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RINASCITA DELLO SCETTICISMO
Reviviscenze delle filosofie ellenistiche nel Rinascimento
Le tradizioni dominanti nel Quattrocento sono quelle del Platonismo e
dell'Aristotelismo, mentre Epicureismo e Stoicismo costituiscono solo istanze
marginali, che fanno capolino in alcuni autori, senza però imporsi in modo
rilevante.
Ben altra fu invece la diffusione che questi ultimi ebbero nel Cinquecento,
insieme al rinato Scetticismo nella formulazione che ne aveva dato Sesto
Empirico. Lo Scetticismo riuscì a creare una vera e propria peculiare temperie
culturale, specie in Francia, che trovò la sua espressione più elevata in
Montaigne. Come è avvenuta questa rinascita?
Il primo a utilizzare Sesto Empirico in modo sistematico fu Gianfrancesco Pico
della Mirandola (1469-1533), nipote del grande Pico, nell'opera Esame delle
vanità delle teorie dei pagani e della verità della dottrina cristiana (1520),
in cui si utilizzano i materiali scettici al fine di dimostrare l'insufficienza
delle teorie filosofiche, e quindi della sola ragione: per raggiungere la verità,
occorre la fede.
E a Gianfrancesco Pico si riallaccia Heinrich Cornelius (che si fece chiamare
Agrippa di Nettesheim,
1486-1535, noto soprattutto come mago) nell'opera Incertezza e vanità delle
scienze e delle arti (scritta nel 1526 e pubblicata nel 1530), il quale sostiene
che non le scienze e le arti umane (che vengono confutate con argomenti desunti
da Sesto Empirico), ma solo la fede porta l'uomo alla salvezza. Vennero
successivamente pubblicate in Francia nuove versioni latine di Sesto Empirico.
Nel 1562 lo Stephanus (Henri Estienne, 1522-1598) tradusse gli Schizzi
Pirroniani , e nel 1569 Gentian Hervet (14991584) pubblicò tutte le opere di
Sesto in versione latina.
Frattanto Giusto Lipsio (Joost Lips, 1547-1606) riproponeva in Germania e in
Belgio lo Stoicismo, prendendo a modello soprattutto Seneca e cercando di
conciliarlo col Cristianesimo.
Michel de Montaigne
Lo Scetticismo come
fondamento di saggezza
Nel quadro sopra brevemente tracciato si inserisce il pensiero di Michel de
Montaigne (1533-1592), autore dei Saggi (1580 e 1588), che sono capolavori
ancora oggi godibilissimi. Anche in lui lo Scetticismo convive con una fede
sincera. Questo ha stupito molti storici; ma, in realtà, essendo lo Scetticismo
sfiducia nella ragione, esso non mette in causa la fede, la quale sta su un
piano differente ed è pertanto strutturalmente inattaccabile dalla scepsi. «L'ateismo
—scrive addirittura Montaigne — è [...] una proposizione quasi contro natura e
mostruosa, difficile, anche, e malagevole a fissarsi nell'animo umano, per
insolente e sregolato che questo possa essere.» Tuttavia la «naturalità» della
conoscenza di Dio dipende interamente ed esclusivamente dalla fede.
Uno Scettico non può dunque essere se non un fideista.
Io giudico così, che in una cosa tanto divina e tanto alta e che sorpassa di
tanto l'intelligenza umana, come è quella verità con la quale è piaciuto alla
bontà di Dio d'illuminarci, è ben necessario che egli ci porga ancora il suo
aiuto, con favore straordinario e privilegiato, perché possiamo concepirla
e accoglierla in noi; e non credo che i mezzi puramente umani ne siano in alcun
modo capaci; e, se lo fossero, tante anime rare ed eccellenti, e così
abbondantemente dotate di forze naturali nei secoli antichi, non avrebbero
mancato di arrivare a questa conoscenza con la loro ragione. È solo la fede che
abbraccia strettamente e sicuramente gli alti misteri della nostra religione.
