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NICCOLÒ COPERNICO - TYCHO
BRAHE - JOHANNES KEPLER
NICCOLÒ COPERNICO (1473 -1543)
Il significato filosofico della rivoluzione copernicana
Fino a che la terra stette ferma, anche l'astronomia stette ferma.
Così ha detto, a proposito di Copernico, Georg Lichtenberg. In realtà, avendo
situato al centro del mondo il Sole al posto della Terra, e avendo affermato che
è la Terra che gira intorno al Sole e non viceversa, Copernico rimise in moto la
ricerca astronomica e questa acquistò un tale ritmo di velocità che allorché
Newton, centocinquanta anni dopo l'opera di Copernico, dette alla fisica quella
forma che noi conosciamo come «fisica classica», quasi niente — a eccezione
dell'idea che il Sole è al centro dell'universo — era rimasto delle concezioni
di Copernico.
Difatti Keplero, che pur si proclama copernicano, pubblica nel 1609 l'Astronomia
nova, e, a quei giorni, non erano ancora passati sessant'anni dalla comparsa del
De Revolutionibus di Copernico, «eppure il cammino dell'astronomia ha già
lasciato nell'oscurità del passato le orbite circolari di cui tratta l'opera di
tutta la vita di Copernico per sostituirle con le orbite planetarie ellittiche.
E le novità si succedono rapidamente l'una all'altra: il dischiudersi del mondo
chiuso, sia pur vastissimo, di Copernico in un universo infinito; la
individuazione di un elemento dinamico nel moto dei corpi celesti, non più
ritenuti mobili, copernicanamente, in virtù della loro stessa forma sferica. Nel
volgere di un secolo e mezzo, il sistema di Newton, che conclude una tappa di
quel cammino fatto riprendere da Copernico all'astronomia, ha contenutivamente
ben poco ancora del sistema copernicano; forse soltanto l'eliocentrismo»
(Francesco Barone).
Certo, «il primo significato della rivoluzione copernicana è [...] quello di una
riforma delle concezioni fondamentali dell'astronomia» (Thomas S. Kuhn), ma la
portata del De Revolutionibus di Copernico va molto al di là di una riforma
tecnica dell'astronomia. Spostando la Terra dal centro dell'universo, Copernico
mutò anche il posto dell'uomo nel cosmo. La rivoluzione astronomica comportò
anche una rivoluzione filosofica: «Uomini che credevano che la loro dimora
terrestre fosse soltanto un pianeta, ruotante ciecamente attorno a una fra
miliardi di stelle, valutavano la loro posizione nello schema cosmico ben
diversamente dai loro predecessori che vedevano la Terra come l'unico centro
focale della creazione divina» (Th. S. Kuhn).
Spostando la posizione della Terra, Copernico buttò fuori l'uomo dal centro
dell'universo. «La sua dottrina planetaria – scrive ancora Kuhn – e la
concezione a essa legata di un universo incentrato nel Sole furono strumenti del
passaggio dalla società medioevale alla moderna società occidentale, in quanto
investivano [...] il rapporto dell'uomo con l'universo e con Dio. Intrapresa con
'una revisione strettamente tecnica, ad alto livello matematico, dell'astronomia
classica, la teoria copernicana diventò un centro focale delle terribili
controversie in campo religioso, filosofico e nelle dottrine sociali che, nei
due secoli successivi alla scoperta dell'America, fissarono l'orientamento del
pensiero europeo. »
In breve, la rivoluzione copernicana fu una rivoluzione nel mondo delle idee, la
trasformazione di idee inveterate e venerabili che l'uomo aveva dell'universo,
del suo rapporto con esso e del suo posto in esso. Al giorno d'oggi, «nulla ci
sembra più lontano dalla nostra scienza che la visione del mondo di Niccolò
Copernico», eppure senza la concezione di Copernico «la nostra scienza non
sarebbe mai esistita» (Alexandre Koyré). Come non sarebbe esistito, per dirla
con Antonio Banfi, «l'uomo Copernicano», l'uomo cioè «che si è liberato
dall'illusione d'essere al centro dell'universo e, con essa, anche di molti
altri miti di cui aveva intessuto il suo sapere» (F. Barone).
