l'Esserci, "ciò che noi stessi
sempre siamo", come dice Heidegger. L'unico risultato positivo che può derivare
dall'analitica esistenziale è stato quello di scoprire che l'essere di cui si
cerca il senso non è l'essere di un ente. Ecco perchè Essere e tempo è stato
interrotto da Heidegger. Infatti manca della seconda parte, di carattere storico,
e manca soprattutto della terza sezione della prima parte.
La risposta che Heidegger dè nella Lettera sull'umanismo (1947), chiarisce il
perchè della lacuna: le sezioni non vennero scritte perchè il pensiero fallì
quando si trattò di dire adeguatamente la svolta (Kehre) a cui stava arrivando.
Il linguaggio della metafisica non era più in grado di esprimere il rapporto con
l'essere.
Anche se Essere e tempo fu salutato all'inizio
come il più importante documento della filosofia esistenzialistica, esso non
voleva affatto essere tale. Heidegger stesso ribadirà più volte: "Le mie
tendenze filosofiche non possono essere classificate come 'Filosofia
dell'esistenza'. La questione che mi preoccupa non è quella dell'esistenza
dell'uomo, ma quella dell'essere nel suo insieme e in quanto tale" (cf. Lettera
sull'umanismo, 1947).
Il termine metafisica è usato da Heidegger per indicare tutto il pensiero
occidentale che non ha saputo riconoscere l'essere. Certo, fin dagli inizi parla
dell'essere e ricerca l'essere, ma ha gradualmente confuso l'essere con le cose,
dimenticando la differenza ontologica tra l'essere e gli enti. In altre parole,
il pensiero occidentale ha pensato l'essere attribuendogli qualche
caratteristica particolare, oppure l'ha pensato come il carattere comune di
tutti gli enti , come una sorta di concetto generale ed astratto (fino ad
arrivare alla vanificazione del concetto stesso di essere, ad es. in Hegel, che
nella sua Logica rovescia l'essere nel nulla). L'essere è stato pensato sovente
come semplice presenza, come cosa. Da qui, secondo Heidegger, il graduale oblio
dell'essere che caratterizza la storia della metafisica occidentale. La
metafisica è giunta alla sua fine col pensiero di Nietzsche. Questi, parlando di
nichilismo, indica che l'essere è scomparso: l'Occidente, dice Heidegger, è la
terra della metafisica come la terra del tramonto dell'essere. La tecnica
moderna o, meglio, la mentalità tecnologica è il fenomeno che esprimere il
venire a fine della metafisica. Non vi è oggi alcun ente davvero misterioso,
tutto è dato per conosciuto o per conoscibile attraverso i metodi razionali; la
mentalità corrente è quella che conosce la cosa solo in ciò che essa ha di
funzionale. Il pensiero stesso non è diventato altro che una escogitazione
tecnica, strumento esso stesso per la soluzione dei problemi. Ma forse è proprio
in questa situazione di estrema povertà di pensiero, questo tempo di povertà (dürftige
Zeit), che è possibile andare oltre ed uscire dall'oblio dell'essere. Ciò
esclude che il problema del superamento della metafisica possa essere inteso
come il problema di riuscire a parlare finalmente di quello che la metafisica ha
sempre taciuto, cioè dell'essere. E' invece anzitutto la ricerca di un modo nuovo
di esercitare il pensiero stesso, che non si consideri più, nei confronti
dell'essere, come elaborazione di concetti adeguati, cioè veri nel senso di
conformità al dato. A questo proposito, si pensi che la nozione comune di verità
è quella che intende la verità come conformità o adeguazione della proposizione
alla cosa (adaequatio rei et intellectus).
Quando cerchiamo la verità, ci
sforziamo di adeguarci alla cosa, cioè assumiamo la cosa come norma. Ma questo
modo di rapportarsi alla cosa presuppone per Heidegger un'apertura più
originaria, che è un essere-aperto alla cosa come tale. L'aprirsi alla cosa così
come essa è, è un atto di libertà: l'essenza della verità è la libertà. La
verità è intesa da Heidegger come originaria apertura e svelamento, come
suggerisce l'etimologia greca della parola: essa è aletheia, non-velamento.