Ma il fideismo di Montaigne non è quello di un mistico, e l'interesse dei Saggi
verte prevalentemente sull'uomo e non su Dio. L'antica esortazione contenuta
nella sentenza iscritta sul tempio di Delfi «uomo, conosci te stesso», fatta
propria da Socrate e da gran parte del pensiero antico, ridiventa per Montaigne
il programma dell'autentico filosofare.
Ma c'è di più. I filosofi antichi miravano alla conoscenza dell'uomo allo scopo
di raggiungere la felicità. E anche questo scopo è al centro dei Saggi di
Montaigne. La dimensione più autentica della filosofia è quella della saggezza
che insegna come vivere per essere felici. Ma come può la ragione scettica, che
Montaigne abbraccia, raggiungere questi obiettivi, quella ragion scettica che su
tutte le cose eleva la domanda ammonitrice «che cosa so?» (que sais-je?).
Sesto Empirico aveva scritto che agli Scettici è accaduto di risolvere il
problema della felicità proprio mediante la rinuncia della conoscenza della
verità. Egli richiamava a questo proposito il noto apologo del pittore Apelle.
Questi, non riuscendo a dipingere in modo soddisfacente la schiuma sulla bocca
di un cavallo, gettò la spugna intrisa di colori con rabbia contro il dipinto, e
la spugna vi lasciò un'impronta che pareva schiuma.
E proprio come con la rinuncia Apelle ottenne il suo scopo, così gli Scettici
con la rinuncia a trovare il vero (ossia sospendendo il giudizio) trovarono la
tranquillità.
La soluzione adottata da Montaigne si ispira a questa, ma è assai più articolata,
ricca di sfumature e sofisticata, con l'inclusione anche di suggestioni epicuree
e stoiche. L'uomo è misero? Ebbene, cogliamo il senso di questa miseria. È
limitato? Cogliamo il senso di questa limitazione. È mediocre? Cogliamo il senso
di questa mediocrità. Ma se capiremo questo, capiremo che la grandezza dell'uomo
è proprio nella sua mediocrità.
Allora è chiaro che il «conosci te stesso» non potrà sortire a una risposta
sull'essenza dell'uomo, ma solo sulle caratteristiche del singolo uomo, che si
ottiene vivendo e osservando gli altri vivere e cercando di riconoscere se
stessi rispecchiati nell'esperienza degli altri. Gli uomini sono notevolmente
diversi fra loro, e, non essendo possibile stabilire i medesimi precetti per
tutti, bisogna che ciascuno si costruisca una saggezza a propria misura.
Ciascuno non può essere saggio se non della propria saggezza. Ma, in questa
ricerca di una saggezza su misura del singolo, Montaigne dispone di una regola
generale, tanto cara alle filosofie ellenistiche: dire sì alla vita, in
qualunque circostanza.
Marcel Conche ha compreso questo messaggio montaignano e lo ha espresso in una
lucida monografia, di cui vogliamo riassumere la tesi di fondo. La volontà di
affermare la vita è il fondo della saggezza. La vita ci è data come qualcosa che
non dipende da noi. Soffermarsi sugli aspetti negativi di essa (morte, dolori,
malattie) non può che deprimere e portare alla negazione della vita. Il saggio
deve cercare di respingere ogni argomento contro la vita e deve dire
incondizionatamente «sì» alla vita e quindi «sì» a tutto ciò di cui la vita è
fatta, al dolore, alle malattie e alla morte. Morire, in particolare, non è se
non l'ultimo atto del vivere, e, quindi, saper morire fa parte del vivere. Saper
vivere vuol dire non aver bisogno, per essere felici, di nient'altro se non
dell'atto presente del vivere. Il saggio vive nel presente e il presente per lui
è la totalità del tempo. «Il saggio ha fatto a se stesso una promessa, quella di
non imprecare mai contro la vita, ed egli vive così come si mantiene un
giuramento. Il saggio non è, insomma, se non l'uomo che sa essere logico con se
medesimo e che non fa altro se non trarre tutte le conseguenze dalla decisione
di vivere.»
Michel Eyquem de Montaigne - I saggi
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