È questo il senso per cui Copernico rappresenta ancora oggi l'innovazione
radicale e rivoluzionaria. Per ogni grosso e significativo cambiamento, si è
infatti soliti, pure ai nostri giorni, usare l'espressione «rivoluzione
copernicana». E non dobbiamo dimenticare che Kant, quando guarderà alla profonda
trasformazione da lui stesso prodotta nell'ambito della teoria della conoscenza,
parlerà di essa come di una «rivoluzione copernicana».
Niccolò Copernico
TYCHO BRAHE (1546 - 1601)
Né Tolomeo né Copernico
Lungo tutta la sua vita, Tycho Brahe fu un avversario del copernicanesimo, e «il
suo immenso prestigio contribuì a ritardare la conversione degli astronomi alla
nuova dottrina» (Th. S. Kuhn).
Certo, Brahe era ben consapevole del fatto che —
com'egli scrive — «la moderna innovazione introdotta dal grande Copernico» fosse
in grado di «evitare sapientemente tutto ciò che nella disposizione tolemaica
risulta superfluo e incoerente, senza contravvenire ai
principi della Matematica». E tuttavia, appunto, egli fu un anticopernicano:
«era ancora troppo invischiato nel modo di pensare aristotelico per sfuggire
all'influenza delle argomentazioni contro la possibilità di un moto della Terra
che erano state addotte da Tolomeo e confutate da Oresme e da Copernico» (Eduard
J. Dijksterhuis). Ed ecco alcune delle sue argomentazioni anticopernicane:
Dal momento che [l'innovazione di Copernico] stabilisce che
il corpo della Terra grosso, pigro,
e inabile a muoversi viene mosso
da un moto non più frammentario (anzi, un triplice moto),
di quello degli altri astri eterei, [essa] urtava non solo con i principi della
fisica, ma anche contro l'autorità delle Sacre Scritture che confermano in vari
passi la stabilità della Terra, per non parlare poi del vastissimo spazio
interposto tra l'orbe di Saturno e l'Ottava sfera che questa dottrina rende
vuoto fino alle stelle, e di altri inconvenienti che accompagnano questa
speculazione.
E dall'epistolario molto fitto che Tycho Brahe scambiò con l'astronomo
copernicano tedesco Christopher Rothmann (che era l'astronomo del Langravio
Guglielmo IV dell'Assia), egli specificò una argomentazione anticopernicana
destinata a diventare successivamente una obiezione standard: se fosse vero che
la Terra ruota da occidente verso oriente, allora — è questa l'obiezione di
Brahe — il tragitto di una palla sparata verso ponente da un cannone dovrebbe
essere più lungo di quello di una palla sparata dallo stesso cannone verso
levante. E ciò perché, mentre nel primo caso la Terra si muoverebbe in direzione
opposta alla palla, nel secondo la Terra si muoverebbe nella direzione della
palla, sì che il tragitto di questo dovrebbe essere più corto di quello della
palla sparata appunto verso occidente. Ma, poiché questi previsti differenti
tragitti non risultano nella pratica, la Terra — concludeva Brahe — sta ferma.
Il sistema copernicano non è valido: questa è l'idea di Tycho Brahe. Ma, a suo
avviso, non è valido nemmeno il sistema tolemaico, giacché Brahe, sebbene sia da
lui assente il pathos neoplatonico che
anima gli scritti di Copernico e che guiderà in seguito l'opera di Keplero, non
era così ingenuo da non rendersi conto che
la vecchia distribuzione tolemaica degli orbi celesti non era
abbastanza coerente e [...] era superfluo il ricorso a tanto numerosi e sì
grandi epicicli per mezzo dei quali si giustificano i comportamenti
dei pianeti rispetto al Sole, le loro
retrogradazioni e le loro soste con qualche parte
della loro apparente ineguaglianza.