La svolta (Kehre) di Heidegger consiste nell'instaurare un rapporto diverso tra
pensiero ed essere. Egli descrive questo rapporto in base al doppio significato
che ha il genitivo nella espressione "pensiero dell'essere". Il pensiero
può
essere pensiero dell'essere in senso oggettivo, cioè comprende l'essere: non ci
può essere infatti comprensione e conoscenza dell'ente se non c'è,
preliminarmente, una comprensione dell'essere. Oppure il pensiero può pensare
l'essere soltanto perchè è dell'essere anzitutto in senso soggettivo, cioè gli
appartiene. L'essere allora non potrà più essere pensato metafisicamente come
presenza, ma viene inteso come luce, come illuminazione, nel senso che è proprio
della luce lasciar apparire le cose proprio perchè essa non appare direttamente.
Così è dell'essere: fa apparire gli enti, lascia sussistere la storia, solo in
quanto a sua volta si cela, si nasconde.
Se l'essere può rivelarsi attraverso le cose e gli eventi, l'uomo può coglierlo
solo se si abbandona allo svelamento dell'essere come tale. Ma lo svelamento
dell'essere non può mai essere totale o diretto. L'esistenza è allora stare alla
luce dell'essere, per cui l'uomo diventa il pastore dell'essere e la sua dignità
consiste "nell'essere chiamato dall'essere stesso a far la guardia alla sua
verità". In quanto l'uomo pensa, non può fare altro che "lasciare che l'essere
sia". L'uomo deve mettersi in ascolto del linguaggio dell'essere e affidarsi ad
esso. L'essere parla all'uomo attraverso il linguaggio o, meglio ancora,
attraverso la sua forma più autentica, che è la poesia. La poesia è intesa da
Heidegger come annuncio, appello, ed usa l'uomo come suo messaggero. L'uomo deve
ascoltare il linguaggio nella sua originaria poeticità, cioè nella sua forza
fondante e creativa.
In quanto è ascolto del linguaggio, il pensiero è ermeneutica. Ermeneutica, cioè
interpretazione, incontro con il linguaggio, è allora la stessa esistenza nella
sua dimensione più autentica.
L'ermeneutica a cui pensa Heidegger è quella che è capace di interpretare la parola senza consumarla o esaurirla, rispettandola
nella sua natura. In questo senso va anche intesa l'insistenza di Heidegger su
nozioni come quella di silenzio e di ascolto del silenzio. Il che non è da
vedere come misticismo, ma corrisponde al riconoscimento che l'appello a cui
rispondiamo deve essere lasciato valere come appello: il pensiero ermeneutico
intende proprio lasciar essere altro l'altro.
Osservazioni riguardanti il problema di Dio
In primo luogo
non si confonda l'essere di cui Heidegger parla con Dio e tantomeno col Dio
cristiano. "L'essere non è Dio nè un fondamento del mondo", dice chiaramento
Heidegger nella Lettera sull'umanismo. Ma questa non vuole essere una
dichiarazione di ateismo o di indifferentismo. Anzi Heidegger ritiene che "solo
a partire dall'essenza del sacro va pensata l'essenza della divinità". In altre
parole, Heidegger lascia aperta la porta al problema di Dio. Egli riconosce
soltanto che l'uomo contemporaneo non può porsi tale problema se non ponendosi
in quella dimensione in cui una domanda simile possa essere posta. Questa è appunto la dimensione del sacro, che
però resta chiusa, secondo Heidegger, se
non si è illuminati e aperti all'Essere. Il che oggi non accade e può darsi che
una caratteristica dell'età contemporanea sia proprio quella della chiusura alle
dimensioni del sacro. Però "la sdivinizzazione esclude così poco la
religiosità
che è proprio attraverso la sdivinizzazione che il rapporto agli Dèi si
trasforma in esperienza vissuta religiosa".

Martin Heidegger - Essere e tempo
In cammino verso il linguaggio
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