Il sistema tychonico:
una restaurazione con dentro i germi della rivoluzione
Dunque: né Tolomeo né Copernico. E allora, scrive sempre Brahe:
Avendo ben compreso come ambedue queste ipotesi ammettessero non piccole
assurdità, presi a meditare tra me stesso profondamente se mai si potesse
trovare una qualche ipotesi che non fosse
in contrasto né con la matematica né con la fisica, e che non dovesse sfuggire
di nascosto alle censure teologiche e che, nello stesso tempo, soddisfacesse in
modo completo alle apparenze celesti. Infine, quasi insperatamente, mi venne in
mente in quale maniera debba essere
disposto opportunamente l'ordine delle rivoluzioni celesti così che fosse
preclusa ogni occasione per tutte queste incongruenze.
E siamo così al sistema tychonico. In questo sistema del mondo, la Terra è al
centro dell'universo. Essa però è al centro delle orbite del Sole, della Luna e
delle stelle fisse; mentre il Sole è al centro delle orbite dei cinque pianeti.
Asserisco inoltre che i cinque pianeti restanti (Mercurio,
Venere, Marte, Giove, Saturno]
volgono i propri giri intorno
al Sole come propria guida e re, e che sempre lo osservano quando si situa nello
spazio intermedio delle loro rivoluzioni.
Il sistema tychonico non convinse né Keplero né Galilei. Sul letto di morte,
Brahe affidò il suo sistema al suo giovane assistente Keplero, ma costui era
troppo attratto dalla grande simmetria di Copernico e il sistema di Brahe non
era simmetricamente strutturato (così, p.es., il centro geometrico dell'universo
non è più il centro della gran parte dei moti celesti).
Galileo, da parte sua, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi, metterà a
confronto il sistema aristotelico-tolemaico con quello copernicano e non
prenderà affatto in considerazione «il terzo sistema del mondo», quello di Tycho
Brahe. E tuttavia questo ebbe un successo non indifferente: fu abbracciato dalla
maggior parte degli astronomi non copernicani che erano insoddisfatti del sistema tolemaico. In realtà, il
sistema di Brahe era ingegnosamente articolato: manteneva i vantaggi matematici
di quello di Copernico e per di più evitava le critiche di tipo fisico e le
accuse di ordine teologico. La fortuna del sistema tychonico è la fortuna di un
compromesso.
E se questo compromesso aveva l'aspetto della «restaurazione», esso però non
poté ignorare l'avvenuta rivoluzione: e anche Tycho Brahe negò il sistema
tolemaico e pure lui asserirà che la Terra non era il centro delle rivoluzioni
di tutti i pianeti.
E ancora due ultime annotazioni. A Uraniborg, nell'isola di Hven, Brahe, oltre
all'osservatorio, aveva un laboratorio chimico. E, benché fosse critico delle
pratiche astrologiche, «egli era convinto che esistesse un'affinità essenziale
tra i fenomeni celesti e gli eventi terrestri» (E. J. Dijksterhuis). Questa
credenza, di origine stoica, nell'esistenza di una relazione tra tutte le cose,
è stata una credenza, dice ancora Dijksterhuis, che costituì una fonte di
ispirazione per molti grandi scienziati.
Tycho Brahe
JOHANNES KEPLER (1571 - 1630)
Il Mysterium cosmoqraphicum:
alla caccia del divino ordine matematico dei cieli
Se Tycho Brahe fu sempre un anticopernicano, Keplero fu sempre copernicano: «Durante
tutta la sua vita egli si riferì alla pertinenza del ruolo che Copernico aveva
attribuito al Sole con i toni entusiastici del neoplatonismo rinascimentale»
(Thomas S. Kuhn). Keplero fu un neoplatonico matematico o neopitagorico che
credeva nell'armonia del mondo, e per questo non poté apprezzare il poco
armonico sistema di Brahe.
Keplero credeva, insomma, nel fatto che la natura fosse ordinata da regole
matematiche che lo scienziato ha il compito di scoprire. Compito che Keplero
credette di avere assolto, almeno in parte, quando nel 1596 pubblicò il
Mysterium cosmographicum. Qui, appunto, la fede nel sistema copernicano è
congiunta con la fede neoplatonica che una Ragione matematica divina ha
presieduto alla creazione del mondo. E dopo aver sviluppato per esteso — usando
anche disegni dettagliati — le argomentazioni a favore del sistema copernicano,
egli afferma che il numero dei pianeti e la dimensione delle loro orbite
potevano venir compresi qualora si fosse compresa la relazione tra le sfere
planetarie e i cinque solidi regolari o «platonici» o «cosmici». Questi solidi sono: il cubo, il tetraedro, il dodecaedro, l'icosaedro
e l'ottaedro. La loro caratteristica, facilmente intuibile ispezionando la
figura 1, è che le facce di ciascun solido sono tutte identiche e sono
costituite soltanto da figure equilatere.

Si sapeva dall'antichità che solo cinque solidi avevano tali caratteristiche, i
cinque indicati. Ebbene, nel suo lavoro Keplero sostenne che, se la sfera di
Saturno fosse circoscritta al cubo con dentro inscritta la sfera di Giove, e se
il tetraedro fosse inscritto nella sfera di Giove con dentro inscritta la sfera
di Marte, e così via per gli altri tre solidi e le altre tre sfere (si veda la
fig. 2), allora si sarebbe potuto non solo dimostrare le dimensioni relative di
tutte le sfere, ma anche comprendere la ragione dell'esistenza di solo sei
pianeti.

Ecco cosa dice Keplero:
L'orbe della Terra è la misura di tutti gli altri orbi. Circoscrivi
a essa un dodecaedro, la sfera
che a sua volta lo circoscrive è
quella di Marte. Alla sfera di Marte circoscrivi un tetraedro, la sfera che lo
contiene è la sfera di Giove. Alla sfera di Giove circoscrivi un cubo, la sfera
che lo racchiude sarà quella
di Saturno. Nell'orbe della Terra inscrivi un icosaedro, la sfera inscritta in
esso è quella di Venere. A Venere inscrivi un ottaedro, in esso sarà inscritta
la sfera di Mercurio. Qui trovi la ragione del numero dei pianeti.
Dio è matematico. Il lavoro di Keplero consistette proprio nella caccia delle
armonie matematiche e geometriche del mondo, ed egli credette di averne trovate
tante, anche se quelle destinate ad avere un futuro saranno soprattutto le sue
famose tre leggi per i pianeti. In ogni caso, «la convinzione di una struttura
del mondo matematicamente definibile, che trovava la sua formulazione teologica
nella credenza che nella creazione del mondo Dio fosse guidato da considerazioni
matematiche, l'irremovibile certezza che la semplicità sia anche un segno di
verità e che la semplicità matematica si identifichi con l'armonia e con la
bellezza, e infine l'utilizzazione della sorprendente circostanza che esistono
esattamente cinque poliedri che soddisfano le più alte esigenze di regolarità e
che devono pertanto avere necessariamente qualcosa a che fare con la struttura
dell'universo: questi sono tutti sintomi inequivocabili della concezione del
mondo
pitagorico-platonica, che appare qui più viva che mai. Era qui lo stile di
pensiero del Timeo, che, dopo aver sfidato il dominio dell'Aristotelismo
attraverso tutto il Medioevo in una tradizione continua, sebbene talvolta
invisibile, prendeva nuovamente piede» (Eduard J. Dijksterhuis).
Dal cerchio all'ellisse e le tre leggi di Keplero
La scienza ha bisogno di menti creative (di ipotesi, di teorie), ha bisogno cioè
di immaginazione e simultaneamente di rigore nel controllo di queste ipotesi.
Ebbene, nella storia del pensiero scientifico non ci fu forse un altro
scienziato che ebbe tanta forza immaginativa come Keplero e che al tempo stesso
assumesse, come lui, un atteggiamento tanto critico nei confronti delle proprie
ipotesi.
L'idea della relazione tra i pianeti e i solidi si mostrò in seguito
insostenibile. Ma ciò che essa esprimeva era il sintomo di un programma di
ricerca che doveva mostrare ancora tutta la sua fecondità. Tolomeo non era stato
capace di spiegare l'«irregolare» moto di Marte, e nemmeno Copernico c'era
riuscito. Tycho Brahe aveva compiuto su di esso innumerevoli osservazioni, ma
poi anch'egli aveva ceduto alle difficoltà.
Dopo la morte di Brahe, fu Keplero ad affrontare il problema. Ci lavorò sopra
per circa dieci anni. È Keplero stesso a informarci su questo suo estenuante
lavoro, del quale ci ha lasciato una appassionante descrizione dettagliata. I
tentativi si susseguono l'uno all'altro, e tutti vanno a vuoto. Ma da questa
lunga serie di tentativi falliti, Keplero giunge alla conclusione che era
impossibile risolvere il problema con qualsiasi combinazione di circoli: tutte
queste combinazioni non rispondevano ai dati osservabili e le orbite proposte
dovevano quindi venir eliminate. Provò, oltre che con i cerchi, anche con figure
ovali. Ma, di nuovo, le osservazioni smentirono le proposte teoriche. E alla
fine si accorse che teoria e osservazioni combaciavano se si facevano muovere i
pianeti in orbite ellittiche, con velocità variabili determinabili secondo una
semplice legge.
Fu una scoperta sensazionale: veniva spezzato definitivamente il dogma antico e
ormai venerabile della naturalità e perfezione del
moto circolare. E un procedimento matematico semplicissimo era in grado di
dominare, in un universo copernicano, una quantità sterminata di osservazioni,
permettendo di fare previsioni (e post-visioni) sicure e accurate. In tal modo,
«con l'introdurre la propria ipotesi ellittica al posto del plurisecolare dogma
della circolarità e uniformità dei moti planetari, [Keplero] ha operato una
profonda svolta rivoluzionaria all'interno della stessa rivoluzione copernicana»
(Alberto Pasquinelli).
Ed ecco le due leggi che contengono la soluzione finale
del problema, valida anche per noi oggi:
Prima legge: Le orbite dei pianeti (Marte) sono ellissi delle quali il Sole
occupa uno dei fuochi. (Si veda la fig. 3.)
Seconda legge: La velocità orbitale di ciascun pianeta varia in modo tale che la
linea che congiunge il Sole e il pianeta copre, in eguali intervalli di tempo,
uguali porzioni di superficie dell'ellisse. (Si veda la fig. 4; le due figure
sono riprese da Kuhn).

La sostituzione delle orbite circolari di Tolomeo, di Copernico e anche di
Galileo, con le ellissi (la 1a legge), e la sostituzione del moto uniforme attorno
a un centro con la legge delle superfici uguali (2a legge), sono sufficienti a
eliminare tutta la caterva degli eccentrici e degli epicicli. «Per la prima
volta una singola curva geometrica, non combinata con altre curve, ed una
singola legge di moto sono sufficienti per poter prevedere la posizione dei
pianeti e per la prima volta queste previsioni risultano precise quanto le osservazioni. Il sistema astronomico
copernicano ereditato dalla scienza moderna è quindi il prodotto congiunto
dell'opera di Kepler e di Copernico» (Th. S.Kuhn). Nel 1618, nell'Epitome
astronomiae copernicanae, Keplero estende queste due leggi ad altri pianeti,
alla Luna e ai quattro satelliti di Giove che erano stati scoperti da non molti
anni. Nel 1619, nelle Armonie del mondo, Keplero annuncia la sua
Terza legge: I quadrati dei periodi di rivoluzione dei pianeti sono nello stesso
rapporto dei cubi delle rispettive distanze dal Sole.
Ovvero: se T1 e T2 sono i periodi necessari a due pianeti perché essi completino
un giro nelle loro orbite, e se R1 e R2 sono le rispettive distanze medie tra i
pianeti e il Sole, allora vale che il rapporto tra i quadrati dei periodi
orbitali è uguale al rapporto esistente tra i cubi delle distanze medie dal
Sole. E cioè: (Ti/T2)2 = (Ri/R2)3. Si tratta di «una legge piena di fascino,
perché stabilisce una regola mai prima di allora osservata nel sistema
planetario» (Th. S. Kuhn). Ma la cosa fondamentale era che i principi della
cosmologia aristotelica risultavano ormai scardinati: «al posto di quelli erano
stati collocati rapporti matematici razionali» (Charles Singer). In effetti, a
questo punto, il sistema solare era pienamente svelato in una rete di limpidi e
semplici rapporti matematici, e «i suoi componenti erano stati per la prima
volta connessi insieme dalla legge che stabiliva una relazione tra le distanze
dal Sole e i periodi di rivoluzione» (J. L. E. Dreyer).
Il Sole come causa dei movimenti planetari
Misticismo, matematica, astronomia e fisica — scrive Dijksterhuis —sono
strettamente, anzi inestricabilmente associati nella mente di Keplero. Nelle
Armonie del mondo, egli parla di una frenesia divina e di un rapimento
ineffabile nella contemplazione delle celesti armonie. E proprio nelle Armonie
del mondo Keplero mostra più che altrove la sua fede nelle armonie, nell'ordine
matematico della natura: e in questo complesso armonico il Sole svolge un ruolo
fondamentale.
Certo, il modo in cui Keplero descrive il raggiungimento della sua prima legge
viene oggi esaltato come un esempio perfetto di procedimento scientifico: 1) c'è
un problema (le irregolarità del moto di Marte); 2) si inventano una serie di
congetture quali tentativi di soluzione del problema; 3) su questo sciame di
congetture si fa scattare il meccanismo della prova selettiva: si scartano le
ipotesi che non reggono all'urto delle osservazioni, fino ad arrivare alla
teoria giusta.
E non solo il procedimento viene considerato un modello di ricerca scientifica,
ma viene esaltato anche il racconto col quale Keplero narra il modo in cui è
pervenuto alla legge: vediamo la passione per un problema che perseguitò Keplero
per dieci anni; e con lui ripercorriamo le attese gioiose e le amare delusioni,
gli assalti reiterati e i successivi fallimenti, i vicoli ciechi in cui va a
sbattere, la tenacia con la quale intraprende lo sviluppo dei calcoli difficili,
la sua costanza e perseveranza nella ricerca di un ordine che deve esserci
perché Dio ce l'ha posto: una vera lotta con l'Angelo, che alla fine non nega la
propria benedizione. Ci troviamo davanti alla descrizione di una ricerca dove
alla retorica delle conclusioni si,sostituisce il pathos dell'avventura più
nobile: il pathos della ricerca della verità. Non meno interessante istruttiva è
però anche la maniera in cui Keplero arriva alla sua seconda legge, dalla quale
legge dipende poi la prima. Nel quarto capitolo dell'Astronomia nova Keplero
descrive il Sole come il corpo «che appare il solo adatto in virtù della sua
dignità e potenza [a muovere i pianeti nelle loro orbite], e degno di diventare
la dimora di Dio stesso, per non dire il primo motore». E nell'Epitome
astronomiae copernicanae leggiamo ancora:
Il Sole è il corpo più, bello; è, in qualche modo, l'occhio
del mondo. In quanto fonte
della luce o lanterna risplendente,
adorna, dipinge e abbellisce gli altri corpi del mondo [...].
Per quanto riguarda il calore, il Sole è il focolare del mondo al quale si
riscaldano i globi nello spazio intermedio [...]. Per quanto riguarda il moto il Sole è
la causa prima del moto dei pianeti, il primo motore dell'universo, a causa del
suo stesso corpo.
C'è in Keplero una metafisica del Sole. I pianeti non si muovono più di moto
naturale circolare; essi percorrono ellissi; e, dunque, da che cosa sono mossi?
Ebbene, sono mossi da una forza motrice come quella magnetica, forza che emana
dal Sole. Siamo di fronte a un'intuizione metafisica riguardante il mondo fisico,
stando alla quale i pianeti percorrono le loro orbite spinti dai raggi di
un'anima motrix che scaturiscono dal Sole. Questi raggi, pensava Keplero,
agiscono sul pianeta; ma l'orbita del pianeta è ellittica; per questo i raggi
dell'anima motrix che cadono su un pianeta a distanza doppia dal sole saranno la
metà, e di conseguenza la velocità del pianeta risulterà dimezzata nei confronti
della velocità orbitale da esso posseduta quando è più vicino al Sole. Keplero,
insomma, suppose che
nel Sole [ci sia] un intelletto motore capace dí muovere tutte le cose intorno a
sé, ma soprattutto le più vicine, indebolendosi invece per le più distanti a
motivo dell'attenuarsi della sua influenza, dato che aumentano le distanze.
La figura 5 (ripresa anch'essa da Kuhn) chiarisce graficamente l'idea di Keplero.
È dunque la «fede» neoplatonica a condurre Keplero alla sua seconda legge: «egli
credeva che le leggi matematicamente semplici fossero alla base di tutti i
fenomeni naturali e che il Sole fosse la causa di tutti i fenomeni fisici» (Th.
S. Kuhn).

E su quest'ultima convinzione, influenzata anche dalla lettura del De Magnete
che il medico inglese William Gilbert (1540-1603) aveva pubblicato nel 1600,
Keplero abbozza appunto una teoria magnetica del sistema planetario. Egli parla
della forza con cui la Terra attrae un corpo, e nell'Introduzione all'Astronomia
nova parla anche di una reciproca attrazione. E nelle note al suo Somnium (steso
tra il 1620 e il 1630), egli attribuisce le maree «ai corpi del Sole e della
Luna che attraggono le acque del mare con una certa forza simile a quella
magnetica».
Qualcuno ha voluto vedere in queste idee l'anticipazione della teoria
gravitazionale di Newton. Con ogni verosimiglianza, le cose non stanno così.
Certo è però che la sistemazione matematica del sistema copernicano e il
passaggio dal moto circolare («naturale» e «perfetto») a quello ellittico
ponevano problemi che Keplero ha avvertito, enucleato, e tentato di risolvere.
Si tratta di problemi che, insieme ai risultati acquisiti, Keplero lasciava in
eredità alla generazione che seguiva.
Keplero scompare nel 1630, Galileo muore agli inizi del 1642. E in questo stesso
anno nasce a Woolsthorpe, nella contea di Lincoln, in Inghilterra, Isaac Newton,
l'uomo che, raccogliendo i risultati ottenuti da Keplero e Galilei, è destinato
a risolvere i problemi da loro lasciati aperti e a dare così alla fisica
quell'assetto che noi conosciamo col nome di «fisica classica». In realtà, come
scrisse William Whewell, «se i Greci non avessero studiato le sezioni coniche,
Keplero non avrebbe soppiantato Tolomeo; se i Greci avessero sviluppato la
dinamica, Keplero avrebbe potuto anticipare le scoperte di Newton».
Cenni sul sistema aristotelico-tolemaico NICOLA COPERNICO TYCHO BRAHE GIOVANNI KEPLERO